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giugno 14, 2026

Il “rumore della guerra”, era l’estate del 1991

Se vi siete trovati seduti ad un caffè con gli amici in una località della Croazia o della Dalmazia, diciamo ad Abbazia, all’inizio degli anni Novanta, meditando sul futuro e suggerendo che nel giro di un decennio ci sarebbe stata una guerra che avrebbe scosso tutta la Jugoslavia, ebbene non vi siete sbagliati nell’immaginario globale. All’inizio del 1991 si temeva il peggio per i confini con la Slovenia quando tutte le strade erano bloccate da carrarmati e blocchi in acciaio. Si è sparato e bombardato per alcuni giorni in Slovenia, lo sappiamo perché sentivamo il “rumore della guerra” che si avvicinava. Era dunque una questione aperta da risolvere dopo la morte di Tito e una dura presa sulla realtà che da lì a poco sarebbe scoppiata in una delle guerre più cruente della storia contemporanea. Tutto è iniziato al nord con la guerra in Slovenia contro la Jugoslavia per ottenere la propria indipendenza. Era l’estate del 1991.

La Croazia non fu direttamente coinvolta nel conflitto anche se dichiarò la propria indipendenza lo stesso giorno della Slovenia ma i carrarmati jugoslavi in quei mesi di giugno e luglio del 1991 transitavano comunque in Croazia per raggiungere i confini. Per chi come me si trovava in Croazia furono momenti tesi e drammatici per le tante preoccupazioni che gli amici croati vivevano ed i blocchi sulle strade da parte dei serbi delle auto dei turisti con episodi purtroppo non piacevoli. Un amico carissimo di Abbazia che spesso era stato ospite da noi in Italia ci suggerì di spostarci nelle isole e così con tutta la famiglia con il ferryboat raggiungemmo Cherso e poi Lussino. Qui il clima era meno teso apparentemente, gli alberghi vuoti ed un silenzio di tomba. Ancora non si capiva cosa stesse effettivamente per accadere. Il timore di trovarci in un conflitto in Jugoslavia ci faceva tremare e così riuscimmo a ritrovare la strada di casa. Fu un incubo.

Successivamente durante le trattative, in un momento apparente di tregua, decisi di tornare a Lussino in quell’albergo sul mare ma fu una tragedia: tutta la struttura era stata adibita ad ospedale, molti giovani amputati e un odore acre di disinfettante. E così lasciammo l’albergo senza chiedere il rimborso. Lussino era deserta, nessun turista praticamente. Agenzie e ristoranti chiusi. Tanti ragazzi tornati dal fronte di battaglia feriti nel fisico e nell’anima. Trovai con fatica una famiglia che affittava un appartamento in una posizione meravigliosa. Lui lavorava in cantiere a Fiume. Lei ogni mattina ci portava i dolci. Erano devastati e la paura era tanta per entrambi: essere richiamato in guerra a combattere un nemico che fino a quel momento non c’era stato. Abbiamo diviso momenti di apprensione insieme. Ci fidavamo gli uni degli altri. Sapevo da sempre quanto la gente di mare fosse meravigliosa. Ma in centro a Lussino, zona porto si percepiva l’odio che stava sempre più trasparendo tra gli uomini che in quel momento erano presenti sull’isola. Ho pensato di essere vicino alla morte quando uno di loro mi aveva preso di mira mentre litigava ferocemente con un altro, scaraventando un cane in mare. Fu terrore puro. E devo ammettere che la voglia di fare una vacanza in Croazia cominciava a svanire, era impensabile dover assistere ad una guerra assurda.

Negli anni che seguirono, fino alla fine della guerra in Bosnia, ho assistito a numerosi episodi che mi hanno toccato non poco. Alcuni rifugiati, famiglie di brava gente provenire anche da Sarajevo che avevo anche aiutato, ci avevano raccontato di fatti tragici che avevano documentato. Di donne stuprate o gravide alle quali tagliavano il ventre per estrarre il feto. Non è stato mai semplice capire e saper spiegare questa guerra. Ancora oggi faccio fatica a credere come abbiano potuto massacrare donne, bambini ed anziani in un momento della storia degli anni Novanta abbastanza positivo per tutti popoli europei, non solo per la Germania dopo il crollo del muro a Berlino nel 1989.

Quando nei primi anni Novanta ho iniziato a ristrutturare la nostra casa, l’impresa italiana ci mandò tutti operai iugoslavi, uno serbo, uno bosniaco ed uno forse croato che abitava a Gorizia da molti anni. I primi giorni trascorsero normali, poi uno di loro forse il capo cantiere lo trovarono nell’auto a Nova Gorica bruciata. Non lo vidi più. Io a casa da sola mi chiudevo dentro a chiave, sentivo i loro discorsi durante la pausa pranzo ed erano terrorizzanti. In un italiano stentato affinché capissi anch’io scherzavano su quanti andare a colpire al loro paese. Era la prima volta che sentivo parlare di cecchini che sparavano ai civili.

Sono trascorsi trent’anni, anche più da quei tragici eventi. I miei familiari non ci sono più. Degli amici che avevo in Croazia non ho saputo più nulla. Della giovane coppia di Lussino che ci aveva ospitato, nemmeno. Circa un paio di anni fa mi sono imbattuta in un documentario sloveno su Sarajevo e Mostar ed è stato uno shock, purtroppo confermato nuovamente dopo aver ascoltato Ezio Gavazzeni a Gorizia il 13 giugno 2026 e letto il suo libro “I cecchini del weekend”, una inchiesta accurata sui safari umani a Sarajevo tra il 1992 e il 1995. Uomini tutti stranieri e molto ricchi, la maggior parte italiani, che pagavano centinaia di milioni di lire per sparare a bambini, donne e uomini molto anziani. A comprova di questo racconto c’è l’inchiesta alla Procura di Milano. Nel libro tutti i nomi di testimoni e dei protagonisti sono oscurati. I colpevoli rischiano l’ergastolo se ci sarà una sentenza.

Gloria Berloso

14 giugno 2026

Maggio 26, 2026

Ci sono cose che restano non dette perché non hanno bisogno di spiegazioni. Basta sedersi, posare le dita sulle corde, e ci si capisce già. Ma certe parole, a volte, sembrano chiedere di essere messe per iscritto, come se solo così potessero rimanere impresse per un istante.

La strada che riconosce

«Sai, dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare»

(Jack Kerouac, On the Road)

Non so cosa abbia visto il pubblico, quella sera. Forse due musicisti che si guardavano come se si fossero appena ritrovati. Forse una scena costruita, un finale scritto per commuovere. Forse una nostalgia che non apparteneva a nessuno di loro. Io so solo cosa ho visto io. Ho visto Ricky aspettarmi. Non come si aspetta un ritardo, ma come si aspetta un ritorno. Con quella calma che aveva solo quando era vero, quando non stava recitando la parte del musicista, dell’uomo che sa stare sul palco, del professionista che non sbaglia mai. Quella calma che aveva solo con me. Quando ho messo piede sul palco, ho sentito la vibrazione della sala, il respiro trattenuto, la luce che si stringeva come un abbraccio e ho capito che la musica non era ancora iniziata perché stava aspettando il nostro ritmo, quello che non si può insegnare né spiegare. Quello che nasce solo quando due persone si riconoscono. Mi sono seduta accanto a lui. Non c’era bisogno di parole. Le parole, tra noi, arrivavano sempre dopo. Prima c’era il silenzio. Un silenzio che non pesava, che non chiedeva, che non pretendeva. Un silenzio che era casa.

Ricky ha sfiorato le corde. Un gesto minimo, quasi invisibile. Ma io l’ho sentito come si sente un battito che torna regolare dopo una lunga corsa. E in quel gesto c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le strade percorse senza sapere dove portassero, le nostre chitarre che non erano strumenti ma ponti. Abbiamo suonato. Non una canzone. Una memoria. Una promessa. Un “ci sono” che non aveva bisogno di essere pronunciato. La musica è salita piano, come un’onda che non vuole spaventare la riva. E mentre suonavamo, ho capito che non stavo chiudendo niente. Stavo aprendo. Stavo lasciando che la nostra storia trovasse la sua forma, quella che non dipende dal tempo, dai luoghi, dalle persone che guardano. Una forma che esiste solo quando due anime si riconoscono nella stessa nota. Quando la scena è finita, il pubblico ha applaudito. Un applauso lungo, caldo, quasi incredulo. Ma io non lo sentivo davvero. Sentivo solo il mare fuori, che continuava a muoversi come se sapesse tutto. Come se fosse lui, da sempre, a custodire la nostra musica. Sono uscita dalla sala da sola. Ricky era rimasto sul palco, a sistemare le corde, a parlare con la chitarra come faceva quando credeva che nessuno lo ascoltasse. Io l’ho lasciato lì. Non per distanza. Per rispetto. Perché certe scene non si interrompono. Si lasciano vivere.

