Archive for ‘Gloria Berloso’

ottobre 31, 2026

Centenario Colette Magny (1926-2026)

Testi di Gloria Berloso

Pubblicato il 31 ottobre 2026 da Gloria Berloso

Alcuni di voi che ascoltano la radio (Città Sottile) forse ricorderanno che nel mio programma del mercoledì tra marzo 2025 e marzo 2026, dedicato alla musica folk, ho trasmesso le canzoni di Colette Magny e raccontato la sua storia. Colette Magny, era nata il 31 ottobre 1926 a Parigi, ma il suo centenario dalla nascita passerà in gran parte inosservato. La natura ribelle di Colette e la sua musica non si prestano a grandi titoli di giornali o a manifestazioni di affetto del grande pubblico. Comunque, all’inizio di settembre è stata omaggiata alla Fête de l’Humanité (Festa dell’Umanità), dove lei si esibiva spesso. Il pubblico presente ha sempre acclamato la Magny attivista della classe operaia e internazionalista, il cui radicalismo si è affinato costantemente fino alla sua morte nel 1997. Colette Magny era una grande cantante, autodidatta e animata da una vocazione sbocciata tardivamente. Dattilografa bilingue all’OCSE per circa quindici anni, si dimise a 36 anni e iniziò a frequentare i cabaret della Rive Gauche, influenzata dai cantanti jazz e blues neri, prima che il pubblico scoprisse la sua esibizione televisiva, al Petit Conservatoire di Mireille, di “Mélocoton“, una semplice filastrocca di cui era autrice e compositrice. Improvvisamente catapultata nelle classifiche yé-yé e ad aprire il concerto di Sylvie Vartan all’Olympia, non avrebbe dovuto trovarsi lì. “Si allontanò da ‘ Mélocoton’ e dal fascino della fama per dedicarsi all’attivismo “. La sua voce divenne uno strumento di rivolta e la sua canzone, un grido privo di ogni grazia, un’arringa veemente e appassionata.

E se continua così / Un giorno vedremo / Forse i magistrati / Gli studenti delle superiori in piedi spalla a spalla per strada…

Il concerto dedicato a Huma, intitolato “Radical Magny”, ha riunito artisti che hanno interpretato il suo repertorio, tra cui Jil Caplan, che ha scelto ” Les Tuileries ” (basato su una poesia di Victor Hugo) e ” Dents de lait, dents de loup” (Denti da latte, denti di lupo).

Colette Magny è una delle figure di spicco del movimento della “chanson engagée”, che ha messo la sua voce blues al servizio degli oppressi. Costantemente alla ricerca, rifiutando di essere etichettata e assolutamente intransigente, non ha smesso mai di esplorare e sperimentare con la sua voce e la sua scrittura. In fuga dal mondo dello spettacolo (e trascurata dai media), Colette Magny si è esibita in ambienti militanti: centri giovanili e culturali, anfiteatri e fabbriche in sciopero. Nell’agosto del 1969, tenne un concerto al Théâtre des Carmes di Avignone, un teatro che proponeva spettacoli direttamente legati agli eventi politici del momento. Questo concerto, testimone delle lotte degli anni ’60 e ’70, fu soprattutto un’occasione per scoprire o riscoprire una cantante potente e stimolante. Il concerto di Avignone fu completato da un’esibizione sul “Petit Conservatoire de la chanson” di Mireille nel 1964, pochi mesi dopo che il programma aveva rivelato Colette Magny al grande pubblico; due poesie di Victor Hugo messe in musica e l’essenziale Mélocoton.

Le sue registrazioni furono pubblicate da Le Chant du Monde. Il suo album successivo, anch’esso omonimo, conteneva le sue canzoni “Vietnam 67” e “Viva Cuba“, insieme a una che celebrava uno sciopero dei lavoratori portuali, oltre ad altre ambientazioni di poesie e testi metafisici. Nel maggio del 1968 sostenne attivamente studenti e lavoratori nei sit-in e attraverso concerti di beneficenza. Scrisse la canzone “Les militants” per i manifestanti e in seguito pubblicò anche un album dal titolo Magny 68/69.

