Archive for ‘Le canzoni di protesta e politiche’

marzo 29, 2026

New Orleans, la culla dei miei sogni

Quando vivevo a Gorizia dicevo agli amici che avrei voluto andare in Louisiana, il più delle volte citavo New Orleans, in effetti al liceo avevo fatto la richiesta di trasferirmi per un anno ma mio padre alla fine non firmò l’autorizzazione per lasciarmi partire. Da piccola, New Orleans non mi sembrava che fosse proprio dietro l’angolo. Mi sembrava la fine del mondo; il posto più lontano che si potesse immaginare. Era sia il centro del mondo, essendo la città più grande della Louisiana, sia il limite estremo: una zona liminale piena di totem onirici voodoo e medium invadenti avvolti in strati di lino viola. Lì c’era soprattutto la culla del jazz. Così, naturalmente, la hit radiofonica “House of the Rising Sun”, ambientata in una sorta di New Orleans mitica, ha cominciato a risaltare dal chiacchiericcio di sottofondo delle catene di ristoranti. Da bambina ho sempre pensato che fossero stati gli Animals a scrivere la canzone. Ma no. Bob Dylan? No. Woody Guthrie? No. Che ne dite di Lead Belly, tirato fuori dalla prigione di Angola in Louisiana da un dirigente discografico? Ancora no.

Chi ha scritto “The Rising Sun”?

Posso dirvi che la risposta breve è: nessuno lo sa. La risposta più divertente, e probabilmente anche quella vera, è che nessuno l’ha scritta. È emersa come un fantasma canoro dalle colline, attraverso le migliaia di bocche dei cantanti folk del Sud e degli Appalachi, molto prima che avessimo la radio, i registratori o persino che i treni iniziassero a solcare i boschi. Ascoltando le vecchie canzoni mi ha sorpreso scoprire che il “Sud” non era solo il territorio a sud della linea Mason-Dixon. Bastava guidare per circa 45 minuti da qualsiasi grande città e all’improvviso la gente andava a caccia e parlava con un accento strascicato.

Con mio padre viaggiando in auto a volte con “House of the Rising Sun” in sottofondo, pensavo a com’era il paese prima che Walmart e McDonald’s si affacciassero su ogni autostrada. A causa di quelle insegne di plastica retroilluminate onnipresenti, possiamo essere indotti a credere che viviamo tutti lo stesso tipo di vita. Ma se mai vi spingete un po’ più lontano si apre un universo completamente diverso. Uno più antico, e che probabilmente sta svanendo dalla memoria. Si può ancora sentire, se si ha l’orecchio per farlo, attraverso gli accordi inquietanti di quella canzone, le voci dei suoi primi cantanti che echeggiano ancora sopra i pini in fiamme, il calore sotto le sue ali.

Probabilmente, la canzone iniziò a comparire alla fine del XIX secolo. I “carpetbaggers” iniziarono a ricostruire le loro case principalmente intorno alle grandi città del Sud; quindi, le sensibilità strettamente meridionali tendevano a sopravvivere nei piccoli e remoti paesini tra le colline e le montagne (da cui il termine “hillbilly”). Alcuni di questi “hillbilly” conoscevano a memoria fino a 500 canzoni popolari. Questo periodo, all’incirca dal 1865 all’inizio dell’era moderna negli anni ’30, è un periodo quasi unico nel suo genere: i semi della musica americana che il mondo intero ama ancora oggi, praticamente tutti piantati proprio lì.

Era poco prima dell’invenzione del registratore e quindi dei mass media, ma solo pochi anni dopo che i treni avevano iniziato a collegare tutti quei piccoli paesi remoti al resto del mondo. Era un periodo liminale della storia, come quando ci si sveglia per la prima volta: abbastanza coscienti da sapere di stare sognando, ma abbastanza addormentati da poter sognare.

