agosto 9, 2020

CLARENCE WHITE

Brian Jones, Al Wilson, Jimi Hendrix, Janis Joplin oppure Jim Morrison sono considerati vittime colpevoli agli occhi della Verità. L’autenticità delle lacrime, la forza del rimpianto vengono così rapidamente vendute alla gente che sarà fatto credere che i discepoli di questa musica “sporca” sono doppiamente responsabili di incoraggiare i loro idoli approvandoli. I maggiori quotidiani, soddisfatti del loro lavoro minatorio, si attengono in genere a questo. La cosiddetta stampa specializzata continua spesso, involontariamente ma altrettanto efficacemente, a sezionare le complesse e uniche caratteristiche di questo nuovo immortale, con moltissimi riferimenti astrologici o cabalistici (le iniziali degli scomparsi), mentre lo showbiz inizia la sua campagna di ristampe inedite.
Meno spettacolare ma altrettanto tragica la morte accidentale di Clarence White.
Probabilmente sapevate che Clarence aveva riformato i Kentucky Colonels con i suoi due fratelli Eric e Roland e l’ex membro della Country Gazette Alan Mundy. White è stato investito e ucciso all’istante da un’auto che si è schiantata contro il camion che stava ricaricando dopo un concerto. Suo fratello minore è rimasto gravemente ferito nell’incidente, ed è stato ancora più tragico per l’assurda banalità dell’incidente.
Clarence White aveva ventinove anni, ha lasciato dietro di sé una moglie troppo sensibile e due promettenti figli, il maggiore dei quali stava imparando a suonare la chitarra e il pianoforte. Il suo nome, il suo luogo di nascita a Lewistown, New England, e il padre canadese sono sufficienti per tratteggiare la sua personalità. Chiunque lo conoscesse o gli si avvicinasse vi dirà che era una persona piuttosto simpatica, non molto loquace ma ferma e precisa come il suo modo di suonare la chitarra. Sul palco, eravamo abituati alla sua piccola statura sormontata da un volto scuro e impassibile che contrastava con il suo eterno abito bianco. Solo i suoi occhietti luminosi dicevano abbastanza sul suo ruolo nei Byrds; una posizione che lasciava poco da temere al loro leader.
Tutta la famiglia di Clarence (che ricorda gli Everly Bros) era composta da musicisti, fino a quando suo zio gli insegnò la chitarra all’età di sei anni. Solo quattro anni dopo, si unì alla sua prima band formata con i suoi due fratelli, i Three Little Country Boys, che divennero i Kentucky Colonels quando Clarence aveva sei anni. White ha poi raggiunto il suo amico Gene Parsons a Cajun Gib & Gene dal 65/66 al 68. Parsons suona il banjo e Guilbeau il violino. Alla fine del ’68, ha formato Nashville West per alcuni mesi prima di unirsi definitivamente ai Byrds. Questo gruppo comprendeva Wayne Moore (basso) e Sneaky Pete Kleinow (Pedal Steel Guitar). Questi diversi palcoscenici sono durati solo grazie al piacere che i musicisti hanno avuto nel suonare insieme, in quanto si sono guadagnati da vivere solo in studio. Clarence non è sfuggito alla regola ed è diventato un musicista molto ricercato dal 65 al 68, accompagnando Pat Boone, Ricky Nelson, The Monkees, Gene Clark, Linda Ronstadt, Arlo Guthrie, poi Joe Cocker, Rita Coolidge, i Burritos e Randy Newman (il famoso Twelve Songs con Ry Cooder) quando era già Byrd a pieno titolo. Ha avuto anche il tempo di registrare il suo primo album da solista per Backersfield International nel 67, dopo aver rifiutato le offerte di Vanguard e Folkways. È vero che i suoi guadagni superavano già i sessantamila dollari all’anno. È Chris Hillman, anch’egli ex bluegrass, a presentargli Jim McGuinn e le sue prime sessions per i Byrds inizieranno alla fine del 66 con Younger Than Yan Yesterday (uscito nel febbraio del 67) poi Notorius Byrd Bros (gennaio del 68) in cui non gli viene accreditato ma, dettaglio interessante sull’evoluzione del gruppo come il suo, suona il dobro. “Sweetheart of the Rodeo” (agosto 68) mostra il suo indispensabile posto al fianco di McGuinn, al quale si unisce infine alla fine dell’anno per incidere Dr. Byrds & Mr Hyde (marzo 69), che finalmente rivela la gamma coerente della sua personalità musicale e la sua sorprendente complementarietà telepatica con la chitarra di McGuinn. Le ultime quattro registrazioni dei Byrds culmineranno in “Untlited” (settembre 70) dove compone Nashville West e suona il mandolino.
Un altro pioniere dunque della Fender-Telecaster, Clarence White avrebbe potuto diventare uno dei più grandi chitarristi di oggi, non aveva ancora chiuso il cerchio riformando i Kentucky Colonels. Allo stesso tempo, Roger McGuinn ha riunito i Byrds originali con più ambizioni commerciali di Clarence, la cui modestia gli è costata la vita, poiché stava facendo il lavoro di un road manager quando è stato ucciso. Questa semplicità del musicista non esclude l’orgoglio, e questo gli è valso un ultimo litigio con McGuinn dopo la partenza di Gene Parsons e Skip Battin. Nel dicembre del 71, White aveva dichiarato che la formula di allora (settembre 69 – settembre 72) poteva essere modificata solo dalla fine permanente dei Byrds. McGuinn aveva già assunto John Guerin e poi Chris Ethridge che Clarence si rifiutava di considerare come Byrds, dopo tre anni di evoluzione con gli stessi musicisti. Hanno quindi deciso di sciogliere la formula dell’ottavo gruppo. I New Kentucky Colonels sono stati presentati in Europa e la malinconia di uno stile solitamente così piacevole ha mostrato il disgusto di White per la musica resa artificiale dalla posta in gioco di cui era oggetto.
Grande ammiratore di James Burton da cui trasse ispirazione dagli esordi (ovvero la tecnica sviluppata dalle tre corde del banjo che posizionano le attuali corde filettate), Clarence White era un chitarrista più completo di quanto le sue origini suggerissero. I suoi assoli erano precisi contro-canti con abbellimenti armonici sovrapposti a melodie vocali esistenti o immaginarie. Le sue note sulle corde erano sempre meticolosamente allineate ai tempi di Gene Parsons che la loro lunga esperienza comune rendeva particolarmente efficaci nelle accelerazioni generalmente successive alle mezze interruzioni di cui Clarence era il precursore dei Byrds. Il chitarrista era quindi davvero a immagine dell’uomo; diverso dagli altri, un po ‘chiuso su se stesso, agendo con classe e una sicurezza che non lasciava nulla di incompiuto.
I suoi ultimi piani erano quasi completi quando partì per il suo ultimo tour: un secondo album solista, questa volta per la Warner Bros, e un altro in associazione con Richard Green, quel meraviglioso violinista che faceva parte dei Seatrain.