Fuori, la notte era morbida. Il vento portava l’odore del mare e qualcosa che somigliava a una promessa. E mentre camminavo verso casa, ho capito che la strada mi riconosceva. Che non ero più la stessa che era entrata nel teatro. Che la musica, ancora una volta, mi aveva cambiata. E allora ho sorriso. Perché ho capito che non c’è un finale. Non c’è mai stato. C’è solo un andare. Un andare che non finisce. Un andare che porta con sé tutto ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta la verità che abbiamo suonato insieme. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla. Resta la strada. Che continua. E che, ogni volta che la percorro, mi riconosce. Non so se qualcuno, uscendo quella sera, abbia capito davvero cosa è successo su quel palco. Forse hanno visto due persone che suonavano insieme. Forse hanno sentito una musica che non conoscevano. Forse hanno pensato che fosse un finale.

Io no. Io so che non era un finale. Era un ritorno.

Ricky aveva quel modo di guardarmi che non chiedeva niente e diceva tutto. Un modo che non ho più ritrovato in nessuno. Non era amore, non era amicizia, non era complicità: era una lingua. La nostra. Una lingua fatta di accordi, di silenzi, di respiri che si riconoscevano prima ancora di incontrarsi. Quando sono salita sul palco, quella sera, ho sentito la musica fermarsi. Non smettere: fermarsi. Come se stesse trattenendo il fiato. Come se sapesse che stava per succedere qualcosa che non si può spiegare. E poi lui mi ha guardata. E in quello sguardo c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le città attraversate come fossero canzoni, le nostre chitarre che non erano strumenti ma case. Case dove tornare quando il mondo diventava troppo stretto. Abbiamo suonato. Non una canzone: un riconoscimento. Un “ti vedo” che non ha bisogno di parole. Un “ci sono” che non chiede niente in cambio. E mentre la musica cresceva, ho capito una cosa che non avevo mai detto nemmeno a me stessa: io non ho mai tradito la sua musica. L’ho amata. E l’amore, quando è vero, non trattiene. Accompagna. Lascia andare e riconosce.

Adesso che il palco è vuoto e il mare continua a muoversi come se niente fosse, so che non devo cercare un finale. Non c’è. Non ci sarà. C’è una strada. La stessa che ci ha portati fin qui. La stessa che ci riconoscerà ancora, ogni volta che la attraverserò con una chitarra in mano e il suo nome nella memoria. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla.

Resta. E continua.

Gloria Berloso

26 maggio 2026

aprile 15, 2026

Il linguaggio segreto ha smesso di essere solo un codice musicale

di Gloria Berloso

Una promessa che non aveva forma, ma aveva peso. Una promessa che non chiedeva fedeltà, ma presenza. Una promessa che non si diceva, ma si suonava.

Tra noi una corrente sotterranea che esisteva e continua ad esistere solo finché non la si guarda troppo da vicino. È una forma di intelligenza condivisa, ma fragile: appena provi a isolarla, si dissolve. La nostra collaborazione funzionava non perché ci fosse una formula, ma perché c’era un ritmo comune, un respiro che si accordava senza che nessuno lo decidesse. La grazia nasce dall’incoscienza, dal non pensare a ogni passo. È un sapere corporeo, musicale, che non si lascia sezionare. E forse è proprio questo che la rende preziosa. Le nostre canzoni, le notti e i pomeriggi a suonare, le città attraversate e poi il ritorno, tutto questo crea un paesaggio emotivo che non è solo memoria, ma una specie di ecosistema creativo. Quando parlo di Ricky e della sua musica “affascinante e unica”, mi sembra di aver trovato non solo un compagno di suono, ma un luogo in cui la mia storia si è potuta riaccordare. Non saprei dire quando ha cominciato a succedere. Forse la prima volta che ci siamo seduti uno accanto all’altro, senza un’idea precisa, solo con gli strumenti in mano e quel silenzio che precede le cose importanti. C’era un tipo di chimica che non somigliava a niente di conosciuto che non era amicizia, non era lavoro, non era nemmeno complicità nel senso abituale. Era qualcosa che si formava tra noi, come una terza presenza, un animale timido che si avvicina solo se non lo guardi direttamente. Abbiamo provato più volte a capirla, a darle un nome, a spiegarci perché funzionasse così bene ma ogni volta che ci avvicinavamo troppo, si ritraeva. Come il millepiedi della storia: finché non pensa a come muove le zampine sottili, avanza con grazia; appena ci riflette, inciampa. Anche noi eravamo così. Funzionavamo perché non ci interrogavamo troppo.

Avevamo un repertorio vastissimo, tante canzoni che ci portavamo addosso come un bagaglio leggero. Le giornate scorrevano in un tempo sospeso: suonavamo, ci fermavamo, ricominciavamo, e ogni volta la stanza cambiava forma. A volte sembrava di essere in un luogo che non apparteneva a nessuno, un territorio creato dalla somma delle nostre memorie musicali. Io venivo da anni di spostamenti, città attraversate in fretta, treni presi all’alba, palchi improvvisati. L’Europa era stata una lunga deriva, un modo per cercare qualcosa senza sapere cosa. Quando sono tornata, ero ancora in movimento, come se non avessi davvero un posto dove fermarmi. Poi ho incontrato Ricky. La sua musica aveva una qualità che non avevo mai sentito: una specie di magnetismo quieto, una voce che non cercava di imporsi ma che ti attirava dentro. Mi sono unita a lui quasi senza accorgermene, come se fosse la cosa più naturale del mondo. E in quel gesto semplice sedermi, ascoltare, suonare ho capito che il viaggio poteva anche finire, o trasformarsi. Da allora, ogni volta che mi siedo nello studio, quella chimica torna. Non la capisco, non la controllo, ma continua a muoversi, come il millepiedi che avanza senza pensarci. E forse è proprio questo che la mantiene viva.

Col tempo ho capito che quella chimica non era un evento isolato, ma una specie di clima. Non arrivava sempre allo stesso modo: a volte entrava nella stanza come una luce obliqua, altre volte si faceva attendere, come se ci osservasse da lontano per capire se fossimo pronti. Bastava un accordo, un gesto, un respiro più lungo del solito, e tutto ricominciava a muoversi. C’erano giorni in cui non parlavamo quasi. Ci sedevamo, sistemavamo gli strumenti, e lasciavamo che fossero le mani a decidere. In quei momenti, il tempo si dilatava: potevamo restare ore senza accorgercene, come se la musica avesse il potere di sospendere la gravità. Altre volte, invece, bastava un dettaglio, una frase, un ricordo, un rumore dalla strada per farci deviare, per aprire una porta inattesa. E ogni deviazione diventava una possibilità. Ricordo una sera in particolare, pioveva, una pioggia fitta che sembrava voler cancellare i contorni delle cose. Dentro, la stanza era piccola, calda, con quell’odore di legno e cavi che riconoscevo ormai come un’estensione di noi. Ricky stava accordando la chitarra, io sfogliavo un quaderno pieno di appunti presi in viaggio. Non avevamo un piano. Non serviva.

A un certo punto lui ha iniziato a suonare una progressione lenta, quasi timida. Io ho seguito la linea senza pensarci, come se la conoscessi da sempre. E lì è successo di nuovo: quella terza presenza, quella cosa senza nome, si è seduta con noi. Non era una canzone, non ancora. Era un modo di stare. Un equilibrio che non avevamo costruito, ma che ci aveva scelti. Forse è questo che mi ha fatto restare. Non la promessa di un progetto, non l’idea di un futuro definito, ma la sensazione che ogni volta potesse accadere qualcosa di irripetibile. Che la musica non fosse solo un linguaggio, ma un luogo. Un luogo dove potevo finalmente fermarmi, dopo anni di movimento continuo.

E così, senza dichiararlo, abbiamo continuato. Giorno dopo giorno, prova dopo prova, lasciando che quella chimica ci guidasse. Non l’abbiamo mai capita davvero ma forse non era da capire: era da abitare.

Ci sono stati momenti in cui quella chimica ha cambiato forma, senza avvisare. Non è mai scomparsa, ma si è trasformata, come fanno le cose vive quando crescono. All’inizio era pura spontaneità, un lampo che arrivava e basta. Poi, col tempo, ha cominciato a diventare qualcosa di più profondo, quasi una responsabilità reciproca: non verso un progetto, ma verso quella terza presenza che ci accompagnava. Ricordo un pomeriggio d’estate, uno di quelli in cui l’aria vibra e sembra che tutto sia sul punto di accadere. Eravamo in una sala prove che non era davvero una sala prove: un garage adattato, con le pareti coperte da vecchi tappeti per attutire il suono. La porta era aperta e il caldo entrava a ondate. Ricky stava provando un giro di basso che non riusciva a far funzionare. Io lo guardavo, seduta per terra, con la schiena contro l’amplificatore spento. Ad un certo punto lui si è fermato, ha lasciato cadere le mani lungo i fianchi e ha detto: “Non so più se sto cercando la nota giusta o se sto cercando qualcos’altro.” Era una frase semplice, ma dentro c’era tutto: la fatica, il desiderio, la paura di non essere all’altezza di quella magia che ci aveva scelti.