Era l’epoca dei “vagabondi”. Uomini che tendevano a lasciare la città per svariati motivi (di solito negativi) e a proseguire verso la successiva per tentare la fortuna e magari condividere qualche canzone. Erano capaci di invogliare i vostri figli a scappare in città in cerca di “opportunità”, ma altrettanto probabile era che finissero per drogarsi, giocare d’azzardo e prostituirsi. Mettete insieme un po’ di vagabondi e venditori ambulanti, e avrete quello che veniva chiamato uno “spettacolo di medicina”. Viaggiavano di paese in paese, suonando musica e poi vendendo olio di serpente e rimedi universali, preparati da “dottori” con nomi come Doc Hudson, che probabilmente erano anche prestigiatori e suonatori di banjo. Potreste sentire la canzone struggente di Doc, ricordarla a malapena e poi non rivederlo mai più. Fate vostra la melodia, modificando leggermente il testo e la melodia per cantarla meglio ai vostri cugini in veranda. Attraverso il tempo e le generazioni, solo le melodie e le immagini più profondamente evocative rimangono, tramandate oralmente dai vagabondi che viaggiano clandestinamente sui treni.

Attraverso la memorizzazione delle canzoni, avveniva un processo di distillazione. Ma, cosa forse ancora più importante, dimenticando ciò che è dimenticabile, la musica si riduceva alle sue forme archetipiche più autentiche, in un modo che non sarebbe stato possibile prima dell’America di frontiera o dopo l’avvento dei mass media.

Un nuovo mondo si stava appena risvegliando; un mondo entusiasmante fatto di tecnologia, musica, vita cittadina e dei suoi vizi. Bastava seguire un qualsiasi corso d’acqua, da qualsiasi antica cittadina di montagna o di collina, fino alla sua foce. Tutti, alla fine, conducevano a New Orleans, dove si poteva registrare una vecchia canzone di famiglia che avrebbe potuto rendervi famosi.

All’inizio del XX secolo se aveste chiesto a chiunque nelle piccole città del Sud se conoscesse “House of the Rising Sun”, probabilmente vi avrebbe risposto di sì o almeno vi avrebbe indicato qualcuno che la conosceva. Se poi aveste chiesto come l’avessero imparata, vi avrebbero detto che gliel’aveva insegnata un nonno o che non se la ricordavano. Era già lì, a quanto pare, come una vecchia vegetazione, a mettere in guardia contro qualche difetto permanente nelle nostre anime.

Verso la fine, a seconda della versione, il cantante dice che hanno “un piede sul treno, un piede sulla banchina”. C’è un momento di esitazione, una possibile scelta. Decidono di tornare indietro, dicendo: “La mia corsa è quasi finita”. Loro, come mio fratello, moriranno sotto il sole nascente.

Qualunque spirito errante, colui che ha ispirato quella canzone, voglia che tu sappia, anche solo per un fugace spiraglio verso la fine: puoi scendere dal treno.

Nel 1969, una band di Detroit “Frijid Pink” registrò una versione psichedelica di House of the Rising Sun, che divenne un successo internazionale nel 1970.

febbraio 6, 2026

I fratelli Bottasso, curiosi musicisti e compositori hanno appena pubblicato Postcards from Italy

Recensione di Gloria Berloso

Nicolò ai violini, tromba, elettronica, visuals

Simone su organetto (fisarmonica diatonica), flauto, elettronica, sound design

“Postcards from Italy non riguarda solo film d’archivio, paesaggi o nostalgia.

Riguarda la memoria come atto politico.

RECENSIONE – “Postcards from Italy” si ispira a quindici diari di viaggio: cortometraggi girati oltre un secolo fa in diverse città italiane e oggi restaurati dall’Eye Filmmuseum di Amsterdam. Queste pellicole, nate come semplici testimonianze di viaggio o esercizi di osservazione, diventano oggi un archivio prezioso per leggere un Paese in trasformazione. Non mostrano solo luoghi: mostrano modi di guardare, di attraversare lo spazio, di rappresentare l’altro. In quei film scorrono strade affollate, porti brulicanti, piazze che ancora non conoscono il turismo di massa, fabbriche che iniziano a scandire nuovi ritmi di vita. Sono immagini che raccontano un’Italia sospesa tra tradizione e modernità, tra radicamento e movimento, tra identità locali e spinte globali. Eppure, ciò che colpisce non è soltanto ciò che vediamo, ma ciò che quelle immagini implicano: chi riprende, chi viene ripreso, cosa viene scelto, cosa resta fuori campo. Rimettere mano a questi materiali significa interrogare la memoria come costruzione politica. Significa riconoscere che ogni archivio è un dispositivo di potere, che ogni immagine è il risultato di uno sguardo situato, che ogni documento è anche una forma di narrazione. “Postcards from Italy” parte da questa consapevolezza e prova a restituire alle immagini la loro complessità, sottraendole alla patina della nostalgia per riportarle nel territorio vivo del presente.