 

Gloria Berloso

agosto 9, 2020

Ci sono stati due tipi di critici: quelli noti e quelli che hanno smesso di scrivere e sono caduti nella povertà

Tutti i pomeriggi se ne stava seduto su una panchina a due passi dal municipio di Sète con Denis, il suo compagno di sventura. Possiamo dire che la vita di Daniel non era altro che caos e tormento. Aveva commesso un grosso errore, ma aveva pagato il suo debito con la società. Avrebbe potuto iniziare con il piede giusto se solo i pochi amici che gli erano rimasti fossero stati disposti a prenderlo per mano. Ma lui si è completamente lasciato andare senza alcuna voglia di riprendersi e la sua fine è stata particolarmente triste. La Piuma del “Rock & Folk” degli anni Settanta, Daniel Vermeille è stato trovato morto in un parcheggio di Sète il 23 gennaio 2011.
Daniel è un fantasma del passato e a Sète era diventato una curiosità. Su di lui ruotavano tante storie perché era amico di Keith Richards, di Iggy Pop, si dice anche degli Stones. In quel parcheggio sotterraneo lo avevano trovato solo, distrutto dalla droga e dall’alcol. Dopo la sua morte, Daniel Vermeille fu ricordato per le sue più importanti recensioni su Rock & Folk degli anni Settanta, di cui fu uno dei primi grandi critici rock.
Prima di cadere nell’oblio, Daniel Vermeille aveva condotto la sua vita a immagine e somiglianza del rock del suo tempo: selvaggia, violenta, senza concessioni.
Vermeille era come un’enciclopedia, uno Stakhanovista capace di scrivere trenta fogli in una notte. Era un fan assoluto degli Stones, uno specialista della West Coast US, dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane. Aveva due passioni: la musica rock e lo sballo. Figlio di ricchi agenti immobiliari a Conflans-Sainte-Honorine (Yvelines), aveva con loro una relazione tesa.
Vermeille occupava il primo piano della loro casa, circondato da 10.000 dischi, era fragile, fisicamente potente, emotivo, ribelle, i suoi amici avevano tutti dei coltelli.
Nel 1972, Vermeille arrivò a Sète. Prima aveva trascorso un buon periodo a Villefranche-sur-Mer, nella villa dove gli Stones stavano registrando l’Esilio in Main Street. Daniel tradusse i testi ed insegnò loro molte cose.
Dopo il 1975, ha scritto meno e ha finito per scomparire nel 1979.
Chantal Koechlin, moglie del fondatore di Rock & Folk, Philippe Koechlin, dice: “Ci sono stati due tipi di critici: quelli noti e quelli che hanno smesso di scrivere e sono caduti nella povertà”.
E Daniel che sapeva tutto del Rock, che era amico di tanti, che conosceva sette lingue, che ha pagato il suo errore scontando un po’ di anni di prigione dimenticato da tutti, è morto nel buio più profondo di uno scantinato. La sua penna era preziosa, io ne conservo ancora le sue “piume”. Merci !