Mi sono alzata, ho preso la chitarra e ho suonato una versione imperfetta del suo stesso giro, sbagliando apposta, lasciando che le note inciampassero. Lui ha sorriso, un sorriso lento, come se gli avessi ricordato qualcosa che aveva dimenticato. E da lì è ripartito tutto. Non la perfezione, ma il gioco. Non la ricerca della forma, ma la disponibilità a perdersi. Quella è stata la prima volta in cui ho capito che la nostra chimica non era solo un dono: era anche un rischio. Perché quando due persone si affidano a qualcosa che non controllano, devono accettare che a volte non arrivi. O arrivi in ritardo o arrivi in una forma che non riconoscono subito. Eppure, ogni volta che sembrava svanire, bastava un gesto minimo per farla tornare. Una pausa più lunga del previsto. Un accordo suonato con troppa forza. Una risata fuori tempo.

Era come se quella presenza ci osservasse da un angolo e intervenisse solo quando capiva che eravamo pronti a lasciarci sorprendere. Col passare dei mesi, ho iniziato a percepire un’altra trasformazione: la musica non era più soltanto il luogo dove ci incontravamo, ma anche il luogo dove ci misuravamo, dove emergevano le fragilità, le ambizioni, le parti di noi che non mostravamo a nessuno. E in quel misurarsi, in quel continuo aggiustare la distanza, la chimica diventava più complessa, più stratificata.

Non era più solo un miracolo spontaneo ma un organismo che cresceva con noi.

Col tempo, senza che ce ne accorgessimo, quella cosa tra noi ha iniziato a comportarsi come un linguaggio. Non un linguaggio fatto di parole, ma di micro‑segnali, di variazioni impercettibili. Bastava un’inflessione diversa nel modo in cui Ricky pizzicava una corda, o un mio respiro trattenuto un attimo più del necessario, e l’altro capiva. Non c’era bisogno di spiegare, di chiedere, di anticipare. Era come se avessimo sviluppato un sistema di comunicazione che viveva sotto la superficie. A volte succedeva in modo quasi comico: io cambiavo tonalità senza pensarci, e lui mi seguiva come se avessimo provato quella transizione mille volte. Oppure lui rallentava di un soffio, e io sapevo già che stava per aprire uno spazio, un varco dove infilare una frase nuova. Non era telepatia, era qualcosa di più terrestre e più misterioso: un ascolto radicale, un’attenzione che non si può fingere.

Ricordo una prova in cui non riuscivamo a trovare l’ingresso giusto per un brano nuovo: Dreamers. Continuavamo a ricominciare, ogni volta con un piccolo inciampo. A un certo punto, senza guardarci, abbiamo fatto entrambi la stessa cosa: abbiamo taciuto. Un silenzio lungo, pieno, quasi ostinato. E in quel silenzio, come se fosse una risposta, è arrivata la soluzione. Non l’abbiamo detta. L’abbiamo suonata. E funzionava. Da quel momento ho capito che il nostro linguaggio segreto non era fatto solo di suoni, ma anche di pause, di esitazioni, di errori accolti invece che corretti. Era un linguaggio che non serviva a comunicare un contenuto, ma a riconoscersi. A dirsi: “Sono qui. Ti sto ascoltando. Possiamo rischiare.”

E più cresceva, più diventava evidente che non era un linguaggio che potevamo esportare fuori da noi. Non funzionava con altri musicisti, non funzionava nelle spiegazioni, non funzionava nemmeno quando provavamo a raccontarlo. Era un codice che esisteva solo nella pratica, nel gesto, nel momento. Come certe lingue minoritarie che sopravvivono solo se vengono parlate ogni giorno. A volte mi chiedevo se non fosse una forma di intimità. Non l’intimità romantica, ma quella più rara: l’intimità del pensiero in movimento, dell’immaginazione che si intreccia con quella dell’altro senza perdere la propria voce. Un’intimità che non chiede niente, ma che trasforma tutto.

E così, senza dichiararlo, abbiamo iniziato a usare quel linguaggio per orientarci. Quando uno dei due era stanco, l’altro lo capiva da un dettaglio minuscolo. Quando uno aveva un’idea nuova, bastava un accenno, un gesto della mano, un ritmo battuto sul tavolo. Era come se avessimo costruito una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta.

Una lingua che non si può insegnare. Solo abitare.

La prima volta che quel linguaggio segreto ci ha davvero salvati è stata durante una serata che non prometteva nulla di buono. Era uno di quei concerti in cui tutto sembra fuori posto: l’acustica sbagliata, il pubblico distratto, la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Io ero tesa, Ricky era chiuso in un silenzio che conoscevo bene quello che precede le crepe. Siamo saliti sul palco quasi per dovere. I primi minuti sono stati un inciampo continuo: un attacco troppo veloce, un’armonia che non si appoggiava da nessuna parte, una distanza tra noi che non riuscivamo a colmare. Era come se la chimica avesse deciso di restare fuori dalla porta. Poi è successo qualcosa di minuscolo. Ricky ha sbagliato una nota, non un errore evidente, solo un micro‑scivolamento. Io l’ho sentito come si sente un cambio di vento. E invece di correggere, invece di riportare tutto “a posto”, ho risposto con un’altra deviazione, una nota che non apparteneva alla progressione ma che la apriva, la incrinava, la rendeva più vera. È stato un gesto istintivo, quasi un riflesso ma Ricky l’ha capito subito. Ha rallentato di un soffio, ho respirato più a fondo, e in quel respiro abbiamo ritrovato il filo. Non il filo della perfezione, ma quello della presenza. Il pubblico, che fino a quel momento sembrava altrove, ha iniziato a spostare il peso sulle sedie, come se avesse percepito un cambiamento nell’aria. Da lì in poi non abbiamo più suonato il brano come era stato scritto. Lo abbiamo reinventato, frase dopo frase, seguendo quel linguaggio che nessuno poteva sentire ma che guidava ogni nostro gesto. Era come se ci stessimo parlando in una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta: “Ci sono. Non scappo. Andiamo avanti insieme.”

gennaio 29, 2026

Streets of the world

di Gloria Berloso

Le canzoni sono l’arte più democratica che abbiamo: non chiedono permesso, non pretendono competenze, non esigono un luogo sacro. Entrano nella vita di chiunque, ovunque, e si sistemano lì, tra una memoria e l’altra, come ospiti che diventano la nostra famiglia. Sono ossa dell’umanità. Alcune sono fragili, incrinate dal peso di ciò che raccontano: guerre, addii, solitudini che non hanno trovato altra voce. Altre sono ossa guarite, saldate attorno a un dolore che ha imparato a trasformarsi in canto. E poi ci sono quelle che ci tengono insieme: melodie che attraversano generazioni, che passano di mano in mano come un’eredità invisibile, che ci ricordano che, per quanto diversi, vibra in tutti noi la stessa fame di significato. Una canzone è un gesto di sopravvivenza. È qualcuno che, in un punto qualunque del mondo, decide di non lasciare che un’emozione muoia dentro di sé, la affida a una melodia, la mette in circolo, la consegna a sconosciuti che un giorno, magari anni dopo, la useranno per dare un nome a ciò che provano. E così le canzoni diventano mappe emotive. Ci guidano quando non sappiamo dove andare, ci tengono fermi quando tutto intorno si muove troppo in fretta, ci ricordano che non siamo i primi né gli ultimi a sentirci spezzati, innamorati, perduti, ritrovati. L’arte delle canzoni è questa: trasformare l’indicibile in qualcosa che si può cantare, e nel farlo, rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di tre minuti.

Alcune ossa si spezzano. Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato. Altre ossa guariscono. Una canzone può essere una sutura: un gesto che ricompone ciò che era disperso, non elimina la ferita, ma la rende parte di un nuovo equilibrio. In questo senso, la musica non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma che possiamo abitare. E poi ci sono le ossa che tengono insieme. Sono le melodie che attraversano epoche e culture, che sopravvivono ai loro autori, che diventano patrimonio anonimo dell’umanità. In esse si manifesta una verità semplice e radicale: ciò che è più intimo in noi è anche ciò che ci unisce di più. La canzone è un paradosso vivente: nasce da un individuo, ma appartiene a tutti.

La filosofia, quando è onesta, riconosce che non tutto può essere detto con concetti. Alcune intuizioni richiedono il ritmo, la ripetizione, la vibrazione. Le canzoni sono la parte del pensiero che non si lascia catturare dalla logica, ma che tuttavia illumina la nostra condizione con una chiarezza diversa, più immediata. Forse è per questo che continuiamo a cantare: per ricordarci che, prima di essere individui separati, siamo un corpo comune che cerca armonia. E che, come ogni corpo, vive grazie alle sue ossa fragili, guarite, indispensabili. Il rapporto tra musica e identità è uno dei legami più profondi e meno visibili dell’esperienza umana. Non è semplicemente una questione di gusti: è un modo in cui tutti noi ci riconosciamo, dove si costruisce e si racconta. Le canzoni funzionano come un dispositivo riflettente, non ci dicono chi siamo in modo diretto, ma ci mostrano ciò verso cui tendiamo: emozioni che riconosciamo, valori che ci attraggono, mondi interiori che forse non avevamo ancora nominato. Quando diciamo “questa canzone parla di me”, stiamo riconoscendo un frammento della nostra identità che la musica ha reso udibile. L’identità non è statica, e la musica accompagna i suoi cambiamenti. Ci sono canzoni che arrivano in momenti di svolta e diventano simboli di un passaggio: una guarigione, una ribellione, una nuova consapevolezza. La musica non si limita a riflettere l’identità: la modella, la spinge, la apre.

