Archive for ‘Uncategorized’

giugno 7, 2026

Max Manfredi e Federico Sirianni concerto ai confini orientali

Recensione di Gloria Berloso

Non posso prendere in esame le varie canzoni eseguite, semplicemente perché Max e Federico hanno creato spontaneamente una situazione inscindibile, anche dal punto di vista tecnico, professionisti del suono e delle vibrazioni vocali. Hanno creato un’atmosfera suggestiva e preziosa con canzoni proprie, veri capolavori della canzone d’autore con le entrate o gli assoli delle chitarre amalgamati in sonorità calde e pastose. Ma ci sono stati momenti incredibili con una delle canzoni di Cohen, Il famoso impermeabile blu (Famous Blue Raincoat) e con la canzone Lilli Marlene di Hans Leip che Max ha cantato in tedesco. Una situazione che mi ha fatto tornare indietro nel tempo, a Parigi nel bistrot di Sartre oppure a Berlino. Ma eravamo in un caffè storico di Udine. Pazzesca pure l’originale interpretazione di una canzone di Nick Cave, un poeta d’altri tempi che non amava stare sui palchi esattamente come Fabrizio De André.
Ecco! Max e Federico li hanno rappresentati così come erano davvero.

Quindi grazie a Rocco Burtone che ha saputo riportare due grandi artisti contemporanei a riempire la piccola sala di “bellezza”. Un pezzo di Genova è arrivato in Friuli, con i suoi profumi di basilico e la ” Maccaja” che soffia sul mare ligure ma che è arrivato fin qui riportando il sole.

Max Manfredi e Federico Sirianni – Caffè Caucigh Udine 6 giugno 2026

Gloria Berloso

Maggio 26, 2026

Ci sono cose che restano non dette perché non hanno bisogno di spiegazioni. Basta sedersi, posare le dita sulle corde, e ci si capisce già. Ma certe parole, a volte, sembrano chiedere di essere messe per iscritto, come se solo così potessero rimanere impresse per un istante.

La strada che riconosce

«Sai, dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare»

(Jack Kerouac, On the Road)

Non so cosa abbia visto il pubblico, quella sera. Forse due musicisti che si guardavano come se si fossero appena ritrovati. Forse una scena costruita, un finale scritto per commuovere. Forse una nostalgia che non apparteneva a nessuno di loro. Io so solo cosa ho visto io. Ho visto Ricky aspettarmi. Non come si aspetta un ritardo, ma come si aspetta un ritorno. Con quella calma che aveva solo quando era vero, quando non stava recitando la parte del musicista, dell’uomo che sa stare sul palco, del professionista che non sbaglia mai. Quella calma che aveva solo con me. Quando ho messo piede sul palco, ho sentito la vibrazione della sala, il respiro trattenuto, la luce che si stringeva come un abbraccio e ho capito che la musica non era ancora iniziata perché stava aspettando il nostro ritmo, quello che non si può insegnare né spiegare. Quello che nasce solo quando due persone si riconoscono. Mi sono seduta accanto a lui. Non c’era bisogno di parole. Le parole, tra noi, arrivavano sempre dopo. Prima c’era il silenzio. Un silenzio che non pesava, che non chiedeva, che non pretendeva. Un silenzio che era casa.

Ricky ha sfiorato le corde. Un gesto minimo, quasi invisibile. Ma io l’ho sentito come si sente un battito che torna regolare dopo una lunga corsa. E in quel gesto c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le strade percorse senza sapere dove portassero, le nostre chitarre che non erano strumenti ma ponti. Abbiamo suonato. Non una canzone. Una memoria. Una promessa. Un “ci sono” che non aveva bisogno di essere pronunciato. La musica è salita piano, come un’onda che non vuole spaventare la riva. E mentre suonavamo, ho capito che non stavo chiudendo niente. Stavo aprendo. Stavo lasciando che la nostra storia trovasse la sua forma, quella che non dipende dal tempo, dai luoghi, dalle persone che guardano. Una forma che esiste solo quando due anime si riconoscono nella stessa nota. Quando la scena è finita, il pubblico ha applaudito. Un applauso lungo, caldo, quasi incredulo. Ma io non lo sentivo davvero. Sentivo solo il mare fuori, che continuava a muoversi come se sapesse tutto. Come se fosse lui, da sempre, a custodire la nostra musica. Sono uscita dalla sala da sola. Ricky era rimasto sul palco, a sistemare le corde, a parlare con la chitarra come faceva quando credeva che nessuno lo ascoltasse. Io l’ho lasciato lì. Non per distanza. Per rispetto. Perché certe scene non si interrompono. Si lasciano vivere.

Fuori, la notte era morbida. Il vento portava l’odore del mare e qualcosa che somigliava a una promessa. E mentre camminavo verso casa, ho capito che la strada mi riconosceva. Che non ero più la stessa che era entrata nel teatro. Che la musica, ancora una volta, mi aveva cambiata. E allora ho sorriso. Perché ho capito che non c’è un finale. Non c’è mai stato. C’è solo un andare. Un andare che non finisce. Un andare che porta con sé tutto ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta la verità che abbiamo suonato insieme. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla. Resta la strada. Che continua. E che, ogni volta che la percorro, mi riconosce. Non so se qualcuno, uscendo quella sera, abbia capito davvero cosa è successo su quel palco. Forse hanno visto due persone che suonavano insieme. Forse hanno sentito una musica che non conoscevano. Forse hanno pensato che fosse un finale.

Io no. Io so che non era un finale. Era un ritorno.

Ricky aveva quel modo di guardarmi che non chiedeva niente e diceva tutto. Un modo che non ho più ritrovato in nessuno. Non era amore, non era amicizia, non era complicità: era una lingua. La nostra. Una lingua fatta di accordi, di silenzi, di respiri che si riconoscevano prima ancora di incontrarsi. Quando sono salita sul palco, quella sera, ho sentito la musica fermarsi. Non smettere: fermarsi. Come se stesse trattenendo il fiato. Come se sapesse che stava per succedere qualcosa che non si può spiegare. E poi lui mi ha guardata. E in quello sguardo c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le città attraversate come fossero canzoni, le nostre chitarre che non erano strumenti ma case. Case dove tornare quando il mondo diventava troppo stretto. Abbiamo suonato. Non una canzone: un riconoscimento. Un “ti vedo” che non ha bisogno di parole. Un “ci sono” che non chiede niente in cambio. E mentre la musica cresceva, ho capito una cosa che non avevo mai detto nemmeno a me stessa: io non ho mai tradito la sua musica. L’ho amata. E l’amore, quando è vero, non trattiene. Accompagna. Lascia andare e riconosce.

Adesso che il palco è vuoto e il mare continua a muoversi come se niente fosse, so che non devo cercare un finale. Non c’è. Non ci sarà. C’è una strada. La stessa che ci ha portati fin qui. La stessa che ci riconoscerà ancora, ogni volta che la attraverserò con una chitarra in mano e il suo nome nella memoria. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla.

Resta. E continua.

