Archive for ‘Gloria Berloso’

giugno 14, 2026

Il “rumore della guerra”, era l’estate del 1991

Se vi siete trovati seduti ad un caffè con gli amici in una località della Croazia o della Dalmazia, diciamo ad Abbazia, all’inizio degli anni Novanta, meditando sul futuro e suggerendo che nel giro di un decennio ci sarebbe stata una guerra che avrebbe scosso tutta la Jugoslavia, ebbene non vi siete sbagliati nell’immaginario globale. All’inizio del 1991 si temeva il peggio per i confini con la Slovenia quando tutte le strade erano bloccate da carrarmati e blocchi in acciaio. Si è sparato e bombardato per alcuni giorni in Slovenia, lo sappiamo perché sentivamo il “rumore della guerra” che si avvicinava. Era dunque una questione aperta da risolvere dopo la morte di Tito e una dura presa sulla realtà che da lì a poco sarebbe scoppiata in una delle guerre più cruente della storia contemporanea. Tutto è iniziato al nord con la guerra in Slovenia contro la Jugoslavia per ottenere la propria indipendenza. Era l’estate del 1991.

La Croazia non fu direttamente coinvolta nel conflitto anche se dichiarò la propria indipendenza lo stesso giorno della Slovenia ma i carrarmati jugoslavi in quei mesi di giugno e luglio del 1991 transitavano comunque in Croazia per raggiungere i confini. Per chi come me si trovava in Croazia furono momenti tesi e drammatici per le tante preoccupazioni che gli amici croati vivevano ed i blocchi sulle strade da parte dei serbi delle auto dei turisti con episodi purtroppo non piacevoli. Un amico carissimo di Abbazia che spesso era stato ospite da noi in Italia ci suggerì di spostarci nelle isole e così con tutta la famiglia con il ferryboat raggiungemmo Cherso e poi Lussino. Qui il clima era meno teso apparentemente, gli alberghi vuoti ed un silenzio di tomba. Ancora non si capiva cosa stesse effettivamente per accadere. Il timore di trovarci in un conflitto in Jugoslavia ci faceva tremare e così riuscimmo a ritrovare la strada di casa. Fu un incubo.

Successivamente durante le trattative, in un momento apparente di tregua, decisi di tornare a Lussino in quell’albergo sul mare ma fu una tragedia: tutta la struttura era stata adibita ad ospedale, molti giovani amputati e un odore acre di disinfettante. E così lasciammo l’albergo senza chiedere il rimborso. Lussino era deserta, nessun turista praticamente. Agenzie e ristoranti chiusi. Tanti ragazzi tornati dal fronte di battaglia feriti nel fisico e nell’anima. Trovai con fatica una famiglia che affittava un appartamento in una posizione meravigliosa. Lui lavorava in cantiere a Fiume. Lei ogni mattina ci portava i dolci. Erano devastati e la paura era tanta per entrambi: essere richiamato in guerra a combattere un nemico che fino a quel momento non c’era stato. Abbiamo diviso momenti di apprensione insieme. Ci fidavamo gli uni degli altri. Sapevo da sempre quanto la gente di mare fosse meravigliosa. Ma in centro a Lussino, zona porto si percepiva l’odio che stava sempre più trasparendo tra gli uomini che in quel momento erano presenti sull’isola. Ho pensato di essere vicino alla morte quando uno di loro mi aveva preso di mira mentre litigava ferocemente con un altro, scaraventando un cane in mare. Fu terrore puro. E devo ammettere che la voglia di fare una vacanza in Croazia cominciava a svanire, era impensabile dover assistere ad una guerra assurda.

Negli anni che seguirono, fino alla fine della guerra in Bosnia, ho assistito a numerosi episodi che mi hanno toccato non poco. Alcuni rifugiati, famiglie di brava gente provenire anche da Sarajevo che avevo anche aiutato, ci avevano raccontato di fatti tragici che avevano documentato. Di donne stuprate o gravide alle quali tagliavano il ventre per estrarre il feto. Non è stato mai semplice capire e saper spiegare questa guerra. Ancora oggi faccio fatica a credere come abbiano potuto massacrare donne, bambini ed anziani in un momento della storia degli anni Novanta abbastanza positivo per tutti popoli europei, non solo per la Germania dopo il crollo del muro a Berlino nel 1989.

Quando nei primi anni Novanta ho iniziato a ristrutturare la nostra casa, l’impresa italiana ci mandò tutti operai iugoslavi, uno serbo, uno bosniaco ed uno forse croato che abitava a Gorizia da molti anni. I primi giorni trascorsero normali, poi uno di loro forse il capo cantiere lo trovarono nell’auto a Nova Gorica bruciata. Non lo vidi più. Io a casa da sola mi chiudevo dentro a chiave, sentivo i loro discorsi durante la pausa pranzo ed erano terrorizzanti. In un italiano stentato affinché capissi anch’io scherzavano su quanti andare a colpire al loro paese. Era la prima volta che sentivo parlare di cecchini che sparavano ai civili.

Sono trascorsi trent’anni, anche più da quei tragici eventi. I miei familiari non ci sono più. Degli amici che avevo in Croazia non ho saputo più nulla. Della giovane coppia di Lussino che ci aveva ospitato, nemmeno. Circa un paio di anni fa mi sono imbattuta in un documentario sloveno su Sarajevo e Mostar ed è stato uno shock, purtroppo confermato nuovamente dopo aver ascoltato Ezio Gavazzeni a Gorizia il 13 giugno 2026 e letto il suo libro “I cecchini del weekend”, una inchiesta accurata sui safari umani a Sarajevo tra il 1992 e il 1995. Uomini tutti stranieri e molto ricchi, la maggior parte italiani, che pagavano centinaia di milioni di lire per sparare a bambini, donne e uomini molto anziani. A comprova di questo racconto c’è l’inchiesta alla Procura di Milano. Nel libro tutti i nomi di testimoni e dei protagonisti sono oscurati. I colpevoli rischiano l’ergastolo se ci sarà una sentenza.

Gloria Berloso

14 giugno 2026

giugno 7, 2026

Max Manfredi e Federico Sirianni concerto ai confini orientali

Recensione di Gloria Berloso

Non posso prendere in esame le varie canzoni eseguite, semplicemente perché Max e Federico hanno creato spontaneamente una situazione inscindibile, anche dal punto di vista tecnico, professionisti del suono e delle vibrazioni vocali. Hanno creato un’atmosfera suggestiva e preziosa con canzoni proprie, veri capolavori della canzone d’autore con le entrate o gli assoli delle chitarre amalgamati in sonorità calde e pastose. Ma ci sono stati momenti incredibili con una delle canzoni di Cohen, Il famoso impermeabile blu (Famous Blue Raincoat) e con la canzone Lilli Marlene di Hans Leip che Max ha cantato in tedesco. Una situazione che mi ha fatto tornare indietro nel tempo, a Parigi nel bistrot di Sartre oppure a Berlino. Ma eravamo in un caffè storico di Udine. Pazzesca pure l’originale interpretazione di una canzone di Nick Cave, un poeta d’altri tempi che non amava stare sui palchi esattamente come Fabrizio De André.
Ecco! Max e Federico li hanno rappresentati così come erano davvero.

Quindi grazie a Rocco Burtone che ha saputo riportare due grandi artisti contemporanei a riempire la piccola sala di “bellezza”. Un pezzo di Genova è arrivato in Friuli, con i suoi profumi di basilico e la ” Maccaja” che soffia sul mare ligure ma che è arrivato fin qui riportando il sole.