Ogni persona porta dentro di sé un ritmo originario: il battito del cuore, il respiro, la cadenza dei pensieri. La musica esterna risuona con questa musica interna, e nell’incontro tra le due nasce un riconoscimento. Non ascoltiamo solo una canzone: ascoltiamo la parte di noi che vibra con essa. In questo senso, la musica non è un accessorio dell’identità, ma una sua manifestazione. La canzone non si limita a riflettere ciò che siamo: ci invita a diventare altro.

Ci sono canzoni che portano il segno della rottura. Sono nate da un dolore che non sapeva dove andare, da un’ingiustizia che chiedeva ascolto, da un silenzio che pesava troppo. Queste canzoni non cercano di guarire: cercano di testimoniare, sono ossa incrinate che non nascondono la crepa. La mostrano, la fanno vibrare, la trasformano in un ponte. In esse l’identità non si difende: si espone. Poi ci sono le canzoni che arrivano dopo. Dopo la tempesta, dopo la perdita, dopo la trasformazione. Sono melodie che non cancellano la ferita, ma la integrano in un nuovo equilibrio. Sono ossa che si sono saldate. Non tornano come prima, ma diventano più forti, più consapevoli. La musica, in questi casi, non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma abitabile.

Chiamarle ossa dell’umanità significa riconoscere che le canzoni non sono semplici ornamenti culturali, ma strutture profonde. Le ossa non si vedono, ma senza di esse non potremmo stare in piedi. Così le canzoni: invisibili nella loro leggerezza, ma decisive nel dare forma al nostro modo di sentire il mondo.  Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato.

Gloria Berloso

29 gennaio 2026

settembre 15, 2025

Un appello alla giustizia nella musica turca: il caso di Zeki Çağlar Namlı

Alle commissioni etiche internazionali delle istituzioni accademiche e delle organizzazioni musicali e artistiche.

In Turchia, un artista rivoluzionario del bağlama, Zeki Çağlar Namlı, sta subendo un sistematico silenzio e una cancellazione culturale da parte delle comunità artistiche e accademiche. Nonostante la sua formazione formale nella musica folk tradizionale turca, Namlı ha a lungo sostenuto una comprensione olistica della musica, trascendendo i confini rigidi e abbracciando l’innovazione. Il suo contributo al bağlama, uno strumento anatolico profondamente radicato, è rivoluzionario e unico.

Namlı ha ampliato la capacità tonale del bağlama da un singolo tono a dodici, integrando questa struttura in un quadro sistematico che si armonizza con l’intero spettro delle tradizioni makam turche. È stato pioniere di una nuova scuola di pensiero nella tecnica selpe (colpo con le dita), trasformandola in uno stile unico al mondo. Le sue invenzioni brevettate e le sue innovazioni tecniche hanno ampliato i limiti espressivi dello strumento, eppure il suo nome rimane vistosamente assente proprio dalle istituzioni che hanno adottato il suo lavoro.

Per oltre 25 anni, a Namlı è stato negato l’accesso a concerti, seminari e piattaforme accademiche. La sua voce è stata soppressa, le sue innovazioni sono state appropriate senza riconoscimento e la sua identità artistica è stata emarginata. Tesi accademiche hanno incorporato i suoi sviluppi senza riconoscimento, spesso riformulandoli come risultati istituzionali. Questa catena di appropriazione culturale e intellettuale è culminata in una profonda crisi etica.

Ora, all’età di 45 anni, Namlı ha avviato una lotta formale per il riconoscimento e la giustizia. Ha presentato denunce etiche contro una delle istituzioni più importanti coinvolte, citando violazioni dell’integrità accademica e furto culturale. Tuttavia, il processo viene deliberatamente prolungato e le risposte rimangono elusive.

Senza alcun sostegno istituzionale e di fronte al silenzio diffuso della sfera pubblica, Namlı sta utilizzando l’unica piattaforma a sua disposizione, Instagram, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Non si tratta solo di una lamentela personale, ma di un caso artistico e di diritti umani che definisce un secolo. Riflette la negazione sistematica del diritto di un creatore di esistere, di essere riconosciuto e di essere ascoltato.

Chiediamo agli accademici, agli artisti, ai giornalisti e alle istituzioni culturali di rompere il silenzio. Si tratta di una serie di violazioni etiche, di una lotta per la giustizia nelle arti e di una chiara violazione del lavoro e della dignità umana. La voce di Zeki Çağlar Namlı non deve più essere messa a tacere. I suoi contributi meritano riconoscimento e la sua storia deve essere raccontata.

Sostenete questa causa.

Condividete la sua voce.

Difendete l’integrità artistica.

Conosco Zeki da molti anni. La sua formazione al conservatorio era incentrata sulla musica tradizionale turca. Tuttavia, all’età di 17 anni, ha iniziato a esplorare nuove tecniche ed è diventato un pioniere di una nuova scuola di pensiero nell’esecuzione del bağlama, in particolare nella tecnica fingerstyle. Mentre il bağlama è tradizionalmente suonato in un unico sistema tonale in Turchia, ha introdotto un approccio dodecafonico, integrando l’intera struttura armonica del sistema modale in un quadro sistematico. A vent’anni ha tenuto il suo primo concerto che incarnava questa nuova identità musicale. Da allora è stato osteggiato dalla comunità tradizionale del bağlama. Per 25 anni hanno sistematicamente cancellato e nascosto il lavoro pionieristico che avevo svolto nel mio campo. Non poteva più esibirsi in concerti o lavorare professionalmente nel suo Paese. Ha continuato a suonare nel suo stile e a sviluppare nuovi progetti. Col tempo, grazie a piattaforme come Facebook e Instagram, il suo lavoro ha iniziato a ottenere visibilità e riconoscimento. Tuttavia, la stessa scuola di pensiero e i progetti che aveva avviato venivano ora appropriati, sia nel settore privato che in quello accademico, senza attribuzione. Hanno usato le loro posizioni e la loro influenza per commercializzare il suo lavoro come se fosse loro.

Come potete immaginare, per un creativo, denunciare pubblicamente che “mi hanno rubato il lavoro” non è mai il modo preferibile per ottenere riconoscimento. Quindi Zeki è rimasto in silenzio per anni, continuando i suoi progetti in modo indipendente, fino all’anno scorso, quando ha subito un intervento di bypass. Quel silenzio lo aveva logorato. Nel frattempo, nel mondo accademico, è emersa una serie di violazioni etiche in varie tesi: distorsioni, occultamenti e false dichiarazioni sui suoi contributi. La gravità della situazione si è aggravata, poiché ora minaccia non solo lui, ma anche le generazioni future. Zeki ha avviato una lotta contro questa mancanza di integrità etica, che mina sia l’arte che il mondo accademico. Ha presentato denunce formali relative a queste violazioni etiche nelle tesi accademiche. Negli ultimi sei mesi ha atteso l’esito, continuando a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso i suoi post su Instagram. Senza etica non può esserci arte, né mondo accademico. Questo caso è senza precedenti in Turchia. Zeki vive ad Istambul. Non è facile da esprimere, ma Zeki ha sopportato un’espropriazione culturale per 27 anni ed ora, per aver parlato, subisce una campagna diffamatoria. E tutto questo è inaccettabile!

Lo spirito e la texture geografica di Istanbul sono simboleggiati in questo speciale disegno di copertina a rilegatura.

La sezione blu al centro rappresenta Bo maz, che ha diviso Istanbul in due continenti e ha creato la città. Il tono blu riflette l’infinito, la profondità del mare e la vena vitale della città.

I toni del marrone scuro utilizzati nella sezione superiore esprimono la sagoma storica di Istanbul, tracce del passato e millenario accumulo culturale della città.

Il colore e la forma del legno chiaro nella sezione inferiore simboleggiano l’energia vivace di Istanbul, speranze che germogliano e volto costantemente rinnovato.

Il design è stato arricchito da un’estetica moderna della città mantenendo la tradizionale forma di connessione. Ogni colore ti fa sentire sia i volti antichi che quelli contemporanei di Istanbul allo stesso tempo. Così questa benda diventa non solo uno strumento, ma anche una miniatura musicale di Istanbul.