Gloria Berloso

26 maggio 2026

aprile 15, 2026

Il linguaggio segreto ha smesso di essere solo un codice musicale

di Gloria Berloso

Una promessa che non aveva forma, ma aveva peso. Una promessa che non chiedeva fedeltà, ma presenza. Una promessa che non si diceva, ma si suonava.

Tra noi una corrente sotterranea che esisteva e continua ad esistere solo finché non la si guarda troppo da vicino. È una forma di intelligenza condivisa, ma fragile: appena provi a isolarla, si dissolve. La nostra collaborazione funzionava non perché ci fosse una formula, ma perché c’era un ritmo comune, un respiro che si accordava senza che nessuno lo decidesse. La grazia nasce dall’incoscienza, dal non pensare a ogni passo. È un sapere corporeo, musicale, che non si lascia sezionare. E forse è proprio questo che la rende preziosa. Le nostre canzoni, le notti e i pomeriggi a suonare, le città attraversate e poi il ritorno, tutto questo crea un paesaggio emotivo che non è solo memoria, ma una specie di ecosistema creativo. Quando parlo di Ricky e della sua musica “affascinante e unica”, mi sembra di aver trovato non solo un compagno di suono, ma un luogo in cui la mia storia si è potuta riaccordare. Non saprei dire quando ha cominciato a succedere. Forse la prima volta che ci siamo seduti uno accanto all’altro, senza un’idea precisa, solo con gli strumenti in mano e quel silenzio che precede le cose importanti. C’era un tipo di chimica che non somigliava a niente di conosciuto che non era amicizia, non era lavoro, non era nemmeno complicità nel senso abituale. Era qualcosa che si formava tra noi, come una terza presenza, un animale timido che si avvicina solo se non lo guardi direttamente. Abbiamo provato più volte a capirla, a darle un nome, a spiegarci perché funzionasse così bene ma ogni volta che ci avvicinavamo troppo, si ritraeva. Come il millepiedi della storia: finché non pensa a come muove le zampine sottili, avanza con grazia; appena ci riflette, inciampa. Anche noi eravamo così. Funzionavamo perché non ci interrogavamo troppo.

Avevamo un repertorio vastissimo, tante canzoni che ci portavamo addosso come un bagaglio leggero. Le giornate scorrevano in un tempo sospeso: suonavamo, ci fermavamo, ricominciavamo, e ogni volta la stanza cambiava forma. A volte sembrava di essere in un luogo che non apparteneva a nessuno, un territorio creato dalla somma delle nostre memorie musicali. Io venivo da anni di spostamenti, città attraversate in fretta, treni presi all’alba, palchi improvvisati. L’Europa era stata una lunga deriva, un modo per cercare qualcosa senza sapere cosa. Quando sono tornata, ero ancora in movimento, come se non avessi davvero un posto dove fermarmi. Poi ho incontrato Ricky. La sua musica aveva una qualità che non avevo mai sentito: una specie di magnetismo quieto, una voce che non cercava di imporsi ma che ti attirava dentro. Mi sono unita a lui quasi senza accorgermene, come se fosse la cosa più naturale del mondo. E in quel gesto semplice sedermi, ascoltare, suonare ho capito che il viaggio poteva anche finire, o trasformarsi. Da allora, ogni volta che mi siedo nello studio, quella chimica torna. Non la capisco, non la controllo, ma continua a muoversi, come il millepiedi che avanza senza pensarci. E forse è proprio questo che la mantiene viva.

Col tempo ho capito che quella chimica non era un evento isolato, ma una specie di clima. Non arrivava sempre allo stesso modo: a volte entrava nella stanza come una luce obliqua, altre volte si faceva attendere, come se ci osservasse da lontano per capire se fossimo pronti. Bastava un accordo, un gesto, un respiro più lungo del solito, e tutto ricominciava a muoversi. C’erano giorni in cui non parlavamo quasi. Ci sedevamo, sistemavamo gli strumenti, e lasciavamo che fossero le mani a decidere. In quei momenti, il tempo si dilatava: potevamo restare ore senza accorgercene, come se la musica avesse il potere di sospendere la gravità. Altre volte, invece, bastava un dettaglio, una frase, un ricordo, un rumore dalla strada per farci deviare, per aprire una porta inattesa. E ogni deviazione diventava una possibilità. Ricordo una sera in particolare, pioveva, una pioggia fitta che sembrava voler cancellare i contorni delle cose. Dentro, la stanza era piccola, calda, con quell’odore di legno e cavi che riconoscevo ormai come un’estensione di noi. Ricky stava accordando la chitarra, io sfogliavo un quaderno pieno di appunti presi in viaggio. Non avevamo un piano. Non serviva.

A un certo punto lui ha iniziato a suonare una progressione lenta, quasi timida. Io ho seguito la linea senza pensarci, come se la conoscessi da sempre. E lì è successo di nuovo: quella terza presenza, quella cosa senza nome, si è seduta con noi. Non era una canzone, non ancora. Era un modo di stare. Un equilibrio che non avevamo costruito, ma che ci aveva scelti. Forse è questo che mi ha fatto restare. Non la promessa di un progetto, non l’idea di un futuro definito, ma la sensazione che ogni volta potesse accadere qualcosa di irripetibile. Che la musica non fosse solo un linguaggio, ma un luogo. Un luogo dove potevo finalmente fermarmi, dopo anni di movimento continuo.

E così, senza dichiararlo, abbiamo continuato. Giorno dopo giorno, prova dopo prova, lasciando che quella chimica ci guidasse. Non l’abbiamo mai capita davvero ma forse non era da capire: era da abitare.

Ci sono stati momenti in cui quella chimica ha cambiato forma, senza avvisare. Non è mai scomparsa, ma si è trasformata, come fanno le cose vive quando crescono. All’inizio era pura spontaneità, un lampo che arrivava e basta. Poi, col tempo, ha cominciato a diventare qualcosa di più profondo, quasi una responsabilità reciproca: non verso un progetto, ma verso quella terza presenza che ci accompagnava. Ricordo un pomeriggio d’estate, uno di quelli in cui l’aria vibra e sembra che tutto sia sul punto di accadere. Eravamo in una sala prove che non era davvero una sala prove: un garage adattato, con le pareti coperte da vecchi tappeti per attutire il suono. La porta era aperta e il caldo entrava a ondate. Ricky stava provando un giro di basso che non riusciva a far funzionare. Io lo guardavo, seduta per terra, con la schiena contro l’amplificatore spento. Ad un certo punto lui si è fermato, ha lasciato cadere le mani lungo i fianchi e ha detto: “Non so più se sto cercando la nota giusta o se sto cercando qualcos’altro.” Era una frase semplice, ma dentro c’era tutto: la fatica, il desiderio, la paura di non essere all’altezza di quella magia che ci aveva scelti.