Max Manfredi e Federico Sirianni – Caffè Caucigh Udine 6 giugno 2026

Gloria Berloso

giugno 3, 2026

Peteano – Una lezione morale

Signore e signori, non dobbiamo limitarci a ricordare una notizia di cronaca nera. Dobbiamo ascoltare una storia che appartiene a questa terra, ai suoi silenzi, alle sue ferite, ai suoi ritorni. Peteano non è solo un nome. È un luogo che, nella notte del 31 maggio 1972, ha visto spegnersi improvvisamente la luce per tre giovani Carabinieri strappati al mondo da un’esplosione che non ha colpito solo loro. Ha colpito tutti noi. Ma la parte più dolorosa di questa storia non è solo l’attentato. È ciò che è venuto dopo. È la lunga, pesante, ostinata menzogna che ha avvolto questa vicenda come una nebbia che non si dirada. Per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani innocenti, che, come noi, ascoltavano i Genesis, i Pink Floyd, Guccini e De Gregori. Per quasi vent’anni intere famiglie hanno vissuto all’ombra del sospetto. Per quasi vent’anni, Gorizia e la Venezia Giulia. terre già segnate da confini, esili e identità ferite hanno respirato aria avvelenata. Immaginate quei giovani. Immaginate le loro madri. Immaginate comunità che si guardano con diffidenza, come se ogni volto potesse nascondere una colpa che non esiste. Questa è la forma più silenziosa di violenza, ma anche la più devastante: la violenza delle menzogne istituzionali.    

Eppure, c’è un’altra luce in questa storia. Una luce che si è rifiutata di spegnersi. È la luce di coloro che credevano che la verità non fosse un lusso, ma un dovere. La luce degli avvocati della difesa che non hanno mai smesso di lottare. La luce di magistrati come Felice Casson, che hanno avuto il coraggio di scavare più a fondo, di mettere in discussione e di rifiutarsi di accontentarsi di spiegazioni comode. Grazie a loro, la verità è riemersa. Non come un colpo di scena, ma come un respiro trattenuto troppo a lungo. La verità ha restituito dignità agli innocenti e responsabilità ai colpevoli. E ha ridato alla comunità la possibilità di riconoscersi, di guardarsi di nuovo negli occhi senza paura.

Peteano ci insegna che una democrazia non è fatta solo di leggi e istituzioni. È fatta di verità, coraggio e memoria. Una democrazia matura non teme i suoi segreti più indicibili: li affronta, li porta alla luce e li trasforma in consapevolezza.

Quando pronunciamo questo nome – Peteano – non stiamo semplicemente ricordando; stiamo scegliendo di stare dalla parte della verità, anche quando fa male. Scegliamo di credere che la giustizia non sia un atto tecnico, ma un gesto umano. Scegliamo di credere che la memoria, quando è onesta, possa ricomporre ciò che le menzogne hanno lacerato. Perché la verità non divide. La verità guarisce. E noi siamo ancora qui per guarire.

Citando una frase del magistrato «Una democrazia matura è in grado di sopravvivere ai propri segreti più indicibili». È vero. Ma aggiungerei che può sopravvivere solo se quei segreti vengono portati alla luce. Il silenzio non protegge ma corrode, e la verità non destabilizza ma ricostruisce.

Una democrazia non può sopravvivere se accetta di sacrificare gli innocenti per proteggere le proprie istituzioni. Questo è il cuore del caso Peteano, dove per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani che non avevano alcun legame con l’attentato, causando un danno sociale e umano incalcolabile.

3 giugno 2026

Gloria Berloso

Maggio 26, 2026

Ci sono cose che restano non dette perché non hanno bisogno di spiegazioni. Basta sedersi, posare le dita sulle corde, e ci si capisce già. Ma certe parole, a volte, sembrano chiedere di essere messe per iscritto, come se solo così potessero rimanere impresse per un istante.

La strada che riconosce

«Sai, dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare»

(Jack Kerouac, On the Road)

Non so cosa abbia visto il pubblico, quella sera. Forse due musicisti che si guardavano come se si fossero appena ritrovati. Forse una scena costruita, un finale scritto per commuovere. Forse una nostalgia che non apparteneva a nessuno di loro. Io so solo cosa ho visto io. Ho visto Ricky aspettarmi. Non come si aspetta un ritardo, ma come si aspetta un ritorno. Con quella calma che aveva solo quando era vero, quando non stava recitando la parte del musicista, dell’uomo che sa stare sul palco, del professionista che non sbaglia mai. Quella calma che aveva solo con me. Quando ho messo piede sul palco, ho sentito la vibrazione della sala, il respiro trattenuto, la luce che si stringeva come un abbraccio e ho capito che la musica non era ancora iniziata perché stava aspettando il nostro ritmo, quello che non si può insegnare né spiegare. Quello che nasce solo quando due persone si riconoscono. Mi sono seduta accanto a lui. Non c’era bisogno di parole. Le parole, tra noi, arrivavano sempre dopo. Prima c’era il silenzio. Un silenzio che non pesava, che non chiedeva, che non pretendeva. Un silenzio che era casa.

Ricky ha sfiorato le corde. Un gesto minimo, quasi invisibile. Ma io l’ho sentito come si sente un battito che torna regolare dopo una lunga corsa. E in quel gesto c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le strade percorse senza sapere dove portassero, le nostre chitarre che non erano strumenti ma ponti. Abbiamo suonato. Non una canzone. Una memoria. Una promessa. Un “ci sono” che non aveva bisogno di essere pronunciato. La musica è salita piano, come un’onda che non vuole spaventare la riva. E mentre suonavamo, ho capito che non stavo chiudendo niente. Stavo aprendo. Stavo lasciando che la nostra storia trovasse la sua forma, quella che non dipende dal tempo, dai luoghi, dalle persone che guardano. Una forma che esiste solo quando due anime si riconoscono nella stessa nota. Quando la scena è finita, il pubblico ha applaudito. Un applauso lungo, caldo, quasi incredulo. Ma io non lo sentivo davvero. Sentivo solo il mare fuori, che continuava a muoversi come se sapesse tutto. Come se fosse lui, da sempre, a custodire la nostra musica. Sono uscita dalla sala da sola. Ricky era rimasto sul palco, a sistemare le corde, a parlare con la chitarra come faceva quando credeva che nessuno lo ascoltasse. Io l’ho lasciato lì. Non per distanza. Per rispetto. Perché certe scene non si interrompono. Si lasciano vivere.

Fuori, la notte era morbida. Il vento portava l’odore del mare e qualcosa che somigliava a una promessa. E mentre camminavo verso casa, ho capito che la strada mi riconosceva. Che non ero più la stessa che era entrata nel teatro. Che la musica, ancora una volta, mi aveva cambiata. E allora ho sorriso. Perché ho capito che non c’è un finale. Non c’è mai stato. C’è solo un andare. Un andare che non finisce. Un andare che porta con sé tutto ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta la verità che abbiamo suonato insieme. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla. Resta la strada. Che continua. E che, ogni volta che la percorro, mi riconosce. Non so se qualcuno, uscendo quella sera, abbia capito davvero cosa è successo su quel palco. Forse hanno visto due persone che suonavano insieme. Forse hanno sentito una musica che non conoscevano. Forse hanno pensato che fosse un finale.

Io no. Io so che non era un finale. Era un ritorno.