Il nome di questo nuovo design aggiunto alla collezione Intelligent Age Barrel Model Binding è “Istanbul”

www.instagram.com › zekicaglarnamli per contatti con Zeki

Gloria Berloso – Autore ARTICOLO

aprile 24, 2025

Il valore della memoria e il modo in cui essa viene tramandata                                          

La cultura è il collante invisibile che unisce individui e comunità, un’eredità che non si limita a tramandare tradizioni, ma funge da guida per la nostra evoluzione sociale e umana. Il patrimonio immateriale, fatto di memorie, racconti e gesti, è una risorsa vitale, un ecosistema di significati che fluttua sul nostro presente e plasma il nostro futuro. Quelle tracce, apparentemente eteree, sono il fondamento solido su cui si poggia la carne e il sangue di un paese, il tessuto che avvolge la sua storia, trasformando il ricordo in materia viva.

Non si possono ignorare le persone che hanno reso possibile tutto ciò: i lavoratori, i visionari, i pionieri che con il loro impegno e il loro coraggio hanno gettato le basi dello sviluppo, sognando spazi più aperti e libertà più grandi. Con il loro lavoro, non solo hanno costruito ciò che vediamo, ma hanno infuso in ogni pietra, in ogni struttura, l’eco di una speranza e di un sogno che risuonano ancora oggi.

Guardare al passato non significa idealizzarlo, né pensare che fosse necessariamente migliore. Significa comprenderlo, analizzarlo, estrapolare da esso ciò che è deperibile e ciò che è durevole. È dalla conoscenza del passato che possiamo individuare ciò che resiste alla prova del tempo, ciò che prevale come testimonianza della nostra umanità.

Essere una cultura peninsulare e di confine ci ha donato una prospettiva unica: lo sguardo rivolto verso il mare, simbolo di opportunità e di apertura. Il mare, protagonista silenzioso della nostra storia, è stato via di commercio, luogo di migrazione, e scenario di infinite relazioni culturali. Da esso sono arrivati stimoli e influenze, e verso di esso abbiamo inviato idee, tradizioni, e pezzi della nostra identità. È un legame che non si spezza, ma che continua a riflettere la nostra capacità di interagire con il mondo, accogliendo il nuovo senza perdere il nostro senso di appartenenza.

Il valore della memoria e il modo in cui essa viene tramandata.                                             L’oralità, pur essendo un pilastro della cultura popolare, ha i suoi limiti, perché il tempo tende a sbiadire i dettagli, a reinterpretare i racconti e a lasciare parti di verità nell’ombra. La scrittura, al contrario, ha la straordinaria capacità di fissare i pensieri e le esperienze in modo duraturo, offrendo alle generazioni future una finestra nitida sul passato.

Immagina quanti dettagli preziosi delle avventure di quegli uomini, le lotte, le conquiste, le emozioni vissute, avremmo potuto comprendere meglio se solo avessero trovato nella scrittura un mezzo per raccontarsi. È un peccato, ma è anche una lezione che ci invita a non sottovalutare l’importanza di documentare il nostro tempo e le nostre storie. Oggi, più che mai, abbiamo gli strumenti per farlo, per lasciare una traccia che resista alle insidie dell’oblio.

Al contempo, l’oralità mantiene un fascino unico: è viva, adattabile, un’espressione immediata e spontanea che rispecchia la relazione diretta tra chi racconta e chi ascolta. Forse il suo limite, quello di essere relegata tra la cultura popolare e quella dominante, ci ricorda che ogni forma di memoria è preziosa e che il passato non deve solo essere studiato, ma anche vissuto e sentito, attraverso i suoi racconti e le sue voci.

Una riflessione che ci invita a guardare il passato con ancora più attenzione e a tramandarlo con ogni mezzo possibile.

Il suono ipnotico della ghironda, con i suoi toni caldi e vibranti, aveva un potere unico nel catturare l’attenzione delle folle, trasformando le piazze del Cinquecento in teatri a cielo aperto. Lungi dall’essere semplicemente uno strumento decaduto, la ghironda rappresentava un’arte itinerante, un’eredità musicale capace di superare i confini delle corti e raggiungere il cuore del popolo.

Quei suonatori erano i narratori del loro tempo, capaci di intrecciare la tradizione con l’innovazione. Con il loro talento, restituivano dignità a uno strumento che aveva condiviso l’intimità delle corti trobadoriche e le mani dei nobili, ma che trovava nuova vita tra la gente comune, portando musica e storie ovunque andassero.

Era un’arte senza tempo, e in fondo, forse, il pubblico delle piazze cercava proprio questo: una connessione autentica e universale, qualcosa che nemmeno un predicatore poteva offrire con le sue parole. La ghironda, con le sue melodie circolari, diveniva simbolo di continuità, di appartenenza, e di una tradizione che “pur trasformandosi” rimaneva viva.

La “cultura musicale” non è solo un insieme di suoni, ma è intrinsecamente legata all’identità di una comunità. Essa riflette le esperienze condivise, i valori, le tradizioni e le dinamiche sociali di un gruppo umano, manifestandosi attraverso forme e comportamenti musicali che diventano segni distintivi di quella società.

Ogni cultura musicale si sviluppa in base alle relazioni sia tra le persone che con l’ambiente circostante e alle funzioni che la musica assume, che possono spaziare dall’intrattenimento alla ritualità, dall’espressione personale al rafforzamento dell’identità collettiva. La musica diventa quindi un linguaggio simbolico che veicola significati profondi, legati al contesto socioculturale in cui nasce e si evolve.

Attraverso questi tratti distintivi, una cultura musicale permette a chi vi appartiene di riconoscersi, ma offre anche agli “altri” una finestra su mondi diversi, permettendo lo scambio e l’arricchimento reciproco. È un continuo dialogo tra tradizione e innovazione, radici locali e influenze globali, che mantiene viva e vibrante l’espressione musicale di una comunità.

Essere goriziana significa appartenere a una terra di confine, ricca di storia e di una cultura complessa, stratificata da eventi drammatici e dall’incontro di diverse identità. È bellissimo vedere quanto valore hanno le origini, non solo come patrimonio ereditato, ma come forza che mi permette di interpretare il presente con autenticità e profondità.

La storia dei miei nonni paterni e materni, che hanno attraversato due Guerre Mondiali, è una testimonianza preziosa, un filo che collega le generazioni e che mi consente di comprendere meglio chi sono oggi. Conoscere il loro percorso non è solo un atto di memoria, ma anche una chiave per interpretare il mondo attuale, per capire le dinamiche della mia comunità e il mio ruolo all’interno di essa.

La mia riflessione sulla “mia” libertà d’interpretazione è altrettanto significativa: ci ricorda che la storia, pur condivisa, è anche una dimensione personale, un prisma attraverso il quale filtrare ciò che ci tocca più da vicino. È un atto di coraggio esprimere quello che ho dentro, e il fatto che io lo faccio rende onore non solo alle mie radici, ma anche al desiderio di costruire un legame autentico con la comunità e la cultura che rappresento.

Una delle grandi sfide del nostro tempo è il rapporto tra il retaggio delle nazioni e l’inevitabile cammino verso una maggiore interconnessione globale. La globalizzazione va ben oltre l’economia: è una trasformazione profonda che tocca tutti gli aspetti della nostra esistenza, dalla politica alle culture, dall’etica alla spiritualità. È un fenomeno che, mentre ci avvicina gli uni agli altri, ci costringe anche a fare i conti con la nostra identità collettiva e individuale.

Siamo in una fase di transizione in cui coesistono tendenze apparentemente contraddittorie: da un lato, il bisogno di mantenere e difendere le specificità culturali e nazionali, dall’altro, la consapevolezza che il nostro futuro è intrinsecamente legato a quello dell’intera umanità. Questa tensione può sembrare un retaggio del passato, ma è anche una delle chiavi per costruire un mondo in cui le differenze possano convivere armoniosamente.

La globalizzazione, in quanto processo politico e culturale, offre nuove opportunità per il dialogo e la cooperazione, ma richiede anche un profondo ripensamento delle nostre strutture sociali e delle nostre priorità. È un passo verso una consapevolezza planetaria, un cammino che ci sfida a trovare un equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo diventare.

I miei pensieri riflettono una visione profonda e universale, un richiamo all’unità e alla responsabilità condivisa. Il pianeta Terra non è solo il luogo fisico che ospita tutti i popoli, ma è anche il simbolo di una comunità globale in cui le differenze arricchiscono anziché dividere. Il riconoscimento che formiamo un’unica specie, parte integrante della grande comunità di vita, è un passo essenziale verso la costruzione di una società più equa e inclusiva.

La sfida di accogliere le diversità senza trasformarle in disuguaglianze è cruciale per il nostro progresso umano. Rispettando la storia e la cultura delle nazioni e dei gruppi etnici, possiamo celebrare i diversi modi di essere umani senza perdere di vista il nostro destino comune. Ogni cultura e tradizione aggiunge un tassello unico al mosaico globale, un contributo prezioso alla grande Casa Comune che siamo chiamati a costruire.

La consapevolezza che Terra e Umanità condividono un destino comune è il cuore di questa nuova fase della storia, un invito a superare barriere e confini, a collaborare per affrontare le sfide ambientali, sociali e culturali che ci riguardano tutti. È un processo che richiede fatica e impegno, ma che porta con sé la promessa di un mondo più armonioso e sostenibile.