Mi sono alzata, ho preso la chitarra e ho suonato una versione imperfetta del suo stesso giro, sbagliando apposta, lasciando che le note inciampassero. Lui ha sorriso, un sorriso lento, come se gli avessi ricordato qualcosa che aveva dimenticato. E da lì è ripartito tutto. Non la perfezione, ma il gioco. Non la ricerca della forma, ma la disponibilità a perdersi. Quella è stata la prima volta in cui ho capito che la nostra chimica non era solo un dono: era anche un rischio. Perché quando due persone si affidano a qualcosa che non controllano, devono accettare che a volte non arrivi. O arrivi in ritardo o arrivi in una forma che non riconoscono subito. Eppure, ogni volta che sembrava svanire, bastava un gesto minimo per farla tornare. Una pausa più lunga del previsto. Un accordo suonato con troppa forza. Una risata fuori tempo.

Era come se quella presenza ci osservasse da un angolo e intervenisse solo quando capiva che eravamo pronti a lasciarci sorprendere. Col passare dei mesi, ho iniziato a percepire un’altra trasformazione: la musica non era più soltanto il luogo dove ci incontravamo, ma anche il luogo dove ci misuravamo, dove emergevano le fragilità, le ambizioni, le parti di noi che non mostravamo a nessuno. E in quel misurarsi, in quel continuo aggiustare la distanza, la chimica diventava più complessa, più stratificata.

Non era più solo un miracolo spontaneo ma un organismo che cresceva con noi.

Col tempo, senza che ce ne accorgessimo, quella cosa tra noi ha iniziato a comportarsi come un linguaggio. Non un linguaggio fatto di parole, ma di micro‑segnali, di variazioni impercettibili. Bastava un’inflessione diversa nel modo in cui Ricky pizzicava una corda, o un mio respiro trattenuto un attimo più del necessario, e l’altro capiva. Non c’era bisogno di spiegare, di chiedere, di anticipare. Era come se avessimo sviluppato un sistema di comunicazione che viveva sotto la superficie. A volte succedeva in modo quasi comico: io cambiavo tonalità senza pensarci, e lui mi seguiva come se avessimo provato quella transizione mille volte. Oppure lui rallentava di un soffio, e io sapevo già che stava per aprire uno spazio, un varco dove infilare una frase nuova. Non era telepatia, era qualcosa di più terrestre e più misterioso: un ascolto radicale, un’attenzione che non si può fingere.

Ricordo una prova in cui non riuscivamo a trovare l’ingresso giusto per un brano nuovo: Dreamers. Continuavamo a ricominciare, ogni volta con un piccolo inciampo. A un certo punto, senza guardarci, abbiamo fatto entrambi la stessa cosa: abbiamo taciuto. Un silenzio lungo, pieno, quasi ostinato. E in quel silenzio, come se fosse una risposta, è arrivata la soluzione. Non l’abbiamo detta. L’abbiamo suonata. E funzionava. Da quel momento ho capito che il nostro linguaggio segreto non era fatto solo di suoni, ma anche di pause, di esitazioni, di errori accolti invece che corretti. Era un linguaggio che non serviva a comunicare un contenuto, ma a riconoscersi. A dirsi: “Sono qui. Ti sto ascoltando. Possiamo rischiare.”

E più cresceva, più diventava evidente che non era un linguaggio che potevamo esportare fuori da noi. Non funzionava con altri musicisti, non funzionava nelle spiegazioni, non funzionava nemmeno quando provavamo a raccontarlo. Era un codice che esisteva solo nella pratica, nel gesto, nel momento. Come certe lingue minoritarie che sopravvivono solo se vengono parlate ogni giorno. A volte mi chiedevo se non fosse una forma di intimità. Non l’intimità romantica, ma quella più rara: l’intimità del pensiero in movimento, dell’immaginazione che si intreccia con quella dell’altro senza perdere la propria voce. Un’intimità che non chiede niente, ma che trasforma tutto.

E così, senza dichiararlo, abbiamo iniziato a usare quel linguaggio per orientarci. Quando uno dei due era stanco, l’altro lo capiva da un dettaglio minuscolo. Quando uno aveva un’idea nuova, bastava un accenno, un gesto della mano, un ritmo battuto sul tavolo. Era come se avessimo costruito una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta.

Una lingua che non si può insegnare. Solo abitare.

La prima volta che quel linguaggio segreto ci ha davvero salvati è stata durante una serata che non prometteva nulla di buono. Era uno di quei concerti in cui tutto sembra fuori posto: l’acustica sbagliata, il pubblico distratto, la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Io ero tesa, Ricky era chiuso in un silenzio che conoscevo bene quello che precede le crepe. Siamo saliti sul palco quasi per dovere. I primi minuti sono stati un inciampo continuo: un attacco troppo veloce, un’armonia che non si appoggiava da nessuna parte, una distanza tra noi che non riuscivamo a colmare. Era come se la chimica avesse deciso di restare fuori dalla porta. Poi è successo qualcosa di minuscolo. Ricky ha sbagliato una nota, non un errore evidente, solo un micro‑scivolamento. Io l’ho sentito come si sente un cambio di vento. E invece di correggere, invece di riportare tutto “a posto”, ho risposto con un’altra deviazione, una nota che non apparteneva alla progressione ma che la apriva, la incrinava, la rendeva più vera. È stato un gesto istintivo, quasi un riflesso ma Ricky l’ha capito subito. Ha rallentato di un soffio, ho respirato più a fondo, e in quel respiro abbiamo ritrovato il filo. Non il filo della perfezione, ma quello della presenza. Il pubblico, che fino a quel momento sembrava altrove, ha iniziato a spostare il peso sulle sedie, come se avesse percepito un cambiamento nell’aria. Da lì in poi non abbiamo più suonato il brano come era stato scritto. Lo abbiamo reinventato, frase dopo frase, seguendo quel linguaggio che nessuno poteva sentire ma che guidava ogni nostro gesto. Era come se ci stessimo parlando in una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta: “Ci sono. Non scappo. Andiamo avanti insieme.”

febbraio 6, 2026

I fratelli Bottasso, curiosi musicisti e compositori hanno appena pubblicato Postcards from Italy

Recensione di Gloria Berloso

Nicolò ai violini, tromba, elettronica, visuals

Simone su organetto (fisarmonica diatonica), flauto, elettronica, sound design

“Postcards from Italy non riguarda solo film d’archivio, paesaggi o nostalgia.

Riguarda la memoria come atto politico.

RECENSIONE – “Postcards from Italy” si ispira a quindici diari di viaggio: cortometraggi girati oltre un secolo fa in diverse città italiane e oggi restaurati dall’Eye Filmmuseum di Amsterdam. Queste pellicole, nate come semplici testimonianze di viaggio o esercizi di osservazione, diventano oggi un archivio prezioso per leggere un Paese in trasformazione. Non mostrano solo luoghi: mostrano modi di guardare, di attraversare lo spazio, di rappresentare l’altro. In quei film scorrono strade affollate, porti brulicanti, piazze che ancora non conoscono il turismo di massa, fabbriche che iniziano a scandire nuovi ritmi di vita. Sono immagini che raccontano un’Italia sospesa tra tradizione e modernità, tra radicamento e movimento, tra identità locali e spinte globali. Eppure, ciò che colpisce non è soltanto ciò che vediamo, ma ciò che quelle immagini implicano: chi riprende, chi viene ripreso, cosa viene scelto, cosa resta fuori campo. Rimettere mano a questi materiali significa interrogare la memoria come costruzione politica. Significa riconoscere che ogni archivio è un dispositivo di potere, che ogni immagine è il risultato di uno sguardo situato, che ogni documento è anche una forma di narrazione. “Postcards from Italy” parte da questa consapevolezza e prova a restituire alle immagini la loro complessità, sottraendole alla patina della nostalgia per riportarle nel territorio vivo del presente.