luglio 3, 2020

“Alla maniera degli antichi bardi, le storie narrate attraverso l’arpa, sono storie nelle quali ognuno può riconoscere se stesso e le proprie emozioni”.

Scritto da Gloria Berloso il 15 gennaio 2011 per Bravonline.it

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408035_261207920610382_1630414039_nRicky Mantoan, un amico per la vita. Così l’ho ricordato anni fa scrivendo una nota su facebook. Per lui ho scritto fiumi di parole per trasmettere a tutti Voi, la bellezza artistica ed interiore di questo straordinario artista conosciuto nel 1998 in una piccola località del Friuli Venezia Giulia, nel locale che diventò teatro di altri concerti altrettanto emozionanti e preso in cura da me l’anno precedente. Era un giorno di marzo, un pomeriggio tranquillo ed io avevo già appeso in bacheca una locandina per annunciare il concerto di Luigi Grechi e Ricky Mantoan , quando vidi arrivare un’auto carica di strumenti con i pionieri della musica folk e country; di loro, io già conoscevo molte cose, di quanta strada avessero fatto entrambi, specialmente negli Stati Uniti. Luigi era uno storico cantautore del celebre Folkstudio di Roma, quando a gestirlo c’era Cesaroni, per un periodo relativamente breve ed insieme a…

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luglio 3, 2020

KALAMASS

A memoria del Maestro “Ricky Mantoan”

ilblogfolk.wordpress

“Kalamass” è il nome in lingua celtica della Serra di Ivrea, la collina perfettamente rettilinea che circonda un lato dell’anfiteatro morenico di Ivrea. Questo nome è riportato su molti antichi documenti e ancora usato dagli anziani del luogo che chiamano “COSTA di KALAMASS” la lunghissima collina che parte dal Monbarone, la montagna che domina l’accesso verso la Valle d’Aosta, e si prolunga, segnando il confine tra Canavese e Biellese, oltre il lago di Viverone fino ed oltre al castello di Masino, in un lungo arco che raggiunge quasi le rive della Dora Baltea.

serra                                                                                                        La Serra d’Ivrea

Nel 2004…

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maggio 27, 2020

Huddie William Ledbetter ( Leadbelly)