Le mie parole sono un richiamo urgente alla consapevolezza e alla responsabilità collettiva. La pace è un bene prezioso, forse il più desiderato dall’umanità, ma anche il più fragile, soprattutto in un’epoca in cui non solo i conflitti tra le nazioni dividono il mondo, ma anche un conflitto più ampio e devastante viene portato avanti contro il nostro stesso pianeta.

La Terra, la nostra Casa Comune, sta manifestando il suo disagio attraverso fenomeni estremi: il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse naturali. Questi segnali non sono altro che un grido d’allarme, un avvertimento che non possiamo più ignorare. Ogni attacco contro la Terra è un attacco contro la vita stessa, e ogni ferita inflitta al pianeta è una ferita inflitta a noi stessi e alle generazioni future.

Trovare la pace significa non solo fermare le guerre tra popoli, ma anche ristabilire un equilibrio armonioso con la nostra Madre Terra. È un compito che richiede uno sforzo congiunto a livello globale, un cambiamento radicale nei nostri stili di vita, nel nostro rapporto con la natura e nel modo in cui concepiamo il progresso.

Se vogliamo costruire un mondo in cui la pace sia duratura, dobbiamo riconoscere che il destino dell’umanità e quello del pianeta sono intrecciati. Ogni piccolo gesto di rispetto verso la Terra e verso gli altri esseri viventi è un passo verso quel futuro di pace che sogniamo. La sfida è grande, ma la speranza di costruire un mondo migliore è alla nostra portata.

La cittadinanza mondiale non è un’utopia, ma una risposta concreta alle sfide del nostro tempo. Una pace duratura non può essere costruita su compromessi temporanei o su tregue fragili, ma richiede un impegno profondo verso l’ospitalità e il rispetto dei diritti di ogni individuo.

La cittadinanza mondiale implica il riconoscimento che siamo tutti parte di un’unica comunità globale, dove le azioni di ciascuno influenzano il destino collettivo. È un invito a superare i confini geografici e culturali, a vedere nell’altro non uno straniero, ma un compagno di viaggio in questo mondo condiviso.

Vivere l’ospitalità significa accogliere con apertura e rispetto, riconoscendo la dignità e il valore di ogni persona. Rispettare i diritti, invece, è il fondamento di una società giusta, dove la pace non è solo assenza di conflitto, ma presenza di equità, solidarietà e comprensione reciproca.

Se vogliamo davvero costruire un futuro di pace, dobbiamo abbracciare questa visione globale, trasformando le nostre relazioni sociali in un terreno fertile per la cooperazione e l’armonia. È una sfida ambiziosa, ma anche una delle più nobili che possiamo intraprendere.

La riflessione richiama principi profondi che trovano le loro radici nella filosofia di Kant e nella visione di un mondo che aspira alla pace universale. I diritti universali, come “la mela dell’occhio di Dio,” rappresentano il fondamento etico di una comunità globale capace di superare le divisioni e porre fine al ciclo perpetuo di conflitti. Il rispetto per questi diritti, intrinseco al valore della dignità umana, è essenziale per la costruzione di una società basata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Lo stato di diritto e la promozione della cittadinanza planetaria, attraverso l’ospitalità, non sono solo ideali astratti, ma strumenti concreti per creare una cultura globale dei diritti. Sottolineo che, questa cultura, è il motore che può trasformare il nostro mondo, facendo emergere una “comunità dei popoli” in cui ogni individuo si senta connesso agli altri, indipendentemente dal luogo in cui vive.

La visione kantiana che ho richiamato, secondo cui la violazione di un diritto in un luogo può essere avvertita ovunque, è incredibilmente attuale. Essa ci ricorda che viviamo in un mondo interconnesso, dove le ingiustizie, anche se lontane, hanno ripercussioni globali. Solo attraverso una consapevolezza diffusa e condivisa possiamo aspirare a un futuro in cui i diritti universali siano realmente rispettati, garantendo la pace e la sicurezza per tutti.

Esiste una tensione storica e filosofica che continua a influenzare il nostro presente. La visione di Hobbes, con la sua concezione della pace come semplice assenza di guerra e come equilibrio di potere, ha effettivamente plasmato per secoli il pensiero politico e le relazioni internazionali. Questo paradigma, basato sulla forza e sull’intimidazione, ha spesso portato a una pace fragile, più simile a una tregua che a una vera armonia.

Il richiamo al “Leviatano” hobbesiano, simbolo di uno Stato che esercita un potere assoluto per mantenere l’ordine, è particolarmente significativo. Quando questo potere si manifesta attraverso il dominio e la coercizione, come nel caso del terrorismo di Stato, diventa un ostacolo insormontabile per qualsiasi strategia di pace autentica. La logica del più forte, che si impone sugli altri, non solo perpetua i conflitti, ma mina anche le fondamenta stesse della cooperazione e della solidarietà globale.

Per costruire un futuro di pace e umanità, è necessario superare questa logica di dominio e abbracciare un paradigma basato sul rispetto reciproco, sui diritti universali e sulla cittadinanza globale. Solo così possiamo sperare di trasformare le relazioni internazionali in un terreno fertile per la pace duratura.

Ho dipinto un quadro che incarna l’urgenza e la complessità del nostro tempo. Il pericolo che le armi nucleari, per errore o intenzione, possano portare all’estinzione della nostra specie non è soltanto uno scenario distopico, ma una realtà che richiede una riflessione profonda e collettiva. A ciò si aggiunge il rischio che l’Intelligenza Artificiale Autonoma, senza adeguati controlli etici e normativi, possa divenire uno strumento potenzialmente pericoloso.

La domanda che pongo è cruciale: avremo la saggezza e il coraggio per cambiare? Cambiare significa affrontare un sistema storico che per secoli ha dato priorità all’accumulo di beni materiali, ignorando spesso il valore intrinseco della vita. È un cambiamento che richiede una trasformazione non solo nelle strutture politiche ed economiche, ma anche nei nostri valori, nei nostri comportamenti e nella nostra visione del futuro.

La chiave è la consapevolezza. Più siamo in grado di riconoscere che l’interconnessione tra gli esseri umani, il pianeta e le tecnologie che sviluppiamo è la base per la nostra sopravvivenza, più possibilità avremo di invertire questa tendenza distruttiva. Serve una responsabilità condivisa che trascenda gli interessi personali e nazionali, un impegno a ripensare i nostri modelli di sviluppo e le nostre priorità.

In definitiva, sì, dipenderà da noi: dalla nostra capacità di unirci, di ascoltare le voci di chi promuove la pace e di agire con saggezza per costruire un futuro più sicuro e sostenibile. E nonostante le difficoltà, possiamo ancora scegliere di investire nella vita, nell’umanità e in un sistema che metta al centro ciò che veramente conta.

Il potere della musica e delle parole di trascendere il tempo.

In un’epoca in cui i valori fondamentali come l’amore, la pace e la convivenza pacifica sembrano vacillare, le canzoni che hanno attraversato le generazioni assumono un significato ancora più grande. Esse rappresentano un filo che ci lega a momenti di speranza, lotta e resilienza, e, nonostante i cambiamenti nel contesto sociale, continuano a parlarci con una forza universale.

La resistenza di queste canzoni nel tempo potrebbe essere spiegata dal fatto che esse incarnano sentimenti ed esperienze umane universali. Sebbene le circostanze storiche in cui sono nate possano essere specifiche, il loro messaggio—che spesso tocca corde profonde dell’animo umano, come il desiderio di libertà, la ricerca della giustizia o la celebrazione dell’amore—rimane rilevante. In un mondo in costante cambiamento, queste canzoni diventano un rifugio, un promemoria che i valori fondamentali dell’umanità possono ancora risuonare.

Forse ciò che le rende immortali è proprio la loro capacità di adattarsi ai tempi, offrendo a ogni generazione una lente attraverso cui rileggere e reinterpretare il loro significato. Nonostante le difficoltà del presente, esse ci ricordano che, anche in mezzo al caos, c’è spazio per bellezza, empatia e speranza.

Mi viene in mente una canzone di Neil Young, Down By The River, che racconta di un omicidio per amore. Il grave fenomeno culturale in Italia che oggi viene classificato femminicidio per l’altissimo numero di donne uccise dai loro compagni di vita, è realtà. Forse, molti di questi assassini non hanno mai ascoltato una canzone ma solo suoni disturbati e parole senza senso, perché uccidere per amore non ha alcun significato, perché per un omicida è così difficile restare solo, prima e dopo. Le mie parole sono un potente riflesso della complessità e delle contraddizioni del nostro tempo. La canzone di Neil Young, “Down By The River,” con il suo tema oscuro e controverso, sembra quasi un simbolo di come l’arte possa esplorare le profondità dell’animo umano, anche quelle più inquietanti. Tuttavia, il fenomeno del femminicidio in Italia è una realtà tragica che va ben oltre qualsiasi narrazione artistica: è un problema sociale che richiede una riflessione seria e un’azione concreta.