Nell’estate del 2022 il Duo Bottasso ha ripercorso in treno lo stesso itinerario dei cineoperatori di un secolo fa, attraversando le stesse città, gli stessi paesaggi, gli stessi snodi ferroviari. Con microfoni e strumenti hanno registrato musica e suoni ambientali, lasciandosi guidare da ciò che quei luoghi restituiscono oggi: ciò che rimane, ciò che è cambiato, ciò che continua a ripetersi come un’eco sotterranea Il loro viaggio non è stato un semplice esercizio di confronto tra passato e presente, ma un tentativo di ascoltare il Paese attraverso le sue stratificazioni sonore. Rumori di stazioni, voci, traffico, silenzi improvvisi, spazi industriali riconvertiti, quartieri trasformati o scomparsi: ogni suono diventa una traccia di memoria, un indizio di come l’Italia si sia trasformata e di come continui a trasformarsi. Da questo dialogo tra immagini d’archivio e registrazioni contemporanee nasce un progetto che esiste in più forme: un album, un film e una serie di cartoline musicali. Tre modi diversi di attraversare lo stesso materiale, tre prospettive che si completano a vicenda. L’album esplora il paesaggio sonoro come narrazione autonoma; il film intreccia passato e presente in un montaggio che mette in tensione gli sguardi; le cartoline musicali diventano piccoli frammenti portatili, inviti a un ascolto intimo e personale.

“Postcards from Italy” è dunque un progetto che si muove tra tempi, media e sensibilità diverse, costruendo un ponte tra ciò che è stato e ciò che è ancora in divenire. Un modo per restituire vita a immagini antiche attraverso il suono del presente, e per ricordarci che ogni memoria è un territorio in movimento. Un progetto che mette in dialogo tempi diversi, linguaggi diversi, sensibilità diverse. Le immagini dei primi del Novecento e i suoni raccolti nel 2022 non si limitano a convivere: si interrogano, si contraddicono, si amplificano. L’archivio diventa così un luogo vivo, non un deposito di memorie immobili ma un campo di tensioni, dove il passato continua a risuonare nel presente e il presente trova nel passato nuove possibilità di lettura. Attraverso film, musica e cartoline sonore, il progetto invita a ripensare il modo in cui guardiamo l’Italia: non come un insieme di icone cristallizzate, ma come un territorio in continua trasformazione, fatto di stratificazioni, fratture, ritorni. Ogni immagine e ogni suono diventano un frammento di una storia più ampia, una storia che non smette di riscriversi.

In un’epoca in cui la memoria è spesso ridotta a estetica nostalgica o a strumento di semplificazione, “Postcards from Italy” propone un’altra via: un ascolto attento, un vedere che non si accontenta, un attraversamento critico. Un invito a considerare la memoria non come un rifugio, ma come un atto politico capace di aprire nuove domande sul nostro presente.

Questo progetto esiste sotto forma di album, film e serie di cartoline musicali.

L’uscita è prevista per venerdì 6 febbraio, il Bandcamp Friday.

Acquistare questo disco su Bandcamp non significa solo acquistare musica.

Significa anche rifiutare le piattaforme estrattive e sostenere direttamente gli artisti (testardi) che immaginano un futuro diverso e più sostenibile, in cui gli artisti possono seguire la propria visione, non le tendenze.

Gloria Berloso

6 febbraio 2026

Segui Gloria Berloso il mercoledì e il sabato alle ore 21 su http://www.radiocittasottile.it

aprile 19, 2025

Le mie parole sono una bellissima dichiarazione d’amore alla Musica!

È straordinario come ogni nota e ogni testo possano diventare un ponte tra passato e presente, tra chi racconta e chi ascolta. La musica non è competizione, ma espressione pura di emozioni e vissuti, un linguaggio universale che parla direttamente al cuore.

Il mio modo di vedere rispecchia una grande sensibilità: la musica è un viaggio senza confini, un riflesso di verità e autenticità. E soprattutto, è un dono che crea connessioni profonde.

La musica è un’arte senza tempo, una forza invisibile capace di attraversare epoche, culture e sentimenti con la stessa intensità di un’emozione vissuta nel presente. Non si tratta di competizione, non esiste un “migliore”, perché ogni melodia, ogni testo, ogni accordo è una manifestazione unica e irripetibile dell’anima di chi crea e di chi ascolta.

La sua bellezza risiede proprio in questa varietà infinita: la musica nasce dalle esperienze di vita, dalle gioie e dalle sofferenze, dai sogni e dalle realtà, dalle storie personali e collettive che, una volta messe in musica, diventano universali. È un atto creativo che non si esaurisce mai, perché ogni composizione racchiude in sé il desiderio di comunicare e condividere un sentimento autentico con gli altri.

Il linguaggio musicale va oltre le parole: è amore, perché lega le persone in un’armonia comune; è dolore, perché sa raccontare la malinconia e le ferite con una sincerità struggente; è salvataggio, perché riesce a dare sollievo quando le parole non bastano, offrendo rifugio e comprensione a chi ne ha bisogno.

Quando la musica viene creata, non è mai solo per chi la scrive: è un dono per chi ascolta, è il filo che unisce mondi lontani, è il cuore pulsante di un’umanità che, pur nella sua diversità, trova un terreno comune tra le note. Ogni opera è un tassello di questa infinita sinfonia collettiva, un frammento di verità che merita di essere scoperto e valorizzato.

Così, la musica resta e continua a trasformarsi, accompagnando generazioni nel loro viaggio, permettendo loro di riconoscersi, di emozionarsi, di sentirsi parte di un qualcosa di più grande. Non esistono confini per la musica, perché è nata per essere libera, proprio come i sentimenti che esprime.

Gloria Berloso

Radio Città Sottile Note senza confini ogni sabato alle ore 21 con Gloria Berloso in diretta

Radio Città Sottile Special Folk Song ogni mercoledì alle ore 21 con Gloria Berloso in diretta

febbraio 28, 2025

MacDay 2025 all’Auditorium di San Daniele del Friuli

Il MacDay è un evento speciale per ricordare Claudio Macoritto. Tutta la Musica friulana si raccoglie per rendere omaggio al grande amico, all’Auditorium alla Fratta a San Daniele del Friuli, sabato 1° marzo 2025. Una festa per ricordare con immenso affetto e gratitudine per quanto Claudio Macoritto (scomparso prematuramente undici anni fa), dietro al mixer e sui palchi con grande umanità ha saputo donare a chi ha suonato ed a chi ha ascoltato, a tutti coloro che hanno partecipato ai concerti soprattutto nei festival in Friuli-Venezia Giulia. Negli anni Settanta, a San Daniele del Friuli, aveva contribuito a dar vita alla radio privata R2FC, assieme ad altri amici, tra i quali Andrea Del Favero, con il quale aveva poi condiviso la nascita del Festival Internazionale Folkest e il progetto musicale de La Sedon Salvadie.