Lead Belly, anche scritto Leadbelly, il suo vero nome è Huddie William Ledbetter, nato il 21 gennaio forse del 1885 a Jeter Plantation, vicino a Mooringsport, Louisiana; morto il 6 dicembre 1949, a New York, cantante, cantautore e chitarrista del folk-blues americano, la cui capacità di eseguire un vasto repertorio di canzoni in una varietà di stili, in combinazione con la sua vita notoriamente violenta, lo ha reso una leggenda.
Musicale fin dall’infanzia, Lead Belly suonava la fisarmonica, la chitarra a 6 e (più spesso) 12 corde, il basso e l’armonica. Conduceva una vita errante, imparando canzoni assorbendo la tradizione orale. Per un certo periodo ha lavorato come musicista itinerante con i Blind Lemon Jefferson. Nel 1918 fu incarcerato in Texas per omicidio. Secondo la tradizione, si guadagnò la sua prima uscita dal carcere nel 1925 cantando una canzone per il governatore del Texas quando visitò la prigione.
Dopo aver ripreso una vita alla deriva, nel 1930 Lead Belly fu condannato per tentato omicidio e imprigionato in Angola, Louisiana, fattoria carceraria. Lì fu “scoperto” da John Lomax e Alan Lomax, che stavano raccogliendo canzoni per la Biblioteca del Congresso. Una campagna condotta dai Lomax assicurò il rilascio di Lead Belly nel 1934, e lui si imbarcò in un tour di concerti nei college orientali. Successivamente, i Lomax pubblicarono 48 delle sue canzoni insieme al commento (Negro Folk Songs as Sung by Lead Belly, 1936). Lead Belly si esibì e registrò ampiamente. Le sue prime registrazioni commerciali furono fatte per la American Record Corporation, che non approfittò del suo enorme repertorio folk, ma lo incoraggiò a cantare il blues. Si stabilì a New York City nel 1937. Lottò per guadagnare abbastanza soldi, e nel 1939-40 fu di nuovo incarcerato, questa volta per aggressione. Dopo la sua uscita, lavorò brevemente con Woody Guthrie, Sonny Terry, Brownie McGhee e altri come Headline Singers, si esibì alla radio e, nel 1945, apparve in un cortometraggio. Nel 1949, poco prima della sua morte, diede un concerto a Parigi.
Lead Belly morì senza un soldo, ma nel giro di sei mesi la sua canzone “Goodnight, Irene” divenne un successo da un milione di copie per il gruppo dei Weavers; insieme ad altri brani del suo repertorio, tra cui “The Midnight Special” e “Rock Island Line”, divenne uno standard.
L’eredità di Lead Belly è straordinaria. Le sue registrazioni rivelano la sua padronanza di una grande varietà di stili canori e la sua prodigiosa memoria; il suo repertorio comprendeva più di 500 canzoni. Il suo modo di suonare la chitarra ritmica e le accentuazioni vocali uniche rendono il suo lavoro istruttivo e avvincente. La sua influenza sui musicisti successivi tra cui Eric Clapton, Bob Dylan, Janis Joplin e Kurt Cobain, è stata immensa.

Alcune delle sue canzoni d’ascoltare.

Bring Me Little Water, Sylvie

Black Girl

Pick A Blae Of Cotton

Red Cross Store Blues

Bourgeoise Blues

Poor Howard

Where Did You Sleep Last Night

Take This Hammer

Chicago

Ain’t It A Shame

Goodnight Irene

Rock Island Line

Cotton Fields

Midnight Special

Good Night Irene

Careless Love

Laura

On A Monday

Jumpin’ Judy

Alabama Bound

aprile 13, 2020

LETTERA A JOHN PRINE

via LETTERA A JOHN PRINE

aprile 12, 2020

QUARANTENA TOUR ha una pagina Facebook con eventi streaming

La socialità fredda e distante dei nuovi media può diventare l’unico flusso attraverso il quale preservare l’umanità. Siamo animali sociali. Siamo lavoro. Siamo esseri dotati di linguaggio, incapaci di non comunicare.
In questo momento di restrizioni (sacrosante, e quindi necessariamente da rispettare) si sperimentano modi alternativi per esercitare comunque la nostra essenza di esseri umani.

Questo gruppo raccoglierà gli eventi streaming e informerà il pubblico sulle date che verranno via via organizzate. Max Manfredi e Federico Sirianni daranno l’abbrivio a questo esperimento, opportunamente supportati dal loro team. A voi, come pubblico, si chiederà di condividere l’idea, di far diventare “virale” questo contatto umano che sa stare nelle norme ministeriali. Ci sarà, altresì, la possibilità di effettuare delle donazioni agli artisti direttamente in live su Twitch. Una percentuale dei proventi verrà raccolta per supportare la sanità in questa emergenza. L’altra servirà per poter mandare avanti il progetto.