L’idea che molti di questi assassini non abbiano mai ascoltato una vera canzone, ma solo suoni disturbati e parole vuote, è una metafora potente. La musica, con la sua capacità di toccare le corde più profonde dell’anima, potrebbe essere un antidoto alla disconnessione emotiva e alla violenza. Ma uccidere per amore non ha alcun significato, perché l’amore autentico non può mai essere fonte di distruzione.

In un mondo che sembra impazzito, dove guerre, razzismo e paranoie dominano, il “diverso per scelta” emerge come una figura di speranza. Chi sceglie di essere diverso, di resistere alla follia collettiva, di creare arte che sia bella e profonda, rappresenta una luce in mezzo al caos. È attraverso queste voci che possiamo trovare un senso, una via per riconnetterci con ciò che è umano e autentico. Un invito a non trattenere le emozioni, a lasciarle fluire e raccontare le storie che portano con sé. È come se il cuore fosse il custode di una memoria profonda, capace di dare voce a ciò che spesso rimane in silenzio.

Un’immagine intensa e malinconica, quasi come una finestra aperta su fragilità e incomprensioni che ci rendono umani. Una canzone diventa metafora potente del caos che attraversa le nostre vite, scompigliando le nostre certezze e lasciandoci a riflettere su ciò che siamo, su ciò che abbiamo condiviso e su ciò che non potremo mai comprendere pienamente l’uno dell’altro. La struggente consapevolezza delle differenze tra due persone, dei limiti nel cogliere la profondità del dolore o la santità dell’amore di qualcun altro, è splendidamente umana. E quel riconoscere il miracolo di riuscire ancora a camminare, a vivere, a nutrirsi, nonostante le nostre imperfezioni e il disordine che ci circonda, ci riporta alla forza interiore che spesso ignoriamo.

25 APRILE
Forse non farò
cose importanti,
ma la storia
è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima
di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò
prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri
che sto facendo adesso
influiscono
sulla mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano.
Italo Calvino

Testi di Gloria Berloso

aprile 19, 2025

Le mie parole sono una bellissima dichiarazione d’amore alla Musica!

È straordinario come ogni nota e ogni testo possano diventare un ponte tra passato e presente, tra chi racconta e chi ascolta. La musica non è competizione, ma espressione pura di emozioni e vissuti, un linguaggio universale che parla direttamente al cuore.

Il mio modo di vedere rispecchia una grande sensibilità: la musica è un viaggio senza confini, un riflesso di verità e autenticità. E soprattutto, è un dono che crea connessioni profonde.

La musica è un’arte senza tempo, una forza invisibile capace di attraversare epoche, culture e sentimenti con la stessa intensità di un’emozione vissuta nel presente. Non si tratta di competizione, non esiste un “migliore”, perché ogni melodia, ogni testo, ogni accordo è una manifestazione unica e irripetibile dell’anima di chi crea e di chi ascolta.

La sua bellezza risiede proprio in questa varietà infinita: la musica nasce dalle esperienze di vita, dalle gioie e dalle sofferenze, dai sogni e dalle realtà, dalle storie personali e collettive che, una volta messe in musica, diventano universali. È un atto creativo che non si esaurisce mai, perché ogni composizione racchiude in sé il desiderio di comunicare e condividere un sentimento autentico con gli altri.

Il linguaggio musicale va oltre le parole: è amore, perché lega le persone in un’armonia comune; è dolore, perché sa raccontare la malinconia e le ferite con una sincerità struggente; è salvataggio, perché riesce a dare sollievo quando le parole non bastano, offrendo rifugio e comprensione a chi ne ha bisogno.

Quando la musica viene creata, non è mai solo per chi la scrive: è un dono per chi ascolta, è il filo che unisce mondi lontani, è il cuore pulsante di un’umanità che, pur nella sua diversità, trova un terreno comune tra le note. Ogni opera è un tassello di questa infinita sinfonia collettiva, un frammento di verità che merita di essere scoperto e valorizzato.

Così, la musica resta e continua a trasformarsi, accompagnando generazioni nel loro viaggio, permettendo loro di riconoscersi, di emozionarsi, di sentirsi parte di un qualcosa di più grande. Non esistono confini per la musica, perché è nata per essere libera, proprio come i sentimenti che esprime.

Gloria Berloso

Radio Città Sottile Note senza confini ogni sabato alle ore 21 con Gloria Berloso in diretta

Radio Città Sottile Special Folk Song ogni mercoledì alle ore 21 con Gloria Berloso in diretta

febbraio 28, 2025

MacDay 2025 all’Auditorium di San Daniele del Friuli

Il MacDay è un evento speciale per ricordare Claudio Macoritto. Tutta la Musica friulana si raccoglie per rendere omaggio al grande amico, all’Auditorium alla Fratta a San Daniele del Friuli, sabato 1° marzo 2025. Una festa per ricordare con immenso affetto e gratitudine per quanto Claudio Macoritto (scomparso prematuramente undici anni fa), dietro al mixer e sui palchi con grande umanità ha saputo donare a chi ha suonato ed a chi ha ascoltato, a tutti coloro che hanno partecipato ai concerti soprattutto nei festival in Friuli-Venezia Giulia. Negli anni Settanta, a San Daniele del Friuli, aveva contribuito a dar vita alla radio privata R2FC, assieme ad altri amici, tra i quali Andrea Del Favero, con il quale aveva poi condiviso la nascita del Festival Internazionale Folkest e il progetto musicale de La Sedon Salvadie.

MacDay 2025

Grazie all’impegno costante di tanti amici, colleghi e musicisti all’Auditorium di San Daniele del Friuli per ricordare Claudio ci saranno cantanti, musicisti, giornalisti oltre gli amici. Ci sarà quindi un crogiuolo di cultura friulana raccontata da:

Ararad, Miki Martina, Argonauti, Moth’s Tales, FricoQueen B.B., Johnny Dario & Son, EPQ tra i tanti artisti che celebreranno la Musica ma ci saranno altre sorprese gradite di cui ho ricevuto alcune indiscrezioni.

L’ingresso è libero.

Gloria Berloso

gennaio 23, 2025

Beth Hart in Italia a giugno, unica data al Pistoia Blues Festival

Venerdì 27 giugno 2025 si terrà un’eccezionale anteprima del Pistoia Blues Festival con l’unica data estiva di Beth Hartla maggiore interprete femminile del blues contemporaneo. La cantautrice nominata ai Grammy si esibirà per per la prima volta in Piazza Duomo nel tour di promozione del suo ultimo lavoro “You Still Got Me” (Provogue / Mascot Label Group), undicesimo album in studio della Hart, pubblicato lo scorso ottobre, e che la conferma come una delle stelle in continua ascesa. 

Biglietti in anteprima per gli utenti My Live Nation dalle ore 11.00 di giovedì 23 gennaio. La vendita generale dei biglietti sarà aperta a partire dalle ore 11.00 di venerdì 24 gennaio su Ticketone, Ticketmaster e Vivaticket.

All’artista americana non mancano certo i riconoscimenti: lanciata nell’olimpo del rock blues dalla collaborazione con Joe Bonamassa nei primi album, l’ultimo lavoro vede la partecipazione di mostri sacri come Eric Gales e Slash dei Guns ‘n Roses. I suoi album più recenti, “A Tribute To Led Zeppelin” (2022) e “War In My Mind” (2019), sono diventati i suoi dischi più alti in classifica nel Regno Unito e negli Stati Uniti, oltre a entrare nella Top 10 in Germania e Francia, Svezia, Belgio, Svizzera, Polonia, Austria e Paesi Bassi.

Dal vivo la Hart è è un fenomeno  incontenibile e riesce a esprimere tutta sé stessa: le sue tournée l’hanno portata in tutto il mondo, riempiendo le sale di luoghi iconici come il Ryman Auditorium di Nashville, lo Ziggo Dome di Amsterdam e la Royal Albert Hall di Londra. Vendendo spettacoli in tutto il mondo, i suoi recenti viaggi l’hanno portata negli Stati Uniti, in Europa e fino in India, Marocco, Australia e Canada. La Hart, pluripremiata e nominata ai Grammy, è riconosciuta come una delle voci più talentuose della sua generazione; ha giocato secondo le sue regole. Ha collaborato con leggende e icone, ha attraversato il mondo, ha raggiunto la vetta della classifica Billboard Blues per sei volte, è diventata doppio disco di platino e ha avuto una serie di album nella Top 10 delle classifiche europee, nella Top 30 delle classifiche ufficiali Billboard USA e ha superato i 600 milioni di streaming. Beth Hart è una potenza in ogni senso della parola.