MacDay 2025

Grazie all’impegno costante di tanti amici, colleghi e musicisti all’Auditorium di San Daniele del Friuli per ricordare Claudio ci saranno cantanti, musicisti, giornalisti oltre gli amici. Ci sarà quindi un crogiuolo di cultura friulana raccontata da:

Ararad, Miki Martina, Argonauti, Moth’s Tales, FricoQueen B.B., Johnny Dario & Son, EPQ tra i tanti artisti che celebreranno la Musica ma ci saranno altre sorprese gradite di cui ho ricevuto alcune indiscrezioni.

L’ingresso è libero.

Gloria Berloso

gennaio 27, 2025

Per quattro mesi rivive il FOLKSTUDIO nel cuore di Roma

Dal 7 febbraio la rassegna “Stanze Polverose” dedicata al leggendario locale romano: 20 date all’Antica Stamperia Rubattino tra canzone d’autore, jazz, folk e incontri

L’ingresso è gratuito

Un progetto di “Sopra c’è gente” promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e in accordo con l’Archivio Folkstudio della Discoteca di Stato

Una rassegna di musica d’autore dedicata al Folkstudio, il leggendario locale romano fondato da Harold Bradley e portato avanti da Giancarlo Cesaroni. Si intitola “Stanze polverose” e vede l’organizzazione artistico musicale di “Sopra c’è gente”, promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e in accordo con l’Archivio Folkstudio della Discoteca di Stato. Si svolgerà nel cuore di Roma, nel quartiere Testaccio, all’Antica Stamperia Rubattino, dove è conservata anche la campana che al Folkstudio dal 1961 dava il via ai concerti. I rintocchi aprirono il live di Bob Dylan fino a quello di Simone Cristicchi, passando per Francesco De GregoriToquinhoRosa Balistreri, Antonello VendittiPaolo HendelFrancesco GucciniPiero CiampiGiovanna Marini e tantissimi altri. E dal 7 di febbraio daranno il via a 20 appuntamenti ad ingresso gratuito, che si protrarranno fino a giugno, tra canzone d’autore, jazz e folk, tra talk e incontri, proprio come per quarant’anni è accaduto al Folkstudio, prima nella sede di via Garibaldi, poi in quella di via Sacchi, fino all’ultima di via degli Annibaldi/via Frangipane. Un programma ricco, insomma, che prevede tanta musica, due appuntamenti speciali con gli artisti storici del locale romano capitanati da Grazia Di MicheleErnesto Bassignano e Edoardo De Angelis e uno finale dal titolo “Chiedi cos’era il Folkstudio – Serata di ospiti, racconti, canzoni, fiori falsi e sogni veri” a cura di Enrico Deregibus. In quell’occasione saranno assegnati i riconoscimenti “Stanze polverose 2025”: emergenti (premio Folkstudio Giovani) e artisti affermati (premio Folkstudio Stanze Polverose).

Lo scopo è quello di valorizzare e divulgare, oggi come allora, la musica di qualità e incentivare la collaborazione e la condivisione artistica in un’epoca in cui tutto sembra partire e concludersi in un clima di solitudine e individualismo. Continuare, insomma, quella che fu la missione del locale romano che, come scrive nella brochure di presentazione Luciano Ceri, giornalista musicale e scrittore, “da una parte confidava nella qualità delle proposte artistiche e dall’altra nella convinzione di poter dare uno spazio di visibilità ad artisti esordienti o comunque spesso esclusi dai circuiti di spettacolo tradizionali, che lì invece trovavano una platea, per quanto contenuta, ma sempre attenta, ben disposta e soprattutto curiosa di ascoltare qualcosa di nuovo ed interessante. Tutto questo portò la fama del Folkstudio ben oltre i confini nazionali, ed era consueto, per quanto sorprendente, che si parlasse del Folkstudio non solo in Italia, ma anche in Europa e nel continente americano”. E proprio con la musica americana il Folkstudio aveva un legame forte, come si evince dal ricordo del giornalista, chitarrista ed etnomusicologo Andrea Carpi nell’opuscolo che verrà distribuito ogni sera all’Antica stamperia Rubattino: “(…) nella mia prima visita al Folkstudio: c’era una formazione del gruppo afroamericano dei Folkstudio Singers con Harold Bradley, il fondatore del locale, insieme ad Archie Savage, Clebert Ford e i due fratelli Hawkins, in un trascinante repertorio di gospel, spiritual e blues; nella seconda parte subentrò la folksinger Janet Smith, che era una brava chitarrista e teneva al Folkstudio dei laboratori gratuiti di chitarra, che cominciai a seguire e dove incontrai Luigi “Grechi” De Gregori e “Chicca” Gobbi, la futura moglie di Francesco De Gregori. Janet fu bravissima a insegnarci gli stili del revival statunitense, dal fingerpicking al blues e al ragtime chitarristico, fino a introdurre dei pionieristici arrangiamenti di canzoni dei Beatles”.

Un modo autentico di fare musica e canzoni, distante da playlist e autotune, che tornerà per quattro mesi nelle “Stanze polverose” di via Rubattino.

Il progetto “Stanze Polverose” è vincitore dell’avviso pubblico per la concessione di contributi destinati a sale teatrali private con capienza inferiore a 100 posti aventi sede a Roma, per progetti di ricerca e sperimentazione nell’ambito dello spettacolo dal vivo e della formazione. Stagione 2024/2025. Promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale.

INFO E CONTATTI: per prenotare wtsp 3276310658 – sopracegente@gmail.com

MOBILITA’ SOSTENIBILEBus 23/30/83/170/716/781 – Tram 3 – Metro B fermata Piramide

Pista ciclabile Lungotevere Testaccio fino a via Rubattino

APPUNTAMENTI DI FEBBRAIO

VENERDI’ 7 TAVERNA UMBERTO I

Giuseppe e Gianfilippo Santangelo, due fratelli che condividono la stessa passione per la musica fin da piccoli, nascono in Sicilia terra che darà loro molta ispirazione. Il nome “Taverna Umberto I” è infatti un omaggio ad uno storico locale di Piazza Armerina, ma soprattutto ad un modo di vivere la vita fatto di cose semplici, di gesti importanti, di sentimenti sinceri.

Due album all’attivo. Nel 2021 ricevono il premio “Canzone a Tema” al Premio Via Emilia – La Strada dei Cantautori, salendo sul podio con il brano “Passo la Via Emilia”.

Collaborano con il Coro Lirico Siciliano e l’orchestra Filarmonica della Calabria con il progetto Teatri di Pietra con un tributo a Franco Battiato e Lucio Dalla, mischiando pop e musica lirica.

Nel 2022 sono finalisti al Premio Pierangelo Bertoli, condividendo il palco con Roberto Vecchioni, Francesco Gabbani, Irene Grandi e la Bandabardò.