Nell’estate del 2022 il Duo Bottasso ha ripercorso in treno lo stesso itinerario dei cineoperatori di un secolo fa, attraversando le stesse città, gli stessi paesaggi, gli stessi snodi ferroviari. Con microfoni e strumenti hanno registrato musica e suoni ambientali, lasciandosi guidare da ciò che quei luoghi restituiscono oggi: ciò che rimane, ciò che è cambiato, ciò che continua a ripetersi come un’eco sotterranea Il loro viaggio non è stato un semplice esercizio di confronto tra passato e presente, ma un tentativo di ascoltare il Paese attraverso le sue stratificazioni sonore. Rumori di stazioni, voci, traffico, silenzi improvvisi, spazi industriali riconvertiti, quartieri trasformati o scomparsi: ogni suono diventa una traccia di memoria, un indizio di come l’Italia si sia trasformata e di come continui a trasformarsi. Da questo dialogo tra immagini d’archivio e registrazioni contemporanee nasce un progetto che esiste in più forme: un album, un film e una serie di cartoline musicali. Tre modi diversi di attraversare lo stesso materiale, tre prospettive che si completano a vicenda. L’album esplora il paesaggio sonoro come narrazione autonoma; il film intreccia passato e presente in un montaggio che mette in tensione gli sguardi; le cartoline musicali diventano piccoli frammenti portatili, inviti a un ascolto intimo e personale.

“Postcards from Italy” è dunque un progetto che si muove tra tempi, media e sensibilità diverse, costruendo un ponte tra ciò che è stato e ciò che è ancora in divenire. Un modo per restituire vita a immagini antiche attraverso il suono del presente, e per ricordarci che ogni memoria è un territorio in movimento. Un progetto che mette in dialogo tempi diversi, linguaggi diversi, sensibilità diverse. Le immagini dei primi del Novecento e i suoni raccolti nel 2022 non si limitano a convivere: si interrogano, si contraddicono, si amplificano. L’archivio diventa così un luogo vivo, non un deposito di memorie immobili ma un campo di tensioni, dove il passato continua a risuonare nel presente e il presente trova nel passato nuove possibilità di lettura. Attraverso film, musica e cartoline sonore, il progetto invita a ripensare il modo in cui guardiamo l’Italia: non come un insieme di icone cristallizzate, ma come un territorio in continua trasformazione, fatto di stratificazioni, fratture, ritorni. Ogni immagine e ogni suono diventano un frammento di una storia più ampia, una storia che non smette di riscriversi.

In un’epoca in cui la memoria è spesso ridotta a estetica nostalgica o a strumento di semplificazione, “Postcards from Italy” propone un’altra via: un ascolto attento, un vedere che non si accontenta, un attraversamento critico. Un invito a considerare la memoria non come un rifugio, ma come un atto politico capace di aprire nuove domande sul nostro presente.

Questo progetto esiste sotto forma di album, film e serie di cartoline musicali.

L’uscita è prevista per venerdì 6 febbraio, il Bandcamp Friday.

Acquistare questo disco su Bandcamp non significa solo acquistare musica.

Significa anche rifiutare le piattaforme estrattive e sostenere direttamente gli artisti (testardi) che immaginano un futuro diverso e più sostenibile, in cui gli artisti possono seguire la propria visione, non le tendenze.

Gloria Berloso

6 febbraio 2026

Segui Gloria Berloso il mercoledì e il sabato alle ore 21 su http://www.radiocittasottile.it