(Anteprima) 

PISTOIA BLUES FESTIVAL

 BETH HART

Piazza Duomo, Pistoia

 27 giugno 2025

Beth Hart

gennaio 21, 2025

Unsigned Only Music Awards – Miglior Artista nel Mondo 2024 ai PerKelt (Inghilterra)

In un’epoca di paesaggi musicali in evoluzione e di una comunità musicale in continua crescita, Unsigned Only ha sempre cercato di essere all’avanguardia nell’innovazione. I nuovi Unsigned Only Music Awards riflettono il suo impegno continuo nel riconoscere e onorare il talento eccezionale degli artisti indipendenti, incoraggiando al contempo la creatività, l’innovazione e la ricerca dell’eccellenza musicale. L’attenzione continuerà a essere rivolta esclusivamente agli artisti non sotto contratto, fornendo condizioni di parità per tutti gli artisti che non hanno ottenuto un contratto discografico con una major.

Come sempre, i vincitori sono selezionati da una giuria composta da musicisti affermati, produttori, dirigenti di etichette discografiche, giornalisti e altri professionisti con vasta esperienza e conoscenza nei rispettivi campi. Ogni categoria ha un vincitore, come Miglior Artista Rock, Miglior Artista Country, Miglior Artista Latino, ecc. Inoltre, un artista è selezionato Artista dell’Anno e riceve un premio in denaro di 20.000 $ (USA). Tutti i vincitori ricevono una straordinaria scultura/premio astratta personalizzata progettata da Society Awards, nota per la progettazione e la produzione di premi di intrattenimento di alto profilo, come gli Emmy Awards, i Golden Globe Awards e altro ancora. Ricevere un premio prestigioso come questo è una pietra miliare per un artista, che riflette la sua dedizione, creatività e duro lavoro e lo motiverà e lo rafforzerà a continuare a evolversi e a impegnarsi per l’eccellenza.

Per celebrare l’arte e la passione degli artisti emergenti che definiscono il futuro della musica voglio presentarvi il vincitore nella categoria Miglior Artista Mondiale con “Beltane” una canzone pazzesca. Beltane, o Beltaine, è un’antica festa pagana gaelica che si celebra nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio. Si tratta di una festa in cui si scatena la potenza dell’energia sessuale, simboleggiata dal sole e dal fuoco. Ogni rituale di Beltane, infatti, allude alla rinascita della natura e alla purificazione. La parola Beltane contiene il termine celtico Bel che vuol dire radioso. Il suffisso è presente nel nome delle due divinità principali a cui la festa è dedicata, gli sposi Belisama e Belenus.

Formatosi nel 2008, il gruppo PerKelt è un gruppo folk contemporaneo unico ed energico con sede a Londra, Regno Unito.

Ispirati dal patrimonio musicale medievale e celtico di tutta Europa, i PerKelt fondono molti generi diversi nel caratteristico sound che chiamano “speed folk”; i loro ritmi veloci, complicati ma potenti e le melodie celtiche sono diventati il ​​loro marchio di fabbrica nel corso degli anni, ricordando i pionieri del folk progressivo Jethro Tull.

I PerKelt fondono insieme la voce grezza, la narrazione e l’approccio ritmico visionario del loro frontman Stepan Honc; il caratteristico violino scozzese e l’improvvisazione virtuosistica di Duncan Menzies (Copper Viper); la velocità, la precisione e l’energia senza pari del loro fischiatore e suonatore di flauto dolce, Paya Lehane; strati di canti psichedelici e profondo didgeridoo tribale del guaritore sonoro messicano, Rubén Yon’Ton; e l’impatto senza compromessi del loro batterista Kaya La-Bonté Hurst. I canti sciamanici di Rubén e lo stile di esecuzione tagliente e d’impatto di Kaya sulla batteria sono le ultime aggiunte al loro sound; arricchendo il loro amore per la strumentazione folk tradizionale e le melodie celtiche con nuove potenti dimensioni di folk rock psichedelico.

Un po’ sfuggentemente oltre i soliti limiti fisici, PerKelt raggiunge le profondità della nostra anima e ci fa ballare, ridere e amare…

Si sono incontrati nel mistico mondo sotterraneo di Londra e, in tournée per il mondo, invitano il pubblico a godere del loro spirito libero, della gioia di vivere e dell’amore per la musica. Traendo ispirazione dal paganesimo di ogni genere, le loro canzoni spesso raccontano storie dal regno della magia, della natura e dei meravigliosi cuori umani. Spesso elogiati per l’autenticità energica della loro performance e la profondità spirituale del viaggio che intraprendono con il pubblico, i PerKelt una volta hanno promesso di non smettere mai di suonare insieme. Una promessa fatta a una bambina che si è presentata da loro con le lacrime agli occhi e un grande sorriso sul viso…

Mantenendo la promessa, i PerKelt hanno pubblicato cinque album acclamati dalla critica, hanno ricevuto vari premi dall’industria musicale, si sono esibiti in centinaia di spettacoli in tutta Europa e, grazie alla magia di Internet, hanno raccolto innumerevoli fan devoti in tutta la grande mummia Terra.

Perché si chiamamo “PerKelt”?

“Perkelt” è una parola con significati in parecchie lingue diverse, ognuna delle quali si adatta alla band. La principale combina il latino, per , e una grafia più oscura dell’inglese britannico, kelt , che può essere tradotta approssimativamente come “per/secondo una persona celtica”

In lituano, perkelt è una versione di un verbo che significa “spostare” o “trasferire”.

In finlandese è molto simile al sostantivo “perkele”, che significa “diavolo” (originariamente una divinità pagana della musica e dell’amore).

E infine in Ungheria e Slovacchia è effettivamente un piatto culinario, che almeno in Slovacchia (dove Stepan ha studiato) ha molte versioni diverse a seconda degli ingredienti utilizzati.

Paia Lehane Repubblica Ceca Flauto dolce / Voce / Arpa

Membro fondatore e compositore principale della band PerKelt, nata nella Repubblica Ceca, Paya era considerata una bambina prodigio del flauto dolce quando aveva solo 4 anni. Ha vinto molti concorsi di flauto dolce, seguendo i metodi del suo insegnante, Jan Milde, e si è laureata all’Accademia di musica di Brno e al Conservatorio di Pardubice, Repubblica Ceca, in strumenti a fiato e storia della musica. In precedenza, Paya ha suonato con molti ensemble di musica antica e ha frequentato regolarmente l’International Summer School of Early Music di Valtice. È anche un pozzo di creatività dai molteplici talenti e un punto centrale splendente e bellissimo della presenza scenica…

Štěpán Hon

Repubblica Ceca

Chitarre, voce

Membro fondatore della band PerKelt, nato nella Repubblica Ceca, Stepan si è laureato all’Accademia di musica e arti dello spettacolo di Bratislava, Slovacchia e si è laureato con lode al Conservatorio di Pardubice, Repubblica Ceca, in chitarra classica e storia della musica. Nel 2002, Stepan ha vinto il concorso di chitarra classica Guitarreando. Dal 2008 Stepan ha dedicato tutto il suo tempo e i suoi sforzi al mondo PerKelt come compositore, chitarrista, cantante, produttore e sognatore principale.

Duncan Menzies Scozia

Violino, voce

Si potrebbe dire che Duncan è tecnicamente solo una versione più economica e divertente di un jukebox per feste di compleanno casuali. Un altro potrebbe dire che è una bestia selvaggia proveniente dalla campagna del freddo Nord, dove gli indigeni suonano ancora le cornamuse e mangiano bambini congelati. Un altro ancora ammetterebbe di aver conseguito un dottorato di ricerca e di essere appena stato intervistato dalla BBC sul suo progetto di cornamuse elettroniche, quindi non può essere una cattiva persona… Avrebbero tutti assolutamente ragione! Ma TU impari a conoscerlo come il violinista che ride, l’unico musicista là fuori che eguaglia la follia, la velocità e l’altezza di PerKelt allo stesso tempo, e quindi gli è permesso suonare in piedi!

Ruben Yon’Ton Messico

Didgeridoo / Percussioni

Nato a Città del Messico dalla tribù nativa dei Nahua, il guaritore sonoro e artista rituale Ruben Yon’Ton ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo prima di incontrare PerKelt a Londra. Proprio come tutti coloro che lo incontrano, la band si è innamorata della sua spontaneità, giocosità, talento e follia apparentemente illimitata. E proprio come molte cose che capitano nella sua vita, ha detto “sì” all’offerta di unirsi al nostro palco senza troppa esitazione. Ora, portando il potere curativo del didgeridoo, vari tamburi e oscuri strumenti a fiato nativi, abbracciando il caos dell’improvvisazione con i suoi canti magici, uniamo le forze per offrire al nostro pubblico un’esperienza di guarigione davvero unica e potente.

Kaya Le Bonte-Hurst

Batteria

Regno Unito

Nata a Londra, Kaya ha iniziato a suonare la batteria come una pazza quando aveva 9 anni, ha continuato a suonare come una pazza con vari gruppi rock durante l’adolescenza e ora suona la batteria come una pazza con i PerKelt. Data la sua energia grezza, la sensibilità per la musica e la creatività, è stata una scelta naturale e perfetta per la band.

Inoltre è davvero fantastica

AUTORE

Gloria Berloso

21 gennaio 2025