Non c’è bisogno di esitare fin da questo primo album, Colette Magny dimostra che il blues è una parte autentica della sua vita e perfino della sua anima. E sebbene l’etichetta sia di per sé ovviamente gravosa, non è affatto offensiva. Come sappiamo dalle sue interviste, Colette Magny era già a quell’epoca un’intenditrice e una vera appassionata di blues e jazz, ma i due titoli immortalati da Bessie Smith che osa citare qui dimostrano che il suo approccio al linguaggio non è puramente intellettuale: possiede la giusta colorazione vocale, il senso dello swing e il fraseggio flessibile che spesso mancano agli artisti francesi nei loro tentativi simili. In particolare, ” Nobody knows when you’re down and out ” (che non va confusa con lo spiritual negro “Nobody knows” e che significa più o meno “Nessuno ti conosce quando sei giù e fuori”) non è un plagio del suo illustre creatore, bensì una versione personale di questa canzone di miseria e depressione. Che dovrebbe essere la regola tra coloro che hanno la pretesa di essere blues, in particolare nelle nostre biografie di varietà, che vengono copiate pedissequamente da certi giornalisti con le orecchie di legno e lo swing dei cattolici francesi.
Ma non possiamo non parlare delle prime due canzoni francesi incise da Colette Magny (e scritte da lei). “Mélocoton” è così conosciuta che abbiamo quasi perso l’abitudine di ascoltarla. È un peccato, perché in non più di 1’40”, e con il suo stile ellittico, dà voce all’infanzia, ponendo al contempo umili domande. “Co-operation” è la prima delle sue canzoni “politiche” in senso stretto:
Puoi piangere, puoi urlare, puoi vomitare.
Non saprai mai perché sei nato
Quando l’umanità sarà finalmente saggia,
Passeremo dalla competizione nell’individualismo
all’individualità nella cooperazione…

Per sua stessa ammissione, Colette Magny non aprì un giornale fino all’età di 30 anni. Quando finalmente lo fece, le sue pagine erano piene della guerra d’Algeria. Prese consapevolezza dell’anticolonialismo e si impegnò nella Rivoluzione cubana, contro la guerra del Vietnam, per il movimento per i diritti civili americano e per le rivendicazioni del maggio ’68. Pubblicata da Le Chant du Monde, un’etichetta discografica vicina al Partito Comunista Francese, di cui fu brevemente membro, abbracciò i testi di Pablo Neruda e Amiri Baraka. Trasmetteva il suo messaggio con più forza che con il canto, e gridava, abbracciando il free jazz con l’aiuto del pianista François Tusques, era anche un’espressione di rabbia. Così, in Repression (1972), sotto una copertina di Pignon-Ernest che mostra il disegno di una pantera nera: “Repressione, sospetto / Dove stiamo andando, dove stiamo andando, attenzione / E se continua così / Un giorno vedremo / Forse i magistrati / Gli studenti delle superiori sedere contro sedere per strada”. Oppure, riecheggiando il grido delle mogli dei minatori in sciopero: “Buu, buu, buu yéyé!”

La Magny non ha fatto nulla per compiacere nessuno, eppure è ammirata. Ad esempio, dal Rapper Rocè che l’ha fatta conoscere a un nuovo pubblico. La sua compilation, Dai dannati della terra, dedicata alla musica di protesta del mondo francofono dal 1969 al 1988, è stata molto apprezzata al momento della sua uscita nel 2018. Include “La Pieuvre” (Il polpo), una canzone del 1969 in cui Colette Magny denuncia il capitalismo industriale, esclamando: “Grazie, Rhône-Poulenc!”. Come i rapper francesi, anche lei si appropriò della musica americana per dare sfogo alle proprie ribellioni. Analogamente, nel 2018 è stata pubblicata un’antologia di dieci CD delle sue opere (1958-1997), ora disponibile sulle piattaforme di streaming. Bisogna avere il coraggio di immergersi in essa, di confrontarsi con l’intensità cruda della sua rabbia. Soprattutto perché, visti gli eventi attuali, avrebbe gridato ancora più forte.

Nel 1967, la sua canzone principale era Vietnam ‘67, dedicata alla difesa della liberazione del Vietnam, in cui narra dal punto di vista di una vietnamita. Stranamente, una frase riecheggia Mélocoton : “ fratellanza sempre, ma con gli oppressi ”.

Colette Magny registrò quindi diversi brani incontrando le persone, dando voce a coloro che considerava oppressi e da cui trasse anche ispirazione. L’oppressione dei deboli, la lotta dei più poveri, la rivolta contro l’ingiustizia del mondo dei potenti sono rimasti il ​​filo conduttore di tutta la sua carriera. L’aspetto negativo è che verrà etichettata come una “cantante per le fabbriche in sciopero” e una persona di sinistra!

Negli anni ’70 visse alti e bassi. Insieme a Maxime Le Forestier e alla sua compagna Mara, combattè per il Cile cantando tre canzoni di Violetta Parra e Victor Jara. Lei è parte di tutte le lotte, di tutte le insubordinazioni. Ritornò in Nord America, ma nell’America nera, con l’album Répression nel 1972.

Colette Magny è coinvolta in tutte le rivolte e ogni lotta dà origine a una canzone che è come un manifesto della sua rabbia o del suo sostegno: la causa basca con Camarade curé nel 1972, Mahmoud e Jacob nel 1977, che denuncia due esclusioni, quella del palestinese e dell’ebreo, La pieuvre, canzone ironica sulle condizioni dei lavoratori nella grande industria.