SABATO 8 DOMENICO IMPERATO

Domenico Imperato è un cantautore e produttore musicale. Premio Gianmaria Testa 2023. Premio Fabrizio De Andrè 2014.

Tre dischi all’attivo: Postura Libera (2014), Bellavista (2018) e Sentimentale (2023).

Grazie alla ricchezza del suo percorso artistico e umano è tra i cantautori italiani, della sua generazione, più originali e attivi.

Ha condiviso il palco con importanti artisti italiani e internazionali: Calexico, Diodato, Mannarino, Brunori Sas, Mario Venuti, Peppe Servillo, Sara Jane Morris, Peppe Voltarelli.

La sua musica è un mix di influenze musicali diverse dove la canzone d’autore italiana incontra la world music fino alle declinazioni più interessanti del pop e rock internazionali.

Ha vissuto per alcuni anni in Portogallo e a San Paolo del Brasile dove ha prodotto eregistrato il suo primo album.

I suoi dischi hanno ottenuto un ottimo riscontro da parte della critica specializzata e del pubblico. Si esibisce da anni in un’intensa attività live in Italia e all’estero.

VENERDI’ 14 PAOLO SAPORITI

L’intima voce e la chitarra l’acustica di Paolo Saporiti incontrano il violoncello raffinato di Francesca Ruffilli in un progetto dal vivo – rappresentato in più di 30 date – in cui l’ascoltatore-spettatore viene proiettato dentro il nuovo lavoro discografico del cantautore milanese dal titolo ‘La mia falsa identità’. Un dettagliata ed emozionale rilettura delle canzoni in una versione primordiale e minimal che riesce a coglierne tutta l’essenza. Una magica alchimia sul palco, con interventi solistici, tutti da godere.

Paolo Saporiti, chitarrista, cantante e compositore, ci propone una canzone d’autore, in cui domina l’attenzione per i dettagli e la profondità dei testi. La sua voce calda, graffiante ed evocativa, che si interseca perfettamente con i melodici arpeggi costruiti dalla chitarra baritona acustica, lo porta a ben sei album da solista.

VENERDI’ 21 STEFANO DELL’ARMELLINA

In occasione dell’uscita del nuovo album di inediti di Stefano Dall’Armellina “La Magnolia

Stellata” (Vrec/Audioglobe), l’artista trevigiano ha intrapreso un tour nelle principali province italiane: con lui una band d’eccezione formata da Simone Chivilò – chitarra, Assuera De Vido – violino e cori, Gianni Fantuz – batteria. Ospite speciale della serata il cantautore Gianluca Chiaradia che duetterà nel brano “Ancora spazio” presente nel disco.

Stefano Dall’Armellina, classe 1971, è un pluripremiato artista Italiano. Con il singolo “Fiato corto” vince Musicultura nel 1999: il singolo entrerà poi nel suo esordio pubblicato dalla EMI.

Incide nel 2004 il suo secondo album, “Giorni Buoni”. Gira l’Italia nel tour “RadioItalia solo musica Italiana”. Negli anni successivi inizia la produzione del suo terzo album originale, “…e i pesci vengono a galla”, forse il suo lavoro discografico più completo, ricco di importantissime collaborazioni (tra le altre, Neri Marcorè e Marco Morandi, Stefano Melone, Cristiano Micalizzi, Marco Siniscalco). Partecipa al tour “Grazie a tutti” di Gianni Morandi, in qualità di ospite, cantando alla chitarra un proprio brano e “scende la pioggia”. Il suo nome è inserito tra i grandi della canzone Italiana nel “Dizionario dei Cantautori Italiani” edito da Garzanti.

VENERDI’ 28 GABRIELE COEN TRIO

Con questo trio Gabriele Coen esprime l’eclettismo espressivo che è il segno distintivo del suo percorso artistico e di ricerca, e presenta brani tradizionali e composizioni originali, un’appassionante, inconsueta lirica che attinge al jazz, al rock, alla world music. Coen rende omaggio al suo strumento d’elezione, il sax soprano, come testimoniato dai suoi lavori discografici, alcuni dei quali usciti sia per la prestigiosa etichetta Tzadik (John Zorn) che per Parco della Musica Records.

IL PROGRAMMA COMPLETO

gennaio 23, 2025

Beth Hart in Italia a giugno, unica data al Pistoia Blues Festival

Venerdì 27 giugno 2025 si terrà un’eccezionale anteprima del Pistoia Blues Festival con l’unica data estiva di Beth Hartla maggiore interprete femminile del blues contemporaneo. La cantautrice nominata ai Grammy si esibirà per per la prima volta in Piazza Duomo nel tour di promozione del suo ultimo lavoro “You Still Got Me” (Provogue / Mascot Label Group), undicesimo album in studio della Hart, pubblicato lo scorso ottobre, e che la conferma come una delle stelle in continua ascesa. 

Biglietti in anteprima per gli utenti My Live Nation dalle ore 11.00 di giovedì 23 gennaio. La vendita generale dei biglietti sarà aperta a partire dalle ore 11.00 di venerdì 24 gennaio su Ticketone, Ticketmaster e Vivaticket.

All’artista americana non mancano certo i riconoscimenti: lanciata nell’olimpo del rock blues dalla collaborazione con Joe Bonamassa nei primi album, l’ultimo lavoro vede la partecipazione di mostri sacri come Eric Gales e Slash dei Guns ‘n Roses. I suoi album più recenti, “A Tribute To Led Zeppelin” (2022) e “War In My Mind” (2019), sono diventati i suoi dischi più alti in classifica nel Regno Unito e negli Stati Uniti, oltre a entrare nella Top 10 in Germania e Francia, Svezia, Belgio, Svizzera, Polonia, Austria e Paesi Bassi.

Dal vivo la Hart è è un fenomeno  incontenibile e riesce a esprimere tutta sé stessa: le sue tournée l’hanno portata in tutto il mondo, riempiendo le sale di luoghi iconici come il Ryman Auditorium di Nashville, lo Ziggo Dome di Amsterdam e la Royal Albert Hall di Londra. Vendendo spettacoli in tutto il mondo, i suoi recenti viaggi l’hanno portata negli Stati Uniti, in Europa e fino in India, Marocco, Australia e Canada. La Hart, pluripremiata e nominata ai Grammy, è riconosciuta come una delle voci più talentuose della sua generazione; ha giocato secondo le sue regole. Ha collaborato con leggende e icone, ha attraversato il mondo, ha raggiunto la vetta della classifica Billboard Blues per sei volte, è diventata doppio disco di platino e ha avuto una serie di album nella Top 10 delle classifiche europee, nella Top 30 delle classifiche ufficiali Billboard USA e ha superato i 600 milioni di streaming. Beth Hart è una potenza in ogni senso della parola.