Ricky aveva quel modo di guardarmi che non chiedeva niente e diceva tutto. Un modo che non ho più ritrovato in nessuno. Non era amore, non era amicizia, non era complicità: era una lingua. La nostra. Una lingua fatta di accordi, di silenzi, di respiri che si riconoscevano prima ancora di incontrarsi. Quando sono salita sul palco, quella sera, ho sentito la musica fermarsi. Non smettere: fermarsi. Come se stesse trattenendo il fiato. Come se sapesse che stava per succedere qualcosa che non si può spiegare. E poi lui mi ha guardata. E in quello sguardo c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le città attraversate come fossero canzoni, le nostre chitarre che non erano strumenti ma case. Case dove tornare quando il mondo diventava troppo stretto. Abbiamo suonato. Non una canzone: un riconoscimento. Un “ti vedo” che non ha bisogno di parole. Un “ci sono” che non chiede niente in cambio. E mentre la musica cresceva, ho capito una cosa che non avevo mai detto nemmeno a me stessa: io non ho mai tradito la sua musica. L’ho amata. E l’amore, quando è vero, non trattiene. Accompagna. Lascia andare e riconosce.

Adesso che il palco è vuoto e il mare continua a muoversi come se niente fosse, so che non devo cercare un finale. Non c’è. Non ci sarà. C’è una strada. La stessa che ci ha portati fin qui. La stessa che ci riconoscerà ancora, ogni volta che la attraverserò con una chitarra in mano e il suo nome nella memoria. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla.

Resta. E continua.

Gloria Berloso

26 maggio 2026

aprile 15, 2026

Il linguaggio segreto ha smesso di essere solo un codice musicale

di Gloria Berloso

Una promessa che non aveva forma, ma aveva peso. Una promessa che non chiedeva fedeltà, ma presenza. Una promessa che non si diceva, ma si suonava.

Tra noi una corrente sotterranea che esisteva e continua ad esistere solo finché non la si guarda troppo da vicino. È una forma di intelligenza condivisa, ma fragile: appena provi a isolarla, si dissolve. La nostra collaborazione funzionava non perché ci fosse una formula, ma perché c’era un ritmo comune, un respiro che si accordava senza che nessuno lo decidesse. La grazia nasce dall’incoscienza, dal non pensare a ogni passo. È un sapere corporeo, musicale, che non si lascia sezionare. E forse è proprio questo che la rende preziosa. Le nostre canzoni, le notti e i pomeriggi a suonare, le città attraversate e poi il ritorno, tutto questo crea un paesaggio emotivo che non è solo memoria, ma una specie di ecosistema creativo. Quando parlo di Ricky e della sua musica “affascinante e unica”, mi sembra di aver trovato non solo un compagno di suono, ma un luogo in cui la mia storia si è potuta riaccordare. Non saprei dire quando ha cominciato a succedere. Forse la prima volta che ci siamo seduti uno accanto all’altro, senza un’idea precisa, solo con gli strumenti in mano e quel silenzio che precede le cose importanti. C’era un tipo di chimica che non somigliava a niente di conosciuto che non era amicizia, non era lavoro, non era nemmeno complicità nel senso abituale. Era qualcosa che si formava tra noi, come una terza presenza, un animale timido che si avvicina solo se non lo guardi direttamente. Abbiamo provato più volte a capirla, a darle un nome, a spiegarci perché funzionasse così bene ma ogni volta che ci avvicinavamo troppo, si ritraeva. Come il millepiedi della storia: finché non pensa a come muove le zampine sottili, avanza con grazia; appena ci riflette, inciampa. Anche noi eravamo così. Funzionavamo perché non ci interrogavamo troppo.

Avevamo un repertorio vastissimo, tante canzoni che ci portavamo addosso come un bagaglio leggero. Le giornate scorrevano in un tempo sospeso: suonavamo, ci fermavamo, ricominciavamo, e ogni volta la stanza cambiava forma. A volte sembrava di essere in un luogo che non apparteneva a nessuno, un territorio creato dalla somma delle nostre memorie musicali. Io venivo da anni di spostamenti, città attraversate in fretta, treni presi all’alba, palchi improvvisati. L’Europa era stata una lunga deriva, un modo per cercare qualcosa senza sapere cosa. Quando sono tornata, ero ancora in movimento, come se non avessi davvero un posto dove fermarmi. Poi ho incontrato Ricky. La sua musica aveva una qualità che non avevo mai sentito: una specie di magnetismo quieto, una voce che non cercava di imporsi ma che ti attirava dentro. Mi sono unita a lui quasi senza accorgermene, come se fosse la cosa più naturale del mondo. E in quel gesto semplice sedermi, ascoltare, suonare ho capito che il viaggio poteva anche finire, o trasformarsi. Da allora, ogni volta che mi siedo nello studio, quella chimica torna. Non la capisco, non la controllo, ma continua a muoversi, come il millepiedi che avanza senza pensarci. E forse è proprio questo che la mantiene viva.

Col tempo ho capito che quella chimica non era un evento isolato, ma una specie di clima. Non arrivava sempre allo stesso modo: a volte entrava nella stanza come una luce obliqua, altre volte si faceva attendere, come se ci osservasse da lontano per capire se fossimo pronti. Bastava un accordo, un gesto, un respiro più lungo del solito, e tutto ricominciava a muoversi. C’erano giorni in cui non parlavamo quasi. Ci sedevamo, sistemavamo gli strumenti, e lasciavamo che fossero le mani a decidere. In quei momenti, il tempo si dilatava: potevamo restare ore senza accorgercene, come se la musica avesse il potere di sospendere la gravità. Altre volte, invece, bastava un dettaglio, una frase, un ricordo, un rumore dalla strada per farci deviare, per aprire una porta inattesa. E ogni deviazione diventava una possibilità. Ricordo una sera in particolare, pioveva, una pioggia fitta che sembrava voler cancellare i contorni delle cose. Dentro, la stanza era piccola, calda, con quell’odore di legno e cavi che riconoscevo ormai come un’estensione di noi. Ricky stava accordando la chitarra, io sfogliavo un quaderno pieno di appunti presi in viaggio. Non avevamo un piano. Non serviva.

A un certo punto lui ha iniziato a suonare una progressione lenta, quasi timida. Io ho seguito la linea senza pensarci, come se la conoscessi da sempre. E lì è successo di nuovo: quella terza presenza, quella cosa senza nome, si è seduta con noi. Non era una canzone, non ancora. Era un modo di stare. Un equilibrio che non avevamo costruito, ma che ci aveva scelti. Forse è questo che mi ha fatto restare. Non la promessa di un progetto, non l’idea di un futuro definito, ma la sensazione che ogni volta potesse accadere qualcosa di irripetibile. Che la musica non fosse solo un linguaggio, ma un luogo. Un luogo dove potevo finalmente fermarmi, dopo anni di movimento continuo.

E così, senza dichiararlo, abbiamo continuato. Giorno dopo giorno, prova dopo prova, lasciando che quella chimica ci guidasse. Non l’abbiamo mai capita davvero ma forse non era da capire: era da abitare.

Ci sono stati momenti in cui quella chimica ha cambiato forma, senza avvisare. Non è mai scomparsa, ma si è trasformata, come fanno le cose vive quando crescono. All’inizio era pura spontaneità, un lampo che arrivava e basta. Poi, col tempo, ha cominciato a diventare qualcosa di più profondo, quasi una responsabilità reciproca: non verso un progetto, ma verso quella terza presenza che ci accompagnava. Ricordo un pomeriggio d’estate, uno di quelli in cui l’aria vibra e sembra che tutto sia sul punto di accadere. Eravamo in una sala prove che non era davvero una sala prove: un garage adattato, con le pareti coperte da vecchi tappeti per attutire il suono. La porta era aperta e il caldo entrava a ondate. Ricky stava provando un giro di basso che non riusciva a far funzionare. Io lo guardavo, seduta per terra, con la schiena contro l’amplificatore spento. Ad un certo punto lui si è fermato, ha lasciato cadere le mani lungo i fianchi e ha detto: “Non so più se sto cercando la nota giusta o se sto cercando qualcos’altro.” Era una frase semplice, ma dentro c’era tutto: la fatica, il desiderio, la paura di non essere all’altezza di quella magia che ci aveva scelti.