E-mail di riferimento a cui mandare le vostre opere:

quarantenatour@gmail.com
oppure infomaxmanfredi@gmail.com

Federico Sirianni

Max Manfredi

 

link pagina Facebook https://www.facebook.com/groups/590881615102407/


Gloria Berloso
Membro fondatore

 

 

aprile 8, 2020

LETTERA A JOHN PRINE

Caro John,

cercherò di scriverti questa lettera. Non è facile perché il dolore è troppo grande; le parole per esprimere la mia vicinanza a Fiona, alla tua famiglia le troverò ascoltando le tue canzoni. Si, le tue canzoni sono il miglior modo per dare un senso alla perdita di un amico, un amore. Non racconterò il tuo percorso, la tua fatica a resistere in questa vita, la malattia che ti ha colpito. Racconterò la tua musica, i tuoi versi, la tua sensibilità, il tuo umore, i tuoi sorrisi, la tua bellezza interiore perché sono stati e sono ancora fonte d’ispirazione per me e il mio compagno di vita. Lui se n’è andato mentre registravamo una tua canzone,”Speed Of The Sound Of Loneliness”. Le tracce sono rimaste ancora nel registratore dello studio della nostra casa, non potrei mai cancellarle. Hai sempre fatto parte della nostra vita. È un potente mezzo e un dolore spaventoso, oggi ha oltrepassato la linea del male. Beh, come puoi chiedere di domani, non abbiamo una sola parola da dire. E cosa hai fatto in nome del cielo? Hai rotto la velocità del suono della solitudine, sei là fuori a correre solo per rimanere in libertà.
Gli amici solitari della scienza dicono “Il mondo finirà quasi ogni giorno”. Beh, se lo fa, allora va bene perché comunque io non vivo qui, vivo nel profondo della mia testa. Me lo hai insegnato tu in “Lonesome Friends of Science”. Quei bastardi in camice bianco, chi sperimenta con le capre di montagna dovrebbe lasciare in pace l’universo, non sono affari loro, non è la loro casa. Vado a dormire e non piove mai ma il cane predice gli uragani, riesce a sentire l’odore di una tempesta a un miglio di distanza. Noi sappiamo questo, vero John? Non si può vivere insieme, non si può vivere da soli considerando il tempo che ci rimane. Uno di questi giorni, una di queste notti ci toglieremo il cappello e ci leggeranno i nostri diritti. Ci sballeremo ogni volta che ci sentiremo giù. Non si può rimanere soli quando ci allontaniamo nell’ultimo viaggio. Tutti sognano un sogno che non si avvererà mai. Per favore, chiudi a chiave quella porta, non ha molto senso che il buon senso non abbia senso. Non più. Mi siedo da sola a guardare il mondo attraverso una finestra. Il tempo non vola, si ferma e scappa mentre la puntina sul tuo disco mantiene il tuo ricordo. Tu vivi nella mia testa e il dolore è fresco, caro John. E guardo un uomo battere la mano contro una finestra nel mezzo della tempesta a chilometri di distanza, sulle colline e sui torrenti.


Una candela brucia e il silenzio è d’oro finché non urla proprio attraverso le ossa che diventano polvere.

Buon viaggio caro John, ci si rivede più in là.

Gloria

John Prine

 

marzo 6, 2020

I “Canti dell’India” di George Harrison e Ravi Shankar

Il 18 aprile, “Chants of India” di George Harrison e Ravi Shankar sarà ristampato per la prima volta su vinile.
L’album è stato pubblicato per la prima volta nel 1997, il che lo rende uno degli ultimi progetti a cui Harrison ha lavorato prima della sua morte per cancro nel 2001.
Pubblicato dall’etichetta discografica Dark Horse Records di George Harrison, recentemente riattivata, l’album comprende 16 brani del maestro di chitarra di Harrison e amico intimo di Ravi Shankar.
“George Harrison era molto entusiasta”, lo ha detto Shankar in un’intervista del 1997 con Rolling Stone, “e voleva prendere in mano la produzione. Questi canti sono molto antichi, tratti dalle Scritture. Alcuni li ho composti io. Il ‘Mangalam’ è venuto da me mentre camminavo a Friar Park, la casa di George, dove stavamo registrando. Guardavo gli alberi e il cielo, e all’improvviso mi sono sentito molto euforico, desiderando che tutto andasse bene per tutti, e mi è venuto in mente”.
Oltre a produrre l’album, Harrison avrebbe contribuito con voce, chitarra acustica, autoharp, basso, vibrafono, marimba e glockenspiel.
George Harrison incontrò per la prima volta Ravi nel 1966.