gennaio 29, 2026

Streets of the world

di Gloria Berloso

Le canzoni sono l’arte più democratica che abbiamo: non chiedono permesso, non pretendono competenze, non esigono un luogo sacro. Entrano nella vita di chiunque, ovunque, e si sistemano lì, tra una memoria e l’altra, come ospiti che diventano la nostra famiglia. Sono ossa dell’umanità. Alcune sono fragili, incrinate dal peso di ciò che raccontano: guerre, addii, solitudini che non hanno trovato altra voce. Altre sono ossa guarite, saldate attorno a un dolore che ha imparato a trasformarsi in canto. E poi ci sono quelle che ci tengono insieme: melodie che attraversano generazioni, che passano di mano in mano come un’eredità invisibile, che ci ricordano che, per quanto diversi, vibra in tutti noi la stessa fame di significato. Una canzone è un gesto di sopravvivenza. È qualcuno che, in un punto qualunque del mondo, decide di non lasciare che un’emozione muoia dentro di sé, la affida a una melodia, la mette in circolo, la consegna a sconosciuti che un giorno, magari anni dopo, la useranno per dare un nome a ciò che provano. E così le canzoni diventano mappe emotive. Ci guidano quando non sappiamo dove andare, ci tengono fermi quando tutto intorno si muove troppo in fretta, ci ricordano che non siamo i primi né gli ultimi a sentirci spezzati, innamorati, perduti, ritrovati. L’arte delle canzoni è questa: trasformare l’indicibile in qualcosa che si può cantare, e nel farlo, rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di tre minuti.

Alcune ossa si spezzano. Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato. Altre ossa guariscono. Una canzone può essere una sutura: un gesto che ricompone ciò che era disperso, non elimina la ferita, ma la rende parte di un nuovo equilibrio. In questo senso, la musica non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma che possiamo abitare. E poi ci sono le ossa che tengono insieme. Sono le melodie che attraversano epoche e culture, che sopravvivono ai loro autori, che diventano patrimonio anonimo dell’umanità. In esse si manifesta una verità semplice e radicale: ciò che è più intimo in noi è anche ciò che ci unisce di più. La canzone è un paradosso vivente: nasce da un individuo, ma appartiene a tutti.

La filosofia, quando è onesta, riconosce che non tutto può essere detto con concetti. Alcune intuizioni richiedono il ritmo, la ripetizione, la vibrazione. Le canzoni sono la parte del pensiero che non si lascia catturare dalla logica, ma che tuttavia illumina la nostra condizione con una chiarezza diversa, più immediata. Forse è per questo che continuiamo a cantare: per ricordarci che, prima di essere individui separati, siamo un corpo comune che cerca armonia. E che, come ogni corpo, vive grazie alle sue ossa fragili, guarite, indispensabili. Il rapporto tra musica e identità è uno dei legami più profondi e meno visibili dell’esperienza umana. Non è semplicemente una questione di gusti: è un modo in cui tutti noi ci riconosciamo, dove si costruisce e si racconta. Le canzoni funzionano come un dispositivo riflettente, non ci dicono chi siamo in modo diretto, ma ci mostrano ciò verso cui tendiamo: emozioni che riconosciamo, valori che ci attraggono, mondi interiori che forse non avevamo ancora nominato. Quando diciamo “questa canzone parla di me”, stiamo riconoscendo un frammento della nostra identità che la musica ha reso udibile. L’identità non è statica, e la musica accompagna i suoi cambiamenti. Ci sono canzoni che arrivano in momenti di svolta e diventano simboli di un passaggio: una guarigione, una ribellione, una nuova consapevolezza. La musica non si limita a riflettere l’identità: la modella, la spinge, la apre.

Ogni persona porta dentro di sé un ritmo originario: il battito del cuore, il respiro, la cadenza dei pensieri. La musica esterna risuona con questa musica interna, e nell’incontro tra le due nasce un riconoscimento. Non ascoltiamo solo una canzone: ascoltiamo la parte di noi che vibra con essa. In questo senso, la musica non è un accessorio dell’identità, ma una sua manifestazione. La canzone non si limita a riflettere ciò che siamo: ci invita a diventare altro.

Ci sono canzoni che portano il segno della rottura. Sono nate da un dolore che non sapeva dove andare, da un’ingiustizia che chiedeva ascolto, da un silenzio che pesava troppo. Queste canzoni non cercano di guarire: cercano di testimoniare, sono ossa incrinate che non nascondono la crepa. La mostrano, la fanno vibrare, la trasformano in un ponte. In esse l’identità non si difende: si espone. Poi ci sono le canzoni che arrivano dopo. Dopo la tempesta, dopo la perdita, dopo la trasformazione. Sono melodie che non cancellano la ferita, ma la integrano in un nuovo equilibrio. Sono ossa che si sono saldate. Non tornano come prima, ma diventano più forti, più consapevoli. La musica, in questi casi, non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma abitabile.