Mi sono alzata, ho preso la chitarra e ho suonato una versione imperfetta del suo stesso giro, sbagliando apposta, lasciando che le note inciampassero. Lui ha sorriso, un sorriso lento, come se gli avessi ricordato qualcosa che aveva dimenticato. E da lì è ripartito tutto. Non la perfezione, ma il gioco. Non la ricerca della forma, ma la disponibilità a perdersi. Quella è stata la prima volta in cui ho capito che la nostra chimica non era solo un dono: era anche un rischio. Perché quando due persone si affidano a qualcosa che non controllano, devono accettare che a volte non arrivi. O arrivi in ritardo o arrivi in una forma che non riconoscono subito. Eppure, ogni volta che sembrava svanire, bastava un gesto minimo per farla tornare. Una pausa più lunga del previsto. Un accordo suonato con troppa forza. Una risata fuori tempo.

Era come se quella presenza ci osservasse da un angolo e intervenisse solo quando capiva che eravamo pronti a lasciarci sorprendere. Col passare dei mesi, ho iniziato a percepire un’altra trasformazione: la musica non era più soltanto il luogo dove ci incontravamo, ma anche il luogo dove ci misuravamo, dove emergevano le fragilità, le ambizioni, le parti di noi che non mostravamo a nessuno. E in quel misurarsi, in quel continuo aggiustare la distanza, la chimica diventava più complessa, più stratificata.

Non era più solo un miracolo spontaneo ma un organismo che cresceva con noi.

Col tempo, senza che ce ne accorgessimo, quella cosa tra noi ha iniziato a comportarsi come un linguaggio. Non un linguaggio fatto di parole, ma di micro‑segnali, di variazioni impercettibili. Bastava un’inflessione diversa nel modo in cui Ricky pizzicava una corda, o un mio respiro trattenuto un attimo più del necessario, e l’altro capiva. Non c’era bisogno di spiegare, di chiedere, di anticipare. Era come se avessimo sviluppato un sistema di comunicazione che viveva sotto la superficie. A volte succedeva in modo quasi comico: io cambiavo tonalità senza pensarci, e lui mi seguiva come se avessimo provato quella transizione mille volte. Oppure lui rallentava di un soffio, e io sapevo già che stava per aprire uno spazio, un varco dove infilare una frase nuova. Non era telepatia, era qualcosa di più terrestre e più misterioso: un ascolto radicale, un’attenzione che non si può fingere.

Ricordo una prova in cui non riuscivamo a trovare l’ingresso giusto per un brano nuovo: Dreamers. Continuavamo a ricominciare, ogni volta con un piccolo inciampo. A un certo punto, senza guardarci, abbiamo fatto entrambi la stessa cosa: abbiamo taciuto. Un silenzio lungo, pieno, quasi ostinato. E in quel silenzio, come se fosse una risposta, è arrivata la soluzione. Non l’abbiamo detta. L’abbiamo suonata. E funzionava. Da quel momento ho capito che il nostro linguaggio segreto non era fatto solo di suoni, ma anche di pause, di esitazioni, di errori accolti invece che corretti. Era un linguaggio che non serviva a comunicare un contenuto, ma a riconoscersi. A dirsi: “Sono qui. Ti sto ascoltando. Possiamo rischiare.”

E più cresceva, più diventava evidente che non era un linguaggio che potevamo esportare fuori da noi. Non funzionava con altri musicisti, non funzionava nelle spiegazioni, non funzionava nemmeno quando provavamo a raccontarlo. Era un codice che esisteva solo nella pratica, nel gesto, nel momento. Come certe lingue minoritarie che sopravvivono solo se vengono parlate ogni giorno. A volte mi chiedevo se non fosse una forma di intimità. Non l’intimità romantica, ma quella più rara: l’intimità del pensiero in movimento, dell’immaginazione che si intreccia con quella dell’altro senza perdere la propria voce. Un’intimità che non chiede niente, ma che trasforma tutto.

E così, senza dichiararlo, abbiamo iniziato a usare quel linguaggio per orientarci. Quando uno dei due era stanco, l’altro lo capiva da un dettaglio minuscolo. Quando uno aveva un’idea nuova, bastava un accenno, un gesto della mano, un ritmo battuto sul tavolo. Era come se avessimo costruito una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta.

Una lingua che non si può insegnare. Solo abitare.

La prima volta che quel linguaggio segreto ci ha davvero salvati è stata durante una serata che non prometteva nulla di buono. Era uno di quei concerti in cui tutto sembra fuori posto: l’acustica sbagliata, il pubblico distratto, la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Io ero tesa, Ricky era chiuso in un silenzio che conoscevo bene quello che precede le crepe. Siamo saliti sul palco quasi per dovere. I primi minuti sono stati un inciampo continuo: un attacco troppo veloce, un’armonia che non si appoggiava da nessuna parte, una distanza tra noi che non riuscivamo a colmare. Era come se la chimica avesse deciso di restare fuori dalla porta. Poi è successo qualcosa di minuscolo. Ricky ha sbagliato una nota, non un errore evidente, solo un micro‑scivolamento. Io l’ho sentito come si sente un cambio di vento. E invece di correggere, invece di riportare tutto “a posto”, ho risposto con un’altra deviazione, una nota che non apparteneva alla progressione ma che la apriva, la incrinava, la rendeva più vera. È stato un gesto istintivo, quasi un riflesso ma Ricky l’ha capito subito. Ha rallentato di un soffio, ho respirato più a fondo, e in quel respiro abbiamo ritrovato il filo. Non il filo della perfezione, ma quello della presenza. Il pubblico, che fino a quel momento sembrava altrove, ha iniziato a spostare il peso sulle sedie, come se avesse percepito un cambiamento nell’aria. Da lì in poi non abbiamo più suonato il brano come era stato scritto. Lo abbiamo reinventato, frase dopo frase, seguendo quel linguaggio che nessuno poteva sentire ma che guidava ogni nostro gesto. Era come se ci stessimo parlando in una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta: “Ci sono. Non scappo. Andiamo avanti insieme.”

marzo 29, 2026

New Orleans, la culla dei miei sogni

Quando vivevo a Gorizia dicevo agli amici che avrei voluto andare in Louisiana, il più delle volte citavo New Orleans, in effetti al liceo avevo fatto la richiesta di trasferirmi per un anno ma mio padre alla fine non firmò l’autorizzazione per lasciarmi partire. Da piccola, New Orleans non mi sembrava che fosse proprio dietro l’angolo. Mi sembrava la fine del mondo; il posto più lontano che si potesse immaginare. Era sia il centro del mondo, essendo la città più grande della Louisiana, sia il limite estremo: una zona liminale piena di totem onirici voodoo e medium invadenti avvolti in strati di lino viola. Lì c’era soprattutto la culla del jazz. Così, naturalmente, la hit radiofonica “House of the Rising Sun”, ambientata in una sorta di New Orleans mitica, ha cominciato a risaltare dal chiacchiericcio di sottofondo delle catene di ristoranti. Da bambina ho sempre pensato che fossero stati gli Animals a scrivere la canzone. Ma no. Bob Dylan? No. Woody Guthrie? No. Che ne dite di Lead Belly, tirato fuori dalla prigione di Angola in Louisiana da un dirigente discografico? Ancora no.