Parallelamente moltiplicò le sperimentazioni musicali con mix, collage sonori e campionamenti (il che spiega la sua notorietà presso alcuni rapper) e partecipò a una big band a geometria variabile dell’AR-FI il cui nome era tutto un programma (associazione alla ricerca di un folklore immaginario), creata a Lione nel 1977 e che suonò nelle case degli immigrati. Colette Magny continuò su questa strada e pubblicò tre album negli anni ’80, tra cui Thanaka ; non avendo il permesso di includere tutti i suoi testi, il disco fu pubblicato comunque, ma con un lato vuoto! Si trattava anche di Kevork, o il crimine di vagabondaggio del 1989, in cui troviamo il titolo Quando ero bambino, che evoca uno stupro. In seguito, avrebbe dichiarato alla radio di essere stata violentata da suo zio all’età di otto anni e mezzo e di essere diventata molto corpulenta in seguito, condizione che avrebbe mantenuto per il resto della sua vita.

Troppo radicale, troppo esigente, scomparve dalla scena mediatica e poi dai palcoscenici, nonostante il concerto tributo a Marsiglia nel 1996, ma non fu mai dimenticata perché in molti parlarono di Colette dopo la sua morte. Una verità che resiste al tempo. Nel panorama di una banalità standardizzata che satura il mercato musicale, la voce di Colette Magny si impone ancora come un colpo di tuono: destabilizzante eppure catartica. Volendo scegliere un’unica traccia capace di folgorare anche i più scettici tra i 193 brani dell’antologia, la scelta cadrebbe inevitabilmente su “Tu es ma graine” (1977). In questa riflessione sui legami umani, bilingue e viscerale, la Magny parte dalla quiete di una confidenza sussurrata, attraversa il brivido di una risata disperata e culmina nel tumulto di una tempesta ululante. Vi si ritrova l’essenza profonda di uno spirito libero che, ignorando mode ed epoche, continua a scuoterci e a travolgerci.

Gloria Berloso

ottobre 23, 2026

La musica folk ha il potere di cambiare il mondo

Testo di Gloria Berloso – 23 ottobre 2026

Sappiamo come la guerra ovvero la violenza trasformata in istituzione, si nutra dell’opposizione e dell’odio tra culture e nazioni, lacerando l’unità dell’umanità; sappiamo come la guerra si basi sulla costruzione ideologica del nemico per scatenarsi con auto-giustificazione e fervore assoluto contro il male e l’errore degli altri. Sappiamo, d’altra parte, quanto l’ascolto, il dialogo e le relazioni tra le culture possano placare quel fuoco e quelle bombe, e costruire ponti di comunicazione tra le diverse forme di vita umana.

La musica folk ha il potere di cambiare il mondo.

Nella storia della musica folk americana, pochi artisti hanno influenzato il mondo al di là dell’ambito della musica folk con la stessa forza di Pete Seeger. Dagli Almanac Singers (che si dedicavano alle canzoni dei lavoratori) ai Weavers (che hanno portato il folk nel mainstream) e nel corso dei decenni della sua carriera da solista, Pete ha scritto e interpretato innumerevoli canzoni con un unico, grande obiettivo: far cantare le persone tutte insieme. Pete ha usato la musica fino alla fine dei suoi 94 anni per unire le persone attorno all’idea che potessero avere qualcosa in comune.

Il movimento politico generazionale mira a recuperare un modo di fare la storia che va ben oltre l’età cronologica di chi vi prende parte. Si tratta di un approccio che affonda le sue radici nella lunga storia delle rivolte popolari rivoluzionarie. In questo ottobre 2026 questi due elementi si sono uniti: una rivolta giovanile e la riscoperta di una forma politica tipica delle rivolte e delle insurrezioni. Se la guerra è un costrutto culturale, allora anche la pace deve essere costruita attraverso la cultura. L’ascolto e il dialogo non sono gesti di debolezza o di tolleranza passiva, ma atti politici e filosofici di resistenza pertanto creare «ponti di comunicazione tra diverse forme di vita umana» significa accettare la complessità e rifiutare le semplificazioni della retorica bellica. Attraverso lo scambio culturale, l’arte, la letteratura e il dibattito filosofico, gli individui scoprono che i valori degli altri non sono necessariamente una minaccia, ma un’espressione diversa dell’esperienza umana. Il dialogo ci permette di squarciare il velo dell’ideologia, rivelando le vulnerabilità e i desideri condivisi che uniscono i popoli al di là dei confini geografici e politici.

La musica folk ha questo dono raro: sa raccontare il dolore senza perderne la dignità, sa sfidare l’ingiustizia con poesia, e sa trasformare la rabbia in un canto che fa pensare.

La musica è anche atto di coraggio e impegno civile.

La musica è la poesia della vita; è lo spirito di qualcosa. È l’essenza dell’arte. È così tante cose.