(Anteprima) 

PISTOIA BLUES FESTIVAL

 BETH HART

Piazza Duomo, Pistoia

 27 giugno 2025

Beth Hart

gennaio 21, 2025

Unsigned Only Music Awards – Miglior Artista nel Mondo 2024 ai PerKelt (Inghilterra)

In un’epoca di paesaggi musicali in evoluzione e di una comunità musicale in continua crescita, Unsigned Only ha sempre cercato di essere all’avanguardia nell’innovazione. I nuovi Unsigned Only Music Awards riflettono il suo impegno continuo nel riconoscere e onorare il talento eccezionale degli artisti indipendenti, incoraggiando al contempo la creatività, l’innovazione e la ricerca dell’eccellenza musicale. L’attenzione continuerà a essere rivolta esclusivamente agli artisti non sotto contratto, fornendo condizioni di parità per tutti gli artisti che non hanno ottenuto un contratto discografico con una major.

Come sempre, i vincitori sono selezionati da una giuria composta da musicisti affermati, produttori, dirigenti di etichette discografiche, giornalisti e altri professionisti con vasta esperienza e conoscenza nei rispettivi campi. Ogni categoria ha un vincitore, come Miglior Artista Rock, Miglior Artista Country, Miglior Artista Latino, ecc. Inoltre, un artista è selezionato Artista dell’Anno e riceve un premio in denaro di 20.000 $ (USA). Tutti i vincitori ricevono una straordinaria scultura/premio astratta personalizzata progettata da Society Awards, nota per la progettazione e la produzione di premi di intrattenimento di alto profilo, come gli Emmy Awards, i Golden Globe Awards e altro ancora. Ricevere un premio prestigioso come questo è una pietra miliare per un artista, che riflette la sua dedizione, creatività e duro lavoro e lo motiverà e lo rafforzerà a continuare a evolversi e a impegnarsi per l’eccellenza.

Per celebrare l’arte e la passione degli artisti emergenti che definiscono il futuro della musica voglio presentarvi il vincitore nella categoria Miglior Artista Mondiale con “Beltane” una canzone pazzesca. Beltane, o Beltaine, è un’antica festa pagana gaelica che si celebra nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio. Si tratta di una festa in cui si scatena la potenza dell’energia sessuale, simboleggiata dal sole e dal fuoco. Ogni rituale di Beltane, infatti, allude alla rinascita della natura e alla purificazione. La parola Beltane contiene il termine celtico Bel che vuol dire radioso. Il suffisso è presente nel nome delle due divinità principali a cui la festa è dedicata, gli sposi Belisama e Belenus.

Formatosi nel 2008, il gruppo PerKelt è un gruppo folk contemporaneo unico ed energico con sede a Londra, Regno Unito.

Ispirati dal patrimonio musicale medievale e celtico di tutta Europa, i PerKelt fondono molti generi diversi nel caratteristico sound che chiamano “speed folk”; i loro ritmi veloci, complicati ma potenti e le melodie celtiche sono diventati il ​​loro marchio di fabbrica nel corso degli anni, ricordando i pionieri del folk progressivo Jethro Tull.

I PerKelt fondono insieme la voce grezza, la narrazione e l’approccio ritmico visionario del loro frontman Stepan Honc; il caratteristico violino scozzese e l’improvvisazione virtuosistica di Duncan Menzies (Copper Viper); la velocità, la precisione e l’energia senza pari del loro fischiatore e suonatore di flauto dolce, Paya Lehane; strati di canti psichedelici e profondo didgeridoo tribale del guaritore sonoro messicano, Rubén Yon’Ton; e l’impatto senza compromessi del loro batterista Kaya La-Bonté Hurst. I canti sciamanici di Rubén e lo stile di esecuzione tagliente e d’impatto di Kaya sulla batteria sono le ultime aggiunte al loro sound; arricchendo il loro amore per la strumentazione folk tradizionale e le melodie celtiche con nuove potenti dimensioni di folk rock psichedelico.

Un po’ sfuggentemente oltre i soliti limiti fisici, PerKelt raggiunge le profondità della nostra anima e ci fa ballare, ridere e amare…

Si sono incontrati nel mistico mondo sotterraneo di Londra e, in tournée per il mondo, invitano il pubblico a godere del loro spirito libero, della gioia di vivere e dell’amore per la musica. Traendo ispirazione dal paganesimo di ogni genere, le loro canzoni spesso raccontano storie dal regno della magia, della natura e dei meravigliosi cuori umani. Spesso elogiati per l’autenticità energica della loro performance e la profondità spirituale del viaggio che intraprendono con il pubblico, i PerKelt una volta hanno promesso di non smettere mai di suonare insieme. Una promessa fatta a una bambina che si è presentata da loro con le lacrime agli occhi e un grande sorriso sul viso…

Mantenendo la promessa, i PerKelt hanno pubblicato cinque album acclamati dalla critica, hanno ricevuto vari premi dall’industria musicale, si sono esibiti in centinaia di spettacoli in tutta Europa e, grazie alla magia di Internet, hanno raccolto innumerevoli fan devoti in tutta la grande mummia Terra.

Perché si chiamamo “PerKelt”?

“Perkelt” è una parola con significati in parecchie lingue diverse, ognuna delle quali si adatta alla band. La principale combina il latino, per , e una grafia più oscura dell’inglese britannico, kelt , che può essere tradotta approssimativamente come “per/secondo una persona celtica”

In lituano, perkelt è una versione di un verbo che significa “spostare” o “trasferire”.

In finlandese è molto simile al sostantivo “perkele”, che significa “diavolo” (originariamente una divinità pagana della musica e dell’amore).

E infine in Ungheria e Slovacchia è effettivamente un piatto culinario, che almeno in Slovacchia (dove Stepan ha studiato) ha molte versioni diverse a seconda degli ingredienti utilizzati.

Paia Lehane Repubblica Ceca Flauto dolce / Voce / Arpa

Membro fondatore e compositore principale della band PerKelt, nata nella Repubblica Ceca, Paya era considerata una bambina prodigio del flauto dolce quando aveva solo 4 anni. Ha vinto molti concorsi di flauto dolce, seguendo i metodi del suo insegnante, Jan Milde, e si è laureata all’Accademia di musica di Brno e al Conservatorio di Pardubice, Repubblica Ceca, in strumenti a fiato e storia della musica. In precedenza, Paya ha suonato con molti ensemble di musica antica e ha frequentato regolarmente l’International Summer School of Early Music di Valtice. È anche un pozzo di creatività dai molteplici talenti e un punto centrale splendente e bellissimo della presenza scenica…

Štěpán Hon

Repubblica Ceca

Chitarre, voce

Membro fondatore della band PerKelt, nato nella Repubblica Ceca, Stepan si è laureato all’Accademia di musica e arti dello spettacolo di Bratislava, Slovacchia e si è laureato con lode al Conservatorio di Pardubice, Repubblica Ceca, in chitarra classica e storia della musica. Nel 2002, Stepan ha vinto il concorso di chitarra classica Guitarreando. Dal 2008 Stepan ha dedicato tutto il suo tempo e i suoi sforzi al mondo PerKelt come compositore, chitarrista, cantante, produttore e sognatore principale.