Chi ha scritto “The Rising Sun”?

Posso dirvi che la risposta breve è: nessuno lo sa. La risposta più divertente, e probabilmente anche quella vera, è che nessuno l’ha scritta. È emersa come un fantasma canoro dalle colline, attraverso le migliaia di bocche dei cantanti folk del Sud e degli Appalachi, molto prima che avessimo la radio, i registratori o persino che i treni iniziassero a solcare i boschi. Ascoltando le vecchie canzoni mi ha sorpreso scoprire che il “Sud” non era solo il territorio a sud della linea Mason-Dixon. Bastava guidare per circa 45 minuti da qualsiasi grande città e all’improvviso la gente andava a caccia e parlava con un accento strascicato.

Con mio padre viaggiando in auto a volte con “House of the Rising Sun” in sottofondo, pensavo a com’era il paese prima che Walmart e McDonald’s si affacciassero su ogni autostrada. A causa di quelle insegne di plastica retroilluminate onnipresenti, possiamo essere indotti a credere che viviamo tutti lo stesso tipo di vita. Ma se mai vi spingete un po’ più lontano si apre un universo completamente diverso. Uno più antico, e che probabilmente sta svanendo dalla memoria. Si può ancora sentire, se si ha l’orecchio per farlo, attraverso gli accordi inquietanti di quella canzone, le voci dei suoi primi cantanti che echeggiano ancora sopra i pini in fiamme, il calore sotto le sue ali.

Probabilmente, la canzone iniziò a comparire alla fine del XIX secolo. I “carpetbaggers” iniziarono a ricostruire le loro case principalmente intorno alle grandi città del Sud; quindi, le sensibilità strettamente meridionali tendevano a sopravvivere nei piccoli e remoti paesini tra le colline e le montagne (da cui il termine “hillbilly”). Alcuni di questi “hillbilly” conoscevano a memoria fino a 500 canzoni popolari. Questo periodo, all’incirca dal 1865 all’inizio dell’era moderna negli anni ’30, è un periodo quasi unico nel suo genere: i semi della musica americana che il mondo intero ama ancora oggi, praticamente tutti piantati proprio lì.

Era poco prima dell’invenzione del registratore e quindi dei mass media, ma solo pochi anni dopo che i treni avevano iniziato a collegare tutti quei piccoli paesi remoti al resto del mondo. Era un periodo liminale della storia, come quando ci si sveglia per la prima volta: abbastanza coscienti da sapere di stare sognando, ma abbastanza addormentati da poter sognare.

Era l’epoca dei “vagabondi”. Uomini che tendevano a lasciare la città per svariati motivi (di solito negativi) e a proseguire verso la successiva per tentare la fortuna e magari condividere qualche canzone. Erano capaci di invogliare i vostri figli a scappare in città in cerca di “opportunità”, ma altrettanto probabile era che finissero per drogarsi, giocare d’azzardo e prostituirsi. Mettete insieme un po’ di vagabondi e venditori ambulanti, e avrete quello che veniva chiamato uno “spettacolo di medicina”. Viaggiavano di paese in paese, suonando musica e poi vendendo olio di serpente e rimedi universali, preparati da “dottori” con nomi come Doc Hudson, che probabilmente erano anche prestigiatori e suonatori di banjo. Potreste sentire la canzone struggente di Doc, ricordarla a malapena e poi non rivederlo mai più. Fate vostra la melodia, modificando leggermente il testo e la melodia per cantarla meglio ai vostri cugini in veranda. Attraverso il tempo e le generazioni, solo le melodie e le immagini più profondamente evocative rimangono, tramandate oralmente dai vagabondi che viaggiano clandestinamente sui treni.

Attraverso la memorizzazione delle canzoni, avveniva un processo di distillazione. Ma, cosa forse ancora più importante, dimenticando ciò che è dimenticabile, la musica si riduceva alle sue forme archetipiche più autentiche, in un modo che non sarebbe stato possibile prima dell’America di frontiera o dopo l’avvento dei mass media.

Un nuovo mondo si stava appena risvegliando; un mondo entusiasmante fatto di tecnologia, musica, vita cittadina e dei suoi vizi. Bastava seguire un qualsiasi corso d’acqua, da qualsiasi antica cittadina di montagna o di collina, fino alla sua foce. Tutti, alla fine, conducevano a New Orleans, dove si poteva registrare una vecchia canzone di famiglia che avrebbe potuto rendervi famosi.

All’inizio del XX secolo se aveste chiesto a chiunque nelle piccole città del Sud se conoscesse “House of the Rising Sun”, probabilmente vi avrebbe risposto di sì o almeno vi avrebbe indicato qualcuno che la conosceva. Se poi aveste chiesto come l’avessero imparata, vi avrebbero detto che gliel’aveva insegnata un nonno o che non se la ricordavano. Era già lì, a quanto pare, come una vecchia vegetazione, a mettere in guardia contro qualche difetto permanente nelle nostre anime.

Verso la fine, a seconda della versione, il cantante dice che hanno “un piede sul treno, un piede sulla banchina”. C’è un momento di esitazione, una possibile scelta. Decidono di tornare indietro, dicendo: “La mia corsa è quasi finita”. Loro, come mio fratello, moriranno sotto il sole nascente.

Qualunque spirito errante, colui che ha ispirato quella canzone, voglia che tu sappia, anche solo per un fugace spiraglio verso la fine: puoi scendere dal treno.

Nel 1969, una band di Detroit “Frijid Pink” registrò una versione psichedelica di House of the Rising Sun, che divenne un successo internazionale nel 1970.

febbraio 24, 2026

Il Capitano dell’Acquario

di Gloria Berloso

Mi ha colpito questa storia di un capitano che affonda con il suo peschereccio al largo della Liguria. Oggi è stato ritrovato a tre miglia nautiche da dove era affondato il peschereccio Acquario, l’imbarcazione che il due febbraio si è inabissata insieme al suo comandante, Dhib Zouahier ben Alì. A trovarlo è stata la nave Artabro, di 90 metri, battente bandiera spagnola, in Italia per la prima volta per il servizio di ricerca operato dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima. È una storia che colpisce nel profondo, e richiama subito alla letteratura marinaresca e alle canzoni che raccontano la vita dura, spesso tragica, di chi vive sul mare. C’è qualcosa di arcaico e potente in queste vicende: l’uomo, la sua barca, l’immensità dell’acqua, e quel confine sottile tra lavoro e destino.

È inevitabile pensare a pagine come quelle di Il vecchio e il mare, o alle ballate dei pescatori liguri e siciliani, dove il mare è insieme compagno, giudice e avversario. Anche Fabrizio De André, con Creuza de mä, ha raccontato quella lingua salmastra fatta di fatica, orgoglio e pericolo. E poi c’è tutta la tradizione mediterranea, da Omero in poi, che vede nel mare un luogo dove l’identità dell’uomo si misura e si consuma. Queste storie toccano nel profondo perché parlano di un mestiere che non concede illusioni: ogni uscita è un patto con la natura, ogni rientro è un sollievo, e ogni tragedia è un monito antico quanto le onde. La vicenda dell’Acquario e del suo comandante è come se certe storie reali avessero già una loro colonna sonora, un loro ritmo narrativo, e noi possiamo solo riconoscerlo. Nel Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway il rapporto tra uomo e mare è quasi sacrale, il mare come destino, come giudice, come compagno che non fa sconti. Il mio vecchio amico Eto, pensionato portuale di Trieste, per primo mi insegnò a pescare con le nasse a pochi metri dalla costa mentre cantavamo Trieste dorme el mar se move a pena, ma al largo in alto mare mi diceva sempre “picia mia ama el mar ma guanta sempre la tera”. In Tifone, Conrad racconta il mare come un luogo dove il carattere umano si rivela davvero. La figura del capitano che affronta l’ignoto ha un’energia simile a quella che percepiamo nella storia dell’Acquario. In Horcynus Orca libro monumentale, mediterraneo, pieno di quella lingua salmastra che sembra scritta con il vento e la salsedine. È un libro che parla di pescatori, ritorni, naufragi, e di un mare che non dimentica. E poi Le onde del mare, un brano di Mauro Pagani che restituisce il senso di un mare che osserva, accoglie e a volte reclama.