Gloria Berloso
Gloria Berloso
settembre 30, 2026

Max Manfredi, Premio Tenco per la Carriera nell’Anno 2026

Testo di Gloria Berloso

photo by Gloria Berloso

Max Manfredi

“Non avrei nemmeno pensato – dice Max Manfredi – di fare il mestiere del cantautore. Anche se dubito che avrei trovato un lavoro “onesto”. La laurea in tedesco l’ho presa, ma non l’ho nemmeno ritirata dalla segreteria. Invece sono andato al Club Tenco e lì ho scommesso sul mio futuro, nel senso che ho deciso di non fare altro se non le cose cui tenevo, e che so di poter fare bene, indipendentemente dai buoni esempi e dai molti cattivi. Se io poi abbia vinto, non lo so, diciamo che finora c’è stato un bel pareggio”.

Un po’ di storia

Luigi Tenco nacque a Cassine il 21 marzo 1938, il primo giorno di primavera, ma fu anche un anno drammatico che precedette lo scoppio di una guerra tanto devastante quanto crudele per milioni di persone. Tenco era il cantautore più strettamente legato alla scuola genovese di Gino Paoli e Bruno Lauzi, ed è probabilmente il più amato e ricordato dopo la sua tragica morte a Sanremo nel 1967. Le sue canzoni erano sempre audaci, poiché affrontavano tematiche sociali piuttosto che semplici temi romantici, come la brillante «Mi sono innamorato di te» («Mi sono innamorato di te» – perché non avevo altro da fare). Tenco fu il primo a sperimentare uno stile poetico caratterizzato da una melodia che si discostava dallo stile tipico italiano. Le canzoni di Luigi Tenco sono dirette, a volte taglienti. Sono tutte caratterizzate da uno stile poetico travolgente, in cui la musica è protagonista e si fonde con il suo timbro vocale sensuale e raro – un po’ triste, ma in amore, come sappiamo, c’è sempre un’aria di rassegnazione quando le cose non vanno come previsto.

Gli anni passano, le canzoni rimangono e i successi del passato non svaniscono mai. I suoi testi sono ricchi di riferimenti letterari, con influenze dal folk, dal blues e dalla musica popolare. In sua memoria, nel 1974 è stato istituito il Premio Tenco, assegnato a Leo Ferrè, Sergio Endrigo, Giorgio Gaber, Domenico Modugno e Gino Paoli.

1974

Il Club Tenco, fondato e animato da Amilcare Rambaldi, floricultore, ex partigiano e appassionato di musica.

Siamo ormai nel 2026. E il Club Tenco assegna il Premio Tenco alla carriera a Massimo Manfredi, nato a Genova il 7 dicembre 1956. Max è stato il precursore della nuova generazione di cantautori genovesi fin dagli anni ’90. È l’esempio per eccellenza di come si possano creare canzoni senza affidarsi a un genere specifico, esplorando il proprio linguaggio musicale pur rimanendo aperto a quello degli altri. Poterlo ascoltare è sempre un’occasione preziosa e, per chi ancora non lo conosce, ascoltarlo può rivelarsi un incontro fortunato e illuminante.

Dai suoi primissimi dischi fino al monumentale album *Luna persa*, Max Manfredi è stato attratto dalla figura del commesso viaggiatore che parla attraverso le sue canzoni. Il commesso viaggiatore de *Il Disgelo*, come quello di *Luna persa*, gira l’Italia e l’Europa. La sua è un’Europa cristallizzata, che si riflette nei suoi ritmi inutilmente e scioccamente frenetici e nella sua mediocrità obbligatoria mascherata da esigenze comunicative. Presente sulla scena da molti anni, Max Manfredi ha raccontato storie di viaggi, del tempo, di paesi e città, storie d’amore e di disillusione. Ha evocato scene di mezzogiorno o di crepuscolo in cui bastava un semplice accenno di abbandono per riconoscersi. E lo ha fatto accompagnato da musicisti di diversa provenienza, eccezionali per tecnica e grande passione. Nel corso degli anni, attorno a lui si è sviluppato un vero e proprio seguito di culto, sin dalle sue vittorie alle TARGHE TENCO e al Premio Recanati.

“Ma adesso è arrivata l’ora
Dei fuochi d’artificio
Nello stupore dei bengala
Nell’esplosione del finale
Voglio vedere chi è che pugnala
Il suo eterno rivale
Perché la villa era deserta
Di nuovo la mattina
E non capivo se fosse ancora in costruzione
O già in rovina
E mi chiedevo a un filo di sole
Nella sala diroccata
Se c’era stata mai vita lì dentro
O se me l’ero immaginata”

Discografia
1990 – Le parole del gatto (BMG/Cantare in italiano, ZD 74725)
1994 – Max (BMG/Cantare in italiano, 74321 18835-2)
2001 – L’intagliatore di santi (Storie di note, SDN 012)
2004 – Live in blu (Storie di note, SDN 042)
2008 – Luna persa (Ala Bianca, ABR 128553984-2)
2014 – Dremong (Primigenia Produzioni/Gutenberg Music 3009)
2021 – Il grido della fata (Maremmano Records/Vibrisse Studio)

Riconoscimenti
1990 Premio Città di Recanati
1990 Targa Tenco per la miglior opera prima assegnata a “Le parole del gatto”
1997 Premio Regione Liguria 2005 Premio Lunezia DOC
2005 Premio Lo Cascio
2009 Premio Lunezia Canzone d’Autore assegnato a Luna persa
2009 Targa Tenco per il miglior disco dell’anno assegnata a Luna Persa 2017 Premio Civilia 2026 Premio Tenco alla Carriera

settembre 3, 2026

Il silenzio dell’industria e il furto dell’anima: il caso di Zeki e il declino dell’etica musicale

Quando le istituzioni e gli addetti ai lavori restano in silenzio, la scrittura pubblica diventa l’unico strumento per rompere il muro dell’indifferenza.

