di Gloria Berloso
Mi ha colpito questa storia di un capitano che affonda con il suo peschereccio al largo della Liguria. Oggi è stato ritrovato a tre miglia nautiche da dove era affondato il peschereccio Acquario, l’imbarcazione che il due febbraio si è inabissata insieme al suo comandante, Dhib Zouahier ben Alì. A trovarlo è stata la nave Artabro, di 90 metri, battente bandiera spagnola, in Italia per la prima volta per il servizio di ricerca operato dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima. È una storia che colpisce nel profondo, e richiama subito alla letteratura marinaresca e alle canzoni che raccontano la vita dura, spesso tragica, di chi vive sul mare. C’è qualcosa di arcaico e potente in queste vicende: l’uomo, la sua barca, l’immensità dell’acqua, e quel confine sottile tra lavoro e destino.
È inevitabile pensare a pagine come quelle di Il vecchio e il mare, o alle ballate dei pescatori liguri e siciliani, dove il mare è insieme compagno, giudice e avversario. Anche Fabrizio De André, con Creuza de mä, ha raccontato quella lingua salmastra fatta di fatica, orgoglio e pericolo. E poi c’è tutta la tradizione mediterranea, da Omero in poi, che vede nel mare un luogo dove l’identità dell’uomo si misura e si consuma. Queste storie toccano nel profondo perché parlano di un mestiere che non concede illusioni: ogni uscita è un patto con la natura, ogni rientro è un sollievo, e ogni tragedia è un monito antico quanto le onde. La vicenda dell’Acquario e del suo comandante è come se certe storie reali avessero già una loro colonna sonora, un loro ritmo narrativo, e noi possiamo solo riconoscerlo. Nel Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway il rapporto tra uomo e mare è quasi sacrale, il mare come destino, come giudice, come compagno che non fa sconti. Il mio vecchio amico Eto, pensionato portuale di Trieste, per primo mi insegnò a pescare con le nasse a pochi metri dalla costa mentre cantavamo Trieste dorme el mar se move a pena, ma al largo in alto mare mi diceva sempre “picia mia ama el mar ma guanta sempre la tera”. In Tifone, Conrad racconta il mare come un luogo dove il carattere umano si rivela davvero. La figura del capitano che affronta l’ignoto ha un’energia simile a quella che percepiamo nella storia dell’Acquario. In Horcynus Orca libro monumentale, mediterraneo, pieno di quella lingua salmastra che sembra scritta con il vento e la salsedine. È un libro che parla di pescatori, ritorni, naufragi, e di un mare che non dimentica. E poi Le onde del mare, un brano di Mauro Pagani che restituisce il senso di un mare che osserva, accoglie e a volte reclama.
La ricerca del comandante Dhib Zouahier ben Alì (Michele), a tre miglia dal punto in cui l’Acquario era affondato, ha proprio il tono di quelle narrazioni che sembrano scritte dal mare stesso. La nave Artabro che lo individua, un’imbarcazione straniera, arrivata per un servizio di sicurezza marittima aggiunge un elemento quasi epico, come se un altro “personaggio” entrasse in scena per chiudere un cerchio.
Questa storia colpisce moltissimo perché il mare è uno dei pochi luoghi rimasti dove l’essere umano non ha il controllo. Ogni uscita è un atto di fiducia, ogni rientro è un piccolo miracolo. Quando accade una tragedia, non è solo cronaca: è un frammento di un mito antico che si ripete.
Il Capitano dell’Acquario
C’era un peschereccio che portava un nome lieve, Acquario, come un segno d’acqua, come un destino scritto a metà. Salpava all’alba, quando il mare è un vetro pallido e i gabbiani sembrano pensieri che non vogliono posarsi. Il suo comandante, Dhib, conosceva le onde una per una: sapeva quali mentivano, quali ti accarezzano, quali invece ti guardano dritte negli occhi come se volessero dirti che oggi si fa sul serio. Quel due febbraio il mare non parlò, non urlò, non avvisò. Si limitò a chiudersi sopra la barca come una porta che nessuno aveva chiesto di aprire. Per giorni il vento ha raccontato la storia a modo suo, spargendola tra le boe, tra i moli, tra le reti appese. E poi, tre miglia più in là, una nave straniera Artabro, venuta da lontano ha trovato ciò che il mare aveva trattenuto. Non c’è eroismo in queste storie, solo la verità antica del mestiere: il mare prende e restituisce quando vuole, e gli uomini che lo sfidano non sono mai davvero soli, perché ogni onda porta il nome di chi l’ha attraversata.
Il mare riesce a rappresentare come nessuna altra cosa la varietà, la pericolosità, la bellezza e la poesia della vita, è davvero un’immagine totale della vita, capace di contenerne gli opposti senza mai perdere coerenza. E forse è proprio per questo che, quando parliamo di mare, finiamo sempre per parlare di noi. Forse il motivo per cui il mare ci tocca così profondamente è che non giudica, ma riflette. Ci mostra chi siamo: fragili e forti, inquieti e innamorati, in cerca di un porto ma sempre pronti a ripartire.
E quando accadono storie come quella dell’Acquario, il mare diventa anche un archivio di memoria: trattiene, restituisce, racconta. È un custode silenzioso delle vite che lo attraversano.
Il mare quella mattina sembrava tranquillo, ma chi lo conosce davvero sa che la tranquillità è solo una delle sue maschere. Lo guardava dal molo, con le mani in tasca e il vento che gli tirava la giacca come un bambino impaziente. Era lì, tra reti stese ad asciugare e barche che parlavano più degli uomini ed ogni tavola di legno, ogni corda consumata aveva una storia da raccontare.
Il mare, invece, non raccontava mai nulla. Il mare mostrava.
Mostrava la sua varietà nei colori: un giorno verde come una promessa, un altro nero come un presagio. Mostrava la sua bellezza nei riflessi del sole, che sembravano monete d’oro sparse per sbaglio dagli dèi. E mostrava la sua pericolosità nel modo in cui, senza preavviso, si alzava e si richiudeva su sé stesso, come un animale che si sveglia di colpo.
Il capitano lo sapeva bene. Aveva perso un amico, anni prima, in una notte di vento improvviso. Da allora, ogni volta che guardava l’orizzonte, gli sembrava di vedere una linea sottile: la linea dell’onda, quella che separa ciò che il mare concede da ciò che trattiene. Quella mattina, però, il mare aveva un altro volto. Non minaccioso, non accogliente. Semplicemente vero. Le onde arrivavano lente, come se volessero ricordargli qualcosa, e lui, senza sapere perché, si ritrovò a pensare che il mare era l’unico luogo dove la vita si mostrava per ciò che era davvero: imprevedibile, splendida, crudele, generosa. Un luogo dove ogni passo era un rischio e ogni ritorno un dono.
«La vita è così» pensò. «Una barca che esce e una che rientra. Una tempesta che arriva e un cielo che si apre. Una paura che ti stringe e una bellezza che ti salva.»
E mentre il sole saliva, il capitano capì che il mare non era lì per essere capito. Era lì per essere attraversato.
Come la vita.
Gloria Berloso – 24 febbraio 2026

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