La ricerca del comandante Dhib Zouahier ben Alì (Michele), a tre miglia dal punto in cui l’Acquario era affondato, ha proprio il tono di quelle narrazioni che sembrano scritte dal mare stesso. La nave Artabro che lo individua, un’imbarcazione straniera, arrivata per un servizio di sicurezza marittima aggiunge un elemento quasi epico, come se un altro “personaggio” entrasse in scena per chiudere un cerchio.

Questa storia colpisce moltissimo perché il mare è uno dei pochi luoghi rimasti dove l’essere umano non ha il controllo. Ogni uscita è un atto di fiducia, ogni rientro è un piccolo miracolo. Quando accade una tragedia, non è solo cronaca: è un frammento di un mito antico che si ripete.

 Il Capitano dell’Acquario

C’era un peschereccio che portava un nome lieve, Acquario, come un segno d’acqua, come un destino scritto a metà. Salpava all’alba, quando il mare è un vetro pallido e i gabbiani sembrano pensieri che non vogliono posarsi. Il suo comandante, Dhib, conosceva le onde una per una: sapeva quali mentivano, quali ti accarezzano, quali invece ti guardano dritte negli occhi come se volessero dirti che oggi si fa sul serio. Quel due febbraio il mare non parlò, non urlò, non avvisò. Si limitò a chiudersi sopra la barca come una porta che nessuno aveva chiesto di aprire. Per giorni il vento ha raccontato la storia a modo suo, spargendola tra le boe, tra i moli, tra le reti appese. E poi, tre miglia più in là, una nave straniera Artabro, venuta da lontano ha trovato ciò che il mare aveva trattenuto. Non c’è eroismo in queste storie, solo la verità antica del mestiere: il mare prende e restituisce quando vuole, e gli uomini che lo sfidano non sono mai davvero soli, perché ogni onda porta il nome di chi l’ha attraversata.

Il mare riesce a rappresentare come nessuna altra cosa la varietà, la pericolosità, la bellezza e la poesia della vita, è davvero un’immagine totale della vita, capace di contenerne gli opposti senza mai perdere coerenza. E forse è proprio per questo che, quando parliamo di mare, finiamo sempre per parlare di noi. Forse il motivo per cui il mare ci tocca così profondamente è che non giudica, ma riflette. Ci mostra chi siamo: fragili e forti, inquieti e innamorati, in cerca di un porto ma sempre pronti a ripartire.

E quando accadono storie come quella dell’Acquario, il mare diventa anche un archivio di memoria: trattiene, restituisce, racconta. È un custode silenzioso delle vite che lo attraversano.

Il mare quella mattina sembrava tranquillo, ma chi lo conosce davvero sa che la tranquillità è solo una delle sue maschere. Lo guardava dal molo, con le mani in tasca e il vento che gli tirava la giacca come un bambino impaziente. Era lì, tra reti stese ad asciugare e barche che parlavano più degli uomini ed ogni tavola di legno, ogni corda consumata aveva una storia da raccontare.

Il mare, invece, non raccontava mai nulla. Il mare mostrava.

Mostrava la sua varietà nei colori: un giorno verde come una promessa, un altro nero come un presagio. Mostrava la sua bellezza nei riflessi del sole, che sembravano monete d’oro sparse per sbaglio dagli dèi. E mostrava la sua pericolosità nel modo in cui, senza preavviso, si alzava e si richiudeva su sé stesso, come un animale che si sveglia di colpo.

Il capitano lo sapeva bene. Aveva perso un amico, anni prima, in una notte di vento improvviso. Da allora, ogni volta che guardava l’orizzonte, gli sembrava di vedere una linea sottile: la linea dell’onda, quella che separa ciò che il mare concede da ciò che trattiene. Quella mattina, però, il mare aveva un altro volto. Non minaccioso, non accogliente. Semplicemente vero. Le onde arrivavano lente, come se volessero ricordargli qualcosa, e lui, senza sapere perché, si ritrovò a pensare che il mare era l’unico luogo dove la vita si mostrava per ciò che era davvero: imprevedibile, splendida, crudele, generosa. Un luogo dove ogni passo era un rischio e ogni ritorno un dono.

«La vita è così» pensò. «Una barca che esce e una che rientra. Una tempesta che arriva e un cielo che si apre. Una paura che ti stringe e una bellezza che ti salva.»

E mentre il sole saliva, il capitano capì che il mare non era lì per essere capito. Era lì per essere attraversato.

Come la vita.

Gloria Berloso – 24 febbraio 2026

febbraio 6, 2026

I fratelli Bottasso, curiosi musicisti e compositori hanno appena pubblicato Postcards from Italy

Recensione di Gloria Berloso

Nicolò ai violini, tromba, elettronica, visuals

Simone su organetto (fisarmonica diatonica), flauto, elettronica, sound design

“Postcards from Italy non riguarda solo film d’archivio, paesaggi o nostalgia.

Riguarda la memoria come atto politico.

RECENSIONE – “Postcards from Italy” si ispira a quindici diari di viaggio: cortometraggi girati oltre un secolo fa in diverse città italiane e oggi restaurati dall’Eye Filmmuseum di Amsterdam. Queste pellicole, nate come semplici testimonianze di viaggio o esercizi di osservazione, diventano oggi un archivio prezioso per leggere un Paese in trasformazione. Non mostrano solo luoghi: mostrano modi di guardare, di attraversare lo spazio, di rappresentare l’altro. In quei film scorrono strade affollate, porti brulicanti, piazze che ancora non conoscono il turismo di massa, fabbriche che iniziano a scandire nuovi ritmi di vita. Sono immagini che raccontano un’Italia sospesa tra tradizione e modernità, tra radicamento e movimento, tra identità locali e spinte globali. Eppure, ciò che colpisce non è soltanto ciò che vediamo, ma ciò che quelle immagini implicano: chi riprende, chi viene ripreso, cosa viene scelto, cosa resta fuori campo. Rimettere mano a questi materiali significa interrogare la memoria come costruzione politica. Significa riconoscere che ogni archivio è un dispositivo di potere, che ogni immagine è il risultato di uno sguardo situato, che ogni documento è anche una forma di narrazione. “Postcards from Italy” parte da questa consapevolezza e prova a restituire alle immagini la loro complessità, sottraendole alla patina della nostalgia per riportarle nel territorio vivo del presente.