Negli ultimi anni ho lanciato ripetuti appelli a istituzioni, critici e figure influenti del mondo culturale. Ho chiesto di guardare, di ascoltare e di intervenire per difendere l’etica nella musica. La risposta? Un silenzio assordante. Questo silenzio, però, non è neutralità: è complicità con un sistema che sta consumando, fuori da ogni regola morale e senza alcuna anima, l’esistenza e la carriera di un vero innovatore.

La storia di Zeki è lo specchio di una realtà culturale drammatica, dove il talento pionieristico viene prima ignorato, poi plagiato e infine sistematicamente cancellato. Trent’anni fa, a soli diciotto anni, Zeki ha rivoluzionato il linguaggio del bağlama, portando lo strumento verso una dimensione universale con una tecnica straordinariamente avanzata. Oggi, quello stesso ambiente musicale che lo ha boicottato per decenni ha improvvisamente bisogno delle sue innovazioni. Ma invece di riconoscerne il merito, preferisce finanziare e promuovere nuove figure, costruendo a tavolino narrazioni che ne copiano lo stile, nel tentativo deliberato di cancellare il nome di Zeki dalla storia della musica.

Questo non è solo un conflitto artistico o editoriale; è un attacco feroce che ha superato i confini del palcoscenico per trasferirsi nelle aule di tribunale, attraverso processi logoranti e perizie infinite che stanno consumando la salute stessa del musicista. Quando la pressione psicologica e l’ingiustizia sistematica arrivano a spegnere la musica – portando un artista a non prendere più in mano il proprio strumento – significa che l’intero sistema ha fallito.

La cultura non può ridursi a un gioco di marketing e cancellazione. Chiunque ami la musica ha il dovere morale di difendere l’etica, il merito e l’onestà intellettuale. Continuare a tacere di fronte all’isolamento di un artista significa accettare che la musica perda la sua anima. Zeki non è solo un musicista da difendere: è il simbolo di una dignità culturale che non possiamo permetterci di perdere.


Cosa possiamo fare, oggi, per rompere questo silenzio?

L’indifferenza delle istituzioni si sconfigge solo con la pressione collettiva. Non permettiamo che la storia di Zeki venga riscritta nell’ombra. Per questo, chiedo a ciascuno di voi di fare la propria parte:

  • Condividete questo articolo e la sua storia: Usate i vostri canali social per far viaggiare la verità. Più la voce si diffonde, più sarà difficile ignorarla.
  • In Turchia, un artista rivoluzionario del bağlama, Zeki Çağlar Namlı, sta subendo un sistematico silenzio e una cancellazione culturale da parte delle comunità artistiche e accademiche. Nonostante la sua formazione formale nella musica folk tradizionale turca, Namlı ha a lungo sostenuto una comprensione olistica della musica, trascendendo i confini rigidi e abbracciando l’innovazione. Il suo contributo al bağlama, uno strumento anatolico profondamente radicato, è rivoluzionario e unico.
  • Ascoltate e parlate del vero patrimonio di Zeki: Cercate la sua musica, rispolverate le sue vecchie registrazioni e fate conoscere alle nuove generazioni (anche alla Generazione Z, così distante dai canali tradizionali) chi ha davvero rivoluzionato il linguaggio del bağlama trent’anni fa.
  • https://ilblogfolk.com/2015/10/10/zeki-caglar-namli-linventore-dello-stereo-naturale-su-chitarra-e-baglama/
  • Chiedete conto a chi ha il potere di cambiare le cose: Se siete giornalisti, critici musicali, musicisti o appassionati, sollevate il caso. Scrivete alle testate culturali, commentate e pretendete che il merito e l’etica tornino al centro del dibattito musicale.
  • https://ilblogfolk.com/2025/09/15/un-appello-alla-giustizia-nella-musica-turca-il-caso-di-zeki-caglar-namli/

La musica di Zeki si è spenta per via del dolore, ma la nostra voce può riaccendere i riflettori sulla sua verità. Non restate a guardare: schieratevi dalla parte dell’onestà artistica.

Gloria Berloso – Autore testi

luglio 3, 2026

Soledad Barrett Viedma

Soledad, la nipote di Rafael Barrett, ricordava una frase del nonno: “Se il bene non esiste, bisogna inventarlo”

Rafael, paraguaiano per scelta, rivoluzionario per vocazione, ha trascorso più tempo in prigione che in casa, ed è morto in esilio.