Chiamarle ossa dell’umanità significa riconoscere che le canzoni non sono semplici ornamenti culturali, ma strutture profonde. Le ossa non si vedono, ma senza di esse non potremmo stare in piedi. Così le canzoni: invisibili nella loro leggerezza, ma decisive nel dare forma al nostro modo di sentire il mondo.  Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato.

Gloria Berloso

29 gennaio 2026

ottobre 8, 2023

Il delirio d’onnipotenza di un’intera epoca – Le canzoni di protesta e politiche – Quindicesima parte audio video

Grazie all’umile e privato uso della riproduzione domestica in cassetta, limpido e folgorante esempio di uso democratico, contro-culturale, della tecnologia, le canzoni di protesta e politiche, cominciarono a girare ovunque a decine e decine di migliaia di copie.

Vladimir Semyonovich Vysotsky 

“Le canzoni di protesta e politiche” raccontate da Gloria Berloso è un progetto culturale indipendente, senza scopo di lucro e gestito volontariamente senza percepire nulla in cambio. Il progetto è volto alla ricerca, allo studio e alla memoria di canzoni di protesta e politiche di tutto il mondo. I contenuti sono pubblicati sul sito YouTube, sono controllati accuratamente dietro copyleft e possono essere riprodotti se i proprietari lo consentono. Non sono rivolti ai bambini. Gli autori dei canti sono citati sempre e possono reclamare diritti sui testi qualora lo ritengano necessario. Nel caso di autore sconosciuto la denominazione può essere: anonimo o tramandato. La natura del progetto è di carattere storico culturale, assolutamente non commerciale. Tutti i canti presentati sono stati precedentemente pubblicati ed è degli autori la responsabilità del loro contenuto. Lo scopo del progetto è di raccontare le canzoni, la loro origine, il loro significato attraverso eventi storico politici, di guerra, di lotte operaie, studentesche, di genere, ecc.

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Autore: Gloria Berloso
ottobre 4, 2023

Prepara il letto per due – Le canzoni di protesta e politiche – Quattordicesima parte audio video

Cittadini del mondo cercano una terra senza confini. Il sogno è realtà

Mikis Theodorakis nel 1975

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Autore: Gloria Berloso

ottobre 3, 2023

Il significato vero di una canzone che si è dimenticato nel tempo – Le canzoni di protesta e politiche – Tredicesima parte audio video

Artisti disincantati dalla Depressione, che vivevano in mezzo alla povertà, alla disuguaglianza e all’ingiustizia, e che cercavano di usare la musica per dare voce e stare dalla parte degli impoveriti, degli oppressi e dei disorganizzati.

Leadbelly nel 1930

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Autore: Gloria Berloso

Dal 1984 promuove la cultura e l’insegnamento della storia della musica con concerti, libri, seminari, dibattiti, dischi, radio e video. Scrive poesie da sempre: alcune sono state pubblicate in una raccolta dedicata ai poeti contemporanei. Tutte le persone coinvolte in un progetto di diffusione artistica e culturale portano un messaggio di “crescita culturale”.

ottobre 1, 2023

La dura realtà della vita – Le canzoni di protesta e politiche – Undicesima parte audio video

Invece di uccidere, mi sono alzato e me ne sono andato

The Byrds – 1968

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Autore: Gloria Berloso
settembre 28, 2023

Gli atti vili di tutta nostra storia – Le canzoni di protesta e politiche – Decima parte audio video

La prigione non uccide ma lo fa la solitudine. Resistenza in prigione significa resistere a te stesso, proteggere la tua anima e la tua umanità da tutto quello che vedi e vivi ogni giornoSignifica cercare di non impazzire o morire lentamente per il fatto di essere stato rinchiuso e abbandonato in una stanza, dimenticato, senza sapere se e quando ne uscirai.

Shady Abash

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Autore: Gloria Berloso

settembre 25, 2023

L’abuso di potere – Le canzoni di protesta e politiche – Nona parte audio video

Esistono tante verità che possono coesistere perché siamo tutti esseri umani, uguali. Ma allo stesso tempo, diversi.

Peter Gabriel

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Autore: Gloria Berloso

settembre 22, 2023

Trasmettere la voce del popolo: Uguaglianza – Le canzoni di protesta e politiche – Ottava parte audio video

La violenza che la società industriale ed i suoi agglomerati urbani continuano ad esercitare contro i sentimenti di uomini e donne

Bob Marley

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Autore; Gloria Berloso