Shankar avrebbe insegnato a Harrison i rudimenti del sitar e gli avrebbe fatto da mentore in materia di cultura e spiritualità indiana, cosa che ebbe un profondo impatto sui Beatles.
“La musica indiana è brillante,” Harrison non molto tempo dopo l’incontro con Ravi, “e per me, comunque, questo è solo personale, ha tutto in sé. Mi piace ancora l’elettronica e ogni genere di musica se è buona, ma la musica indiana è semplicemente… un intoccabile non si può dire cosa sia perché lo è e basta”.
La notizia della pubblicazione di Chants of India segue l’annuncio che il figlio di George, Dhani Harrison, insieme alla figlia di Ravi, Nora Jones, renderà omaggio a Shankar in una serie di concerti per il centenario, il prossimo maggio.
Chants of India sarà disponibile su 2 x 12″ LP 180-Gram Red Vinyl e includerà una stampa fotografica esclusiva di 12 “x12”.

Gloria Berloso

 

marzo 3, 2020

DUO BOTTASSO IN TOUR, 16 CONCERTI FRA MARZO E APRILE

IL DUO BOTTASSO IN TOUR FRA MARZO E APRILE

16 appuntamenti per presentare i loro più recenti progetti: “Il Cielo di Pietra” e “LinguaMadre: Il Canzoniere di Pasolini”.

Duo Bottasso

Duo Bottasso

Sono uscite le date del tour che vedrà coinvolti i due musicisti cuneesi dal 15 marzo al 26 aprile: sedici appuntamenti, tra Italia, Svizzera, Francia e Olanda, per presentare i loro più recenti progetti. Dopo la vittoria nella sezione Giovani del “Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana” con il lavoro discografico “Biserta e altre storie” (in collaborazione con Simone Sims Longo), Simone e Nicolò Bottasso hanno dato vita a due nuovi lavori molto diversi fra loro.
“Il Cielo di Pietra” è uno spettacolo audiovisual con materiali d’archivio dell’EYE Film Institute di Amsterdam, liberamente ispirato dall’omonimo racconto di Italo Calvino. Commissionato sotto forma di carta bianca dal festival svizzero Alpentoene, è stato realizzato in collaborazione con i registi di Cosenude Media Projects e con l’animatrice Alice Gallouin. Dal vivo, al violino, alla tromba, all’organetto ed al flauto del Duo Bottasso, si affianca l’elettronica di Simone Sims Longo, visual artist cuneese immerso nella cultura contemporanea, a confermare un sodalizio che già in “Biserta e altre Storie” si era rivelato vincente. Lo spettacolo è un’odissea fra il mondo del silenzio e delle profondità, che si contrappone alla pullulante e caotica superficie della Terra. Le immagini provengono da lavori, tra gli altri, di Segundo de Chomon, George Méliès e JC Mol, visionari registi che ad inizio Novecento per primi sperimentarono con colore, effetti speciali e ricerca del microscopico; e sono state rilette ed attualizzate da Simone Sims Longo. Si segnala il 17 marzo al Batavierhuis di Rotterdam (Olanda), il 21 marzo al Recode (Cuneo, organizzato da Associazione Culturale Origami) ed il 26 aprile al Bozen Film Festival (Bolzano).
“LinguaMadre: Il Canzoniere di Pasolini” è invece un tributo alla bellezza dei dialetti italiani ed alla figura della madre. Attraverso la composizione di nuove canzoni sui testi raccolti da Pier Paolo Pasolini nel 1955, il quartetto LinguaMadre (nel quale la cantante friuliana Elsa Martin ed il polistrumentista e cantante calabrese Davide Ambrogio si affiancano al Duo Bottasso) presenta un viaggio attraverso la poesia popolare italiana e le sue molte lingue. I quattro musicisti, fra i talenti più interessanti del nuovo folk italiano, hanno riletto l’opera di Pasolini attraverso le lenti della contemporaneità, senza filologismi, ma con il senso estetico e le procedure sonore di chi oggi suona ed interpreta in maniera creativa le musiche di tradizione orale.
Produzione originale dell’edizione 2019 dei festival Premio Andrea Parodi, Mare & Miniere e Premio Loano per la Musica Tradizionale Italiana, LinguaMadre ha preso dunque il largo, e presenterà le sue canzoni fra il 23 ed il 29 marzo. Si segnala l’appuntamento di venerdì 27 marzo al FolkClub di Torino.
Maggiori informazioni sui concerti del tour sono disponibili sui canali social del Duo Bottasso e sul loro sito (www.duobottasso.com).



http://www.duobottasso.com

Gloria Berloso