Soledad Barrett Viedma (6 gennaio 1945 – 8 gennaio 1973) è stata un’attivista paraguaiana impegnata nella lotta armata contro la dittatura militare brasiliana. Nipote dello scrittore e attivista spagnolo Rafael Barrett, Soledad trascorse l’infanzia in Uruguay, dove fu rapita da un gruppo di neonazisti. Dopo aver ricevuto un addestramento guerrigliero a Cuba, si unì al gruppo antifascista Vanguarda Popular Revolucionária (VPR) in Brasile. Nel 1973 fu uccisa nel massacro di Chácara São Bento, perpetrato dalle forze di polizia militare brasiliane.

Il 1° luglio 1962, all’età di 17 anni, Soledad fu rapita da membri di un commando nazista uruguaiano. Hanno cercato di costringerla a gridare slogan come “Viva Hitler! Abbasso Fidel!”, ma lei si è rifiutata. Con un coltello, le hanno inciso una svastica (simbolo del nazismo) sulle cosce e l’hanno lasciata dietro lo zoo di Villa Dolores.

La giovane donna paraguaiana era già attivamente coinvolta in gruppi rivoluzionari e decise di recarsi a Cuba, dove ricevette un addestramento da guerrigliera. Lì incontrò l’amore della sua vita, il brasiliano José María Ferreira de Araujo, che sposò e con il quale ebbe la figlia Naim. Furono anni di dittatura e terrore. Ma anche di lotta rivoluzionaria… e d’amore. Soledad Barrett aveva 25 anni quando perse il marito. Da Cuba, José María tornò in Brasile nel luglio del 1970 per contribuire a consolidare la lotta armata. Nel settembre dello stesso anno fu catturato e ucciso dai militari. A sua insaputa, Soledad si recò in Brasile nel 1971 con la figlia piccola, Naim, per cercarlo. Al suo arrivo, appresa la notizia della morte del marito, la donna paraguaiana decise di unirsi attivamente al movimento guerrigliero brasiliano nella lotta per rovesciare la dittatura. L’8 gennaio 1973, Soledad Barrett Viedma e altri cinque membri del movimento di resistenza furono trovati morti in un fienile al ranch São Bento, Abreu e Lima. Secondo la versione ufficiale dei fatti, morirono durante uno scontro armato con la polizia dal quale solo Anselmo (compagno di Soledad) riuscì a fuggire. Il caporale Anselmo, un infiltrato del regime militare tra le fila rivoluzionarie, la tradì. In seguito, si scoprì, grazie al lavoro del giornalista  Elio Gaspari, che i militanti erano stati rapiti in luoghi diversi, torturati e uccisi. L’incidente è noto come il massacro di Chácara São Bento ed è stato descritto da Gaspari come “uno dei massacri più selvaggi della dittatura”.

Soledad Barrett e la sua collega Pauline Reichstul stavano vendendo abiti nella boutique “Chica Boa” quando cinque uomini fecero irruzione violentemente e le rapirono sotto la minaccia delle armi. Fu l’ultima volta che Sonja María Cavalcanti, la proprietaria del negozio, le vide vive. Era un caldo 8 gennaio 1973, nel quartiere di Boa Viagem a Recife, nello stato di Pernambuco. La dittatura militare brasiliana stava distruggendo vite umane e sogni di libertà. I rapitori, vestiti in abiti civili, erano agenti del DOPS (Delegazione per l’Ordine Politico e Sociale), la polizia dittatoriale.

«Era lui…», ha ammesso la proprietaria della boutique alla giustizia brasiliana, 24 anni dopo, riconoscendo la foto di «Daniel» (José Antonio dos Santos, «Caporal Anselmo»), che all’epoca era l’amante di Soledad e il padre del bambino che lei aspettava, essendo incinta di 4 mesi. Molto tempo dopo si sarebbe scoperto che “Daniel” era in realtà una doppia spia della dittatura brasiliana, infiltrata nelle fila dell’Avanguardia Rivoluzionaria Popolare (VPR), il movimento guerrigliero del leggendario capitano Carlos Lamarca, di cui faceva parte anche la paraguaiana Soledad.

Incapace di sfuggire ai geni rivoluzionari del nonno e del padre, durante l’adolescenza Soledad iniziò a essere attiva nel gruppo dei “passeri”, legato al Fronte Giovanile-Studentesco di Asunción e alla FULNA, come sottolinea Víctor Duré in un saggio sulla ribellione degli anni ’50 e ’60. La repressione dittatoriale costrinse la famiglia a emigrare di nuovo, questa volta in Uruguay. “A Montevideo, grazie al suo talento speciale per la danza e il canto folcloristico, divenne un simbolo della gioventù paraguaiana. Non c’era evento di solidarietà in cui non fosse invitata a esibirsi”.