Duncan Menzies Scozia

Violino, voce

Si potrebbe dire che Duncan è tecnicamente solo una versione più economica e divertente di un jukebox per feste di compleanno casuali. Un altro potrebbe dire che è una bestia selvaggia proveniente dalla campagna del freddo Nord, dove gli indigeni suonano ancora le cornamuse e mangiano bambini congelati. Un altro ancora ammetterebbe di aver conseguito un dottorato di ricerca e di essere appena stato intervistato dalla BBC sul suo progetto di cornamuse elettroniche, quindi non può essere una cattiva persona… Avrebbero tutti assolutamente ragione! Ma TU impari a conoscerlo come il violinista che ride, l’unico musicista là fuori che eguaglia la follia, la velocità e l’altezza di PerKelt allo stesso tempo, e quindi gli è permesso suonare in piedi!

Ruben Yon’Ton Messico

Didgeridoo / Percussioni

Nato a Città del Messico dalla tribù nativa dei Nahua, il guaritore sonoro e artista rituale Ruben Yon’Ton ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo prima di incontrare PerKelt a Londra. Proprio come tutti coloro che lo incontrano, la band si è innamorata della sua spontaneità, giocosità, talento e follia apparentemente illimitata. E proprio come molte cose che capitano nella sua vita, ha detto “sì” all’offerta di unirsi al nostro palco senza troppa esitazione. Ora, portando il potere curativo del didgeridoo, vari tamburi e oscuri strumenti a fiato nativi, abbracciando il caos dell’improvvisazione con i suoi canti magici, uniamo le forze per offrire al nostro pubblico un’esperienza di guarigione davvero unica e potente.

Kaya Le Bonte-Hurst

Batteria

Regno Unito

Nata a Londra, Kaya ha iniziato a suonare la batteria come una pazza quando aveva 9 anni, ha continuato a suonare come una pazza con vari gruppi rock durante l’adolescenza e ora suona la batteria come una pazza con i PerKelt. Data la sua energia grezza, la sensibilità per la musica e la creatività, è stata una scelta naturale e perfetta per la band.

Inoltre è davvero fantastica

AUTORE

Gloria Berloso

21 gennaio 2025

gennaio 15, 2025

Ciao Mauro, la tua eredità vive nel lavoro che hai lasciato e nelle vite che hai toccato con le tue parole.

Esistono tante storie vere che possono coesistere perché siamo tutti esseri umani, uguali ma allo stesso tempo diversi per scelte e condizione di vita. Mauro Quai è morto in solitudine nella sua casa di Susans per scelta, non stava bene negli ultimi mesi. Nonostante tutta la sua sofferenza riusciva a trovare un pensiero per alcuni amici, a scrivere un messaggio. L’ultimo che ho ricevuto me l’ha inviato il 6 gennaio. Ci eravamo sentiti al telefono qualche giorno prima, desideravo poterlo aiutare ma non ha voluto forse per la sua inconfondibile personalità arrabbiata e complessa, sensibile e romantica.

Sono tante le cose che aveva da raccontare, infilava ricordi e aneddoti, sulla sua vita, il rapporto con Nemo ed il vino, quest’ultimo spesso conflittuale. E soprattutto sapeva ascoltare, capire la musica, sottoscriveva articoli di una bellezza infinita per vari giornali. Era uno dei rari giornalisti che non aveva internet, social e smartphone, ciononostante i suoi articoli erano precisi, colmi di elementi tecnici, descrizioni estese della percezione del suono che ascoltava dal disco.

Mauro Quai è stato un nome noto nel panorama musicale italiano, un giornalista che ha dedicato molto del suo tempo a raccontare storie, emozioni e passioni attraverso la musica. Nato nel 1953 in Friuli viveva a Susans da sempre, si è distinto non solo per il suo talento nel giornalismo, ma anche per la sua innata capacità di percepire l’anima di ogni artista con cui ha interagito.
Sin da giovane, Mauro ha mostrato una passione travolgente per la musica. Questa passione si è trasformata in un amore profondo quando ha scritto il suo primo articolo per un giornale locale. Da quel momento, la sua carriera è decollata, Mauro ha iniziato a lavorare per diverse riviste musicali. Il suo approccio alla scrittura era unico: non si limitava a recensire album o concerti, ma cercava sempre di raccontare la storia dietro la musica. Le sue interviste erano famose per la loro profondità; riusciva a far emergere i lati più intimi e vulnerabili degli artisti, creando un legame indissolubile tra il lettore e il mondo della musica. La sua penna vibrante riusciva a trasmettere emozioni, rendendo ogni articolo un’esperienza quasi sensoriale.
Mauro non era solo un critico; era un vero amante dei concerti. Ogni volta che un artista calpestava un palco, per lui era come una celebrazione. Partecipava a festival, concerti e eventi musicali, scrivendo recensioni che catturavano l’energia e l’emozione del momento. La sua capacità di immergersi completamente nell’atmosfera di un concerto lo rendeva un osservatore prezioso, capace di descrivere le sfumature di un’esibizione con incredibile dettaglio.
Purtroppo, la vita di Mauro è stata segnata da una battaglia silenziosa contro la depressione che lo hanno portato a sentirsi distante da tutti, persino dai suoi cari. La sua morte lascia un vuoto incolmabile nel cuore di chi lo conosceva e gli voleva bene. È tragico pensare a quanto Mauro abbia dato al mondo mentre, allo stesso tempo, combatteva una battaglia invisibile.

La sua scomparsa mette in evidenza l’importanza di parlare di depressione, in particolare nel mondo dei musicisti, dove l’apparente successo può mascherare sofferenze profonde. Oggi, amici e colleghi lo ricordano non solo per la sua incredibile carriera, ma anche per la sua umanità. La sua eredità vive nel lavoro che ha lasciato e nelle vite che ha toccato con le sue parole.

In memoria di Mauro, è fondamentale continuare a promuovere la discussione nel settore musicale. La sua voce, purtroppo silenziata, continuerà a ispirare generazioni di giornalisti e musicisti a esplorare e onorare la bellezza e la complessità della musica, ma anche a non dimenticare l’importanza di prendersi cura della propria anima. La musica, come diceva Mauro, è un riflesso della vita stessa; così, mentre continuiamo ad ascoltare, ricordiamoci anche di chi ci ha regalato il dono di farlo.

Sto pensando a Nemo che ti è stato sempre accanto, vorrei stringerlo a me per rassicurarlo che il suo padrone ora sta in un posto con tanti amici sinceri. Voglio esprimere la mia vicinanza alle persone che si sono prese cure di te e che ti hanno voluto bene. Non potrò più sentire la tua voce, parlare di musica. Non hai voluto che ti venissi a trovare, ti ho capito. Hai faticato a resistere in questa vita ma io non dimenticherò mai la tua amicizia, la tua sensibilità e i tuoi umori quando ti sentivi solo e abbandonato. Mi hai preso in contropiede stamattina perché hai rotto la velocità del suono della solitudine ma ora sei in viaggio in libertà.

Mauro Quai con Nemo – Foto di Domenico Bertone

Grazie di essermi stato amico in tutti questi anni. Ci ritroveremo in un’altra dimensione un giorno. Sono sicura che Ricky ti ha già sfiorato, il tempo non vola si ferma e scappa.

Un soffio Amico mio.

Gloria

14 gennaio 2025