Nell’estate del 2022 il Duo Bottasso ha ripercorso in treno lo stesso itinerario dei cineoperatori di un secolo fa, attraversando le stesse città, gli stessi paesaggi, gli stessi snodi ferroviari. Con microfoni e strumenti hanno registrato musica e suoni ambientali, lasciandosi guidare da ciò che quei luoghi restituiscono oggi: ciò che rimane, ciò che è cambiato, ciò che continua a ripetersi come un’eco sotterranea Il loro viaggio non è stato un semplice esercizio di confronto tra passato e presente, ma un tentativo di ascoltare il Paese attraverso le sue stratificazioni sonore. Rumori di stazioni, voci, traffico, silenzi improvvisi, spazi industriali riconvertiti, quartieri trasformati o scomparsi: ogni suono diventa una traccia di memoria, un indizio di come l’Italia si sia trasformata e di come continui a trasformarsi. Da questo dialogo tra immagini d’archivio e registrazioni contemporanee nasce un progetto che esiste in più forme: un album, un film e una serie di cartoline musicali. Tre modi diversi di attraversare lo stesso materiale, tre prospettive che si completano a vicenda. L’album esplora il paesaggio sonoro come narrazione autonoma; il film intreccia passato e presente in un montaggio che mette in tensione gli sguardi; le cartoline musicali diventano piccoli frammenti portatili, inviti a un ascolto intimo e personale.

“Postcards from Italy” è dunque un progetto che si muove tra tempi, media e sensibilità diverse, costruendo un ponte tra ciò che è stato e ciò che è ancora in divenire. Un modo per restituire vita a immagini antiche attraverso il suono del presente, e per ricordarci che ogni memoria è un territorio in movimento. Un progetto che mette in dialogo tempi diversi, linguaggi diversi, sensibilità diverse. Le immagini dei primi del Novecento e i suoni raccolti nel 2022 non si limitano a convivere: si interrogano, si contraddicono, si amplificano. L’archivio diventa così un luogo vivo, non un deposito di memorie immobili ma un campo di tensioni, dove il passato continua a risuonare nel presente e il presente trova nel passato nuove possibilità di lettura. Attraverso film, musica e cartoline sonore, il progetto invita a ripensare il modo in cui guardiamo l’Italia: non come un insieme di icone cristallizzate, ma come un territorio in continua trasformazione, fatto di stratificazioni, fratture, ritorni. Ogni immagine e ogni suono diventano un frammento di una storia più ampia, una storia che non smette di riscriversi.

In un’epoca in cui la memoria è spesso ridotta a estetica nostalgica o a strumento di semplificazione, “Postcards from Italy” propone un’altra via: un ascolto attento, un vedere che non si accontenta, un attraversamento critico. Un invito a considerare la memoria non come un rifugio, ma come un atto politico capace di aprire nuove domande sul nostro presente.

Questo progetto esiste sotto forma di album, film e serie di cartoline musicali.

L’uscita è prevista per venerdì 6 febbraio, il Bandcamp Friday.

Acquistare questo disco su Bandcamp non significa solo acquistare musica.

Significa anche rifiutare le piattaforme estrattive e sostenere direttamente gli artisti (testardi) che immaginano un futuro diverso e più sostenibile, in cui gli artisti possono seguire la propria visione, non le tendenze.

Gloria Berloso

6 febbraio 2026

Segui Gloria Berloso il mercoledì e il sabato alle ore 21 su http://www.radiocittasottile.it

gennaio 29, 2026

Streets of the world

di Gloria Berloso

Le canzoni sono l’arte più democratica che abbiamo: non chiedono permesso, non pretendono competenze, non esigono un luogo sacro. Entrano nella vita di chiunque, ovunque, e si sistemano lì, tra una memoria e l’altra, come ospiti che diventano la nostra famiglia. Sono ossa dell’umanità. Alcune sono fragili, incrinate dal peso di ciò che raccontano: guerre, addii, solitudini che non hanno trovato altra voce. Altre sono ossa guarite, saldate attorno a un dolore che ha imparato a trasformarsi in canto. E poi ci sono quelle che ci tengono insieme: melodie che attraversano generazioni, che passano di mano in mano come un’eredità invisibile, che ci ricordano che, per quanto diversi, vibra in tutti noi la stessa fame di significato. Una canzone è un gesto di sopravvivenza. È qualcuno che, in un punto qualunque del mondo, decide di non lasciare che un’emozione muoia dentro di sé, la affida a una melodia, la mette in circolo, la consegna a sconosciuti che un giorno, magari anni dopo, la useranno per dare un nome a ciò che provano. E così le canzoni diventano mappe emotive. Ci guidano quando non sappiamo dove andare, ci tengono fermi quando tutto intorno si muove troppo in fretta, ci ricordano che non siamo i primi né gli ultimi a sentirci spezzati, innamorati, perduti, ritrovati. L’arte delle canzoni è questa: trasformare l’indicibile in qualcosa che si può cantare, e nel farlo, rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di tre minuti.

Alcune ossa si spezzano. Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato. Altre ossa guariscono. Una canzone può essere una sutura: un gesto che ricompone ciò che era disperso, non elimina la ferita, ma la rende parte di un nuovo equilibrio. In questo senso, la musica non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma che possiamo abitare. E poi ci sono le ossa che tengono insieme. Sono le melodie che attraversano epoche e culture, che sopravvivono ai loro autori, che diventano patrimonio anonimo dell’umanità. In esse si manifesta una verità semplice e radicale: ciò che è più intimo in noi è anche ciò che ci unisce di più. La canzone è un paradosso vivente: nasce da un individuo, ma appartiene a tutti.

La filosofia, quando è onesta, riconosce che non tutto può essere detto con concetti. Alcune intuizioni richiedono il ritmo, la ripetizione, la vibrazione. Le canzoni sono la parte del pensiero che non si lascia catturare dalla logica, ma che tuttavia illumina la nostra condizione con una chiarezza diversa, più immediata. Forse è per questo che continuiamo a cantare: per ricordarci che, prima di essere individui separati, siamo un corpo comune che cerca armonia. E che, come ogni corpo, vive grazie alle sue ossa fragili, guarite, indispensabili. Il rapporto tra musica e identità è uno dei legami più profondi e meno visibili dell’esperienza umana. Non è semplicemente una questione di gusti: è un modo in cui tutti noi ci riconosciamo, dove si costruisce e si racconta. Le canzoni funzionano come un dispositivo riflettente, non ci dicono chi siamo in modo diretto, ma ci mostrano ciò verso cui tendiamo: emozioni che riconosciamo, valori che ci attraggono, mondi interiori che forse non avevamo ancora nominato. Quando diciamo “questa canzone parla di me”, stiamo riconoscendo un frammento della nostra identità che la musica ha reso udibile. L’identità non è statica, e la musica accompagna i suoi cambiamenti. Ci sono canzoni che arrivano in momenti di svolta e diventano simboli di un passaggio: una guarigione, una ribellione, una nuova consapevolezza. La musica non si limita a riflettere l’identità: la modella, la spinge, la apre.

Ogni persona porta dentro di sé un ritmo originario: il battito del cuore, il respiro, la cadenza dei pensieri. La musica esterna risuona con questa musica interna, e nell’incontro tra le due nasce un riconoscimento. Non ascoltiamo solo una canzone: ascoltiamo la parte di noi che vibra con essa. In questo senso, la musica non è un accessorio dell’identità, ma una sua manifestazione. La canzone non si limita a riflettere ciò che siamo: ci invita a diventare altro.