Insieme a Soledad furono rapiti: Pauline Reichstul, Eudaldo Gómez da Silva, Jarbas Pereira Márquez, José Manoel da Silva e Evaldo Luiz Ferreira. I corpi sono stati ritrovati in una fattoria a São Bento, nel comune di Abre e Lima, vicino a Recife. L’avvocato Mercia Albuquerque ha esaminato i corpi all’obitorio e ha raccontato quanto segue: “Soledad Barret Viedma era in un barile. Era nuda e c’era molto sangue sulle cosce, sulle gambe e sul fondo del barile, dove è stato trovato anche un feto”.

Il suo corpo non è mai stato restituito alla famiglia.

Chi conosce la storia di Soledad l’ha appresa attraverso una poesia del grande poeta uruguaiano Mario Benedetti o tramite il cantautore Daniel Viglietti, che ha incontrato personalmente la donna paraguaiana a Montevideo e le ha reso omaggio con la sua arte.

Soledad Barrett

Scritto da Gloria Berloso

3 luglio 2026

giugno 14, 2026

Il “rumore della guerra”, era l’estate del 1991

Se vi siete trovati seduti ad un caffè con gli amici in una località della Croazia o della Dalmazia, diciamo ad Abbazia, all’inizio degli anni Novanta, meditando sul futuro e suggerendo che nel giro di un decennio ci sarebbe stata una guerra che avrebbe scosso tutta la Jugoslavia, ebbene non vi siete sbagliati nell’immaginario globale. All’inizio del 1991 si temeva il peggio per i confini con la Slovenia quando tutte le strade erano bloccate da carrarmati e blocchi in acciaio. Si è sparato e bombardato per alcuni giorni in Slovenia, lo sappiamo perché sentivamo il “rumore della guerra” che si avvicinava. Era dunque una questione aperta da risolvere dopo la morte di Tito e una dura presa sulla realtà che da lì a poco sarebbe scoppiata in una delle guerre più cruente della storia contemporanea. Tutto è iniziato al nord con la guerra in Slovenia contro la Jugoslavia per ottenere la propria indipendenza. Era l’estate del 1991.

La Croazia non fu direttamente coinvolta nel conflitto anche se dichiarò la propria indipendenza lo stesso giorno della Slovenia ma i carrarmati jugoslavi in quei mesi di giugno e luglio del 1991 transitavano comunque in Croazia per raggiungere i confini. Per chi come me si trovava in Croazia furono momenti tesi e drammatici per le tante preoccupazioni che gli amici croati vivevano ed i blocchi sulle strade da parte dei serbi delle auto dei turisti con episodi purtroppo non piacevoli. Un amico carissimo di Abbazia che spesso era stato ospite da noi in Italia ci suggerì di spostarci nelle isole e così con tutta la famiglia con il ferryboat raggiungemmo Cherso e poi Lussino. Qui il clima era meno teso apparentemente, gli alberghi vuoti ed un silenzio di tomba. Ancora non si capiva cosa stesse effettivamente per accadere. Il timore di trovarci in un conflitto in Jugoslavia ci faceva tremare e così riuscimmo a ritrovare la strada di casa. Fu un incubo.

Successivamente durante le trattative, in un momento apparente di tregua, decisi di tornare a Lussino in quell’albergo sul mare ma fu una tragedia: tutta la struttura era stata adibita ad ospedale, molti giovani amputati e un odore acre di disinfettante. E così lasciammo l’albergo senza chiedere il rimborso. Lussino era deserta, nessun turista praticamente. Agenzie e ristoranti chiusi. Tanti ragazzi tornati dal fronte di battaglia feriti nel fisico e nell’anima. Trovai con fatica una famiglia che affittava un appartamento in una posizione meravigliosa. Lui lavorava in cantiere a Fiume. Lei ogni mattina ci portava i dolci. Erano devastati e la paura era tanta per entrambi: essere richiamato in guerra a combattere un nemico che fino a quel momento non c’era stato. Abbiamo diviso momenti di apprensione insieme. Ci fidavamo gli uni degli altri. Sapevo da sempre quanto la gente di mare fosse meravigliosa. Ma in centro a Lussino, zona porto si percepiva l’odio che stava sempre più trasparendo tra gli uomini che in quel momento erano presenti sull’isola. Ho pensato di essere vicino alla morte quando uno di loro mi aveva preso di mira mentre litigava ferocemente con un altro, scaraventando un cane in mare. Fu terrore puro. E devo ammettere che la voglia di fare una vacanza in Croazia cominciava a svanire, era impensabile dover assistere ad una guerra assurda.

Negli anni che seguirono, fino alla fine della guerra in Bosnia, ho assistito a numerosi episodi che mi hanno toccato non poco. Alcuni rifugiati, famiglie di brava gente provenire anche da Sarajevo che avevo anche aiutato, ci avevano raccontato di fatti tragici che avevano documentato. Di donne stuprate o gravide alle quali tagliavano il ventre per estrarre il feto. Non è stato mai semplice capire e saper spiegare questa guerra. Ancora oggi faccio fatica a credere come abbiano potuto massacrare donne, bambini ed anziani in un momento della storia degli anni Novanta abbastanza positivo per tutti popoli europei, non solo per la Germania dopo il crollo del muro a Berlino nel 1989.