Ci sono canzoni che portano il segno della rottura. Sono nate da un dolore che non sapeva dove andare, da un’ingiustizia che chiedeva ascolto, da un silenzio che pesava troppo. Queste canzoni non cercano di guarire: cercano di testimoniare, sono ossa incrinate che non nascondono la crepa. La mostrano, la fanno vibrare, la trasformano in un ponte. In esse l’identità non si difende: si espone. Poi ci sono le canzoni che arrivano dopo. Dopo la tempesta, dopo la perdita, dopo la trasformazione. Sono melodie che non cancellano la ferita, ma la integrano in un nuovo equilibrio. Sono ossa che si sono saldate. Non tornano come prima, ma diventano più forti, più consapevoli. La musica, in questi casi, non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma abitabile.

Chiamarle ossa dell’umanità significa riconoscere che le canzoni non sono semplici ornamenti culturali, ma strutture profonde. Le ossa non si vedono, ma senza di esse non potremmo stare in piedi. Così le canzoni: invisibili nella loro leggerezza, ma decisive nel dare forma al nostro modo di sentire il mondo.  Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato.

Gloria Berloso

29 gennaio 2026

settembre 15, 2025

Un appello alla giustizia nella musica turca: il caso di Zeki Çağlar Namlı

Alle commissioni etiche internazionali delle istituzioni accademiche e delle organizzazioni musicali e artistiche.

In Turchia, un artista rivoluzionario del bağlama, Zeki Çağlar Namlı, sta subendo un sistematico silenzio e una cancellazione culturale da parte delle comunità artistiche e accademiche. Nonostante la sua formazione formale nella musica folk tradizionale turca, Namlı ha a lungo sostenuto una comprensione olistica della musica, trascendendo i confini rigidi e abbracciando l’innovazione. Il suo contributo al bağlama, uno strumento anatolico profondamente radicato, è rivoluzionario e unico.

Namlı ha ampliato la capacità tonale del bağlama da un singolo tono a dodici, integrando questa struttura in un quadro sistematico che si armonizza con l’intero spettro delle tradizioni makam turche. È stato pioniere di una nuova scuola di pensiero nella tecnica selpe (colpo con le dita), trasformandola in uno stile unico al mondo. Le sue invenzioni brevettate e le sue innovazioni tecniche hanno ampliato i limiti espressivi dello strumento, eppure il suo nome rimane vistosamente assente proprio dalle istituzioni che hanno adottato il suo lavoro.

Per oltre 25 anni, a Namlı è stato negato l’accesso a concerti, seminari e piattaforme accademiche. La sua voce è stata soppressa, le sue innovazioni sono state appropriate senza riconoscimento e la sua identità artistica è stata emarginata. Tesi accademiche hanno incorporato i suoi sviluppi senza riconoscimento, spesso riformulandoli come risultati istituzionali. Questa catena di appropriazione culturale e intellettuale è culminata in una profonda crisi etica.

Ora, all’età di 45 anni, Namlı ha avviato una lotta formale per il riconoscimento e la giustizia. Ha presentato denunce etiche contro una delle istituzioni più importanti coinvolte, citando violazioni dell’integrità accademica e furto culturale. Tuttavia, il processo viene deliberatamente prolungato e le risposte rimangono elusive.

Senza alcun sostegno istituzionale e di fronte al silenzio diffuso della sfera pubblica, Namlı sta utilizzando l’unica piattaforma a sua disposizione, Instagram, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Non si tratta solo di una lamentela personale, ma di un caso artistico e di diritti umani che definisce un secolo. Riflette la negazione sistematica del diritto di un creatore di esistere, di essere riconosciuto e di essere ascoltato.

Chiediamo agli accademici, agli artisti, ai giornalisti e alle istituzioni culturali di rompere il silenzio. Si tratta di una serie di violazioni etiche, di una lotta per la giustizia nelle arti e di una chiara violazione del lavoro e della dignità umana. La voce di Zeki Çağlar Namlı non deve più essere messa a tacere. I suoi contributi meritano riconoscimento e la sua storia deve essere raccontata.

Sostenete questa causa.

Condividete la sua voce.

Difendete l’integrità artistica.

Conosco Zeki da molti anni. La sua formazione al conservatorio era incentrata sulla musica tradizionale turca. Tuttavia, all’età di 17 anni, ha iniziato a esplorare nuove tecniche ed è diventato un pioniere di una nuova scuola di pensiero nell’esecuzione del bağlama, in particolare nella tecnica fingerstyle. Mentre il bağlama è tradizionalmente suonato in un unico sistema tonale in Turchia, ha introdotto un approccio dodecafonico, integrando l’intera struttura armonica del sistema modale in un quadro sistematico. A vent’anni ha tenuto il suo primo concerto che incarnava questa nuova identità musicale. Da allora è stato osteggiato dalla comunità tradizionale del bağlama. Per 25 anni hanno sistematicamente cancellato e nascosto il lavoro pionieristico che avevo svolto nel mio campo. Non poteva più esibirsi in concerti o lavorare professionalmente nel suo Paese. Ha continuato a suonare nel suo stile e a sviluppare nuovi progetti. Col tempo, grazie a piattaforme come Facebook e Instagram, il suo lavoro ha iniziato a ottenere visibilità e riconoscimento. Tuttavia, la stessa scuola di pensiero e i progetti che aveva avviato venivano ora appropriati, sia nel settore privato che in quello accademico, senza attribuzione. Hanno usato le loro posizioni e la loro influenza per commercializzare il suo lavoro come se fosse loro.

Come potete immaginare, per un creativo, denunciare pubblicamente che “mi hanno rubato il lavoro” non è mai il modo preferibile per ottenere riconoscimento. Quindi Zeki è rimasto in silenzio per anni, continuando i suoi progetti in modo indipendente, fino all’anno scorso, quando ha subito un intervento di bypass. Quel silenzio lo aveva logorato. Nel frattempo, nel mondo accademico, è emersa una serie di violazioni etiche in varie tesi: distorsioni, occultamenti e false dichiarazioni sui suoi contributi. La gravità della situazione si è aggravata, poiché ora minaccia non solo lui, ma anche le generazioni future. Zeki ha avviato una lotta contro questa mancanza di integrità etica, che mina sia l’arte che il mondo accademico. Ha presentato denunce formali relative a queste violazioni etiche nelle tesi accademiche. Negli ultimi sei mesi ha atteso l’esito, continuando a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso i suoi post su Instagram. Senza etica non può esserci arte, né mondo accademico. Questo caso è senza precedenti in Turchia. Zeki vive ad Istambul. Non è facile da esprimere, ma Zeki ha sopportato un’espropriazione culturale per 27 anni ed ora, per aver parlato, subisce una campagna diffamatoria. E tutto questo è inaccettabile!

Lo spirito e la texture geografica di Istanbul sono simboleggiati in questo speciale disegno di copertina a rilegatura.

La sezione blu al centro rappresenta Bo maz, che ha diviso Istanbul in due continenti e ha creato la città. Il tono blu riflette l’infinito, la profondità del mare e la vena vitale della città.

I toni del marrone scuro utilizzati nella sezione superiore esprimono la sagoma storica di Istanbul, tracce del passato e millenario accumulo culturale della città.

Il colore e la forma del legno chiaro nella sezione inferiore simboleggiano l’energia vivace di Istanbul, speranze che germogliano e volto costantemente rinnovato.

Il design è stato arricchito da un’estetica moderna della città mantenendo la tradizionale forma di connessione. Ogni colore ti fa sentire sia i volti antichi che quelli contemporanei di Istanbul allo stesso tempo. Così questa benda diventa non solo uno strumento, ma anche una miniatura musicale di Istanbul.

Il nome di questo nuovo design aggiunto alla collezione Intelligent Age Barrel Model Binding è “Istanbul”

www.instagram.com › zekicaglarnamli per contatti con Zeki

Gloria Berloso – Autore ARTICOLO