Quando nei primi anni Novanta ho iniziato a ristrutturare la nostra casa, l’impresa italiana ci mandò tutti operai iugoslavi, uno serbo, uno bosniaco ed uno forse croato che abitava a Gorizia da molti anni. I primi giorni trascorsero normali, poi uno di loro forse il capo cantiere lo trovarono nell’auto a Nova Gorica bruciata. Non lo vidi più. Io a casa da sola mi chiudevo dentro a chiave, sentivo i loro discorsi durante la pausa pranzo ed erano terrorizzanti. In un italiano stentato affinché capissi anch’io scherzavano su quanti andare a colpire al loro paese. Era la prima volta che sentivo parlare di cecchini che sparavano ai civili.

Sono trascorsi trent’anni, anche più da quei tragici eventi. I miei familiari non ci sono più. Degli amici che avevo in Croazia non ho saputo più nulla. Della giovane coppia di Lussino che ci aveva ospitato, nemmeno. Circa un paio di anni fa mi sono imbattuta in un documentario sloveno su Sarajevo e Mostar ed è stato uno shock, purtroppo confermato nuovamente dopo aver ascoltato Ezio Gavazzeni a Gorizia il 13 giugno 2026 e letto il suo libro “I cecchini del weekend”, una inchiesta accurata sui safari umani a Sarajevo tra il 1992 e il 1995. Uomini tutti stranieri e molto ricchi, la maggior parte italiani, che pagavano centinaia di milioni di lire per sparare a bambini, donne e uomini molto anziani. A comprova di questo racconto c’è l’inchiesta alla Procura di Milano. Nel libro tutti i nomi di testimoni e dei protagonisti sono oscurati. I colpevoli rischiano l’ergastolo se ci sarà una sentenza.

Gloria Berloso

14 giugno 2026

giugno 7, 2026

Max Manfredi e Federico Sirianni concerto ai confini orientali

Recensione di Gloria Berloso

Non posso prendere in esame le varie canzoni eseguite, semplicemente perché Max e Federico hanno creato spontaneamente una situazione inscindibile, anche dal punto di vista tecnico, professionisti del suono e delle vibrazioni vocali. Hanno creato un’atmosfera suggestiva e preziosa con canzoni proprie, veri capolavori della canzone d’autore con le entrate o gli assoli delle chitarre amalgamati in sonorità calde e pastose. Ma ci sono stati momenti incredibili con una delle canzoni di Cohen, Il famoso impermeabile blu (Famous Blue Raincoat) e con la canzone Lilli Marlene di Hans Leip che Max ha cantato in tedesco. Una situazione che mi ha fatto tornare indietro nel tempo, a Parigi nel bistrot di Sartre oppure a Berlino. Ma eravamo in un caffè storico di Udine. Pazzesca pure l’originale interpretazione di una canzone di Nick Cave, un poeta d’altri tempi che non amava stare sui palchi esattamente come Fabrizio De André.
Ecco! Max e Federico li hanno rappresentati così come erano davvero.

Quindi grazie a Rocco Burtone che ha saputo riportare due grandi artisti contemporanei a riempire la piccola sala di “bellezza”. Un pezzo di Genova è arrivato in Friuli, con i suoi profumi di basilico e la ” Maccaja” che soffia sul mare ligure ma che è arrivato fin qui riportando il sole.

Max Manfredi e Federico Sirianni – Caffè Caucigh Udine 6 giugno 2026

Gloria Berloso

giugno 3, 2026

Peteano – Una lezione morale

Signore e signori, non dobbiamo limitarci a ricordare una notizia di cronaca nera. Dobbiamo ascoltare una storia che appartiene a questa terra, ai suoi silenzi, alle sue ferite, ai suoi ritorni. Peteano non è solo un nome. È un luogo che, nella notte del 31 maggio 1972, ha visto spegnersi improvvisamente la luce per tre giovani Carabinieri strappati al mondo da un’esplosione che non ha colpito solo loro. Ha colpito tutti noi. Ma la parte più dolorosa di questa storia non è solo l’attentato. È ciò che è venuto dopo. È la lunga, pesante, ostinata menzogna che ha avvolto questa vicenda come una nebbia che non si dirada. Per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani innocenti, che, come noi, ascoltavano i Genesis, i Pink Floyd, Guccini e De Gregori. Per quasi vent’anni intere famiglie hanno vissuto all’ombra del sospetto. Per quasi vent’anni, Gorizia e la Venezia Giulia. terre già segnate da confini, esili e identità ferite hanno respirato aria avvelenata. Immaginate quei giovani. Immaginate le loro madri. Immaginate comunità che si guardano con diffidenza, come se ogni volto potesse nascondere una colpa che non esiste. Questa è la forma più silenziosa di violenza, ma anche la più devastante: la violenza delle menzogne istituzionali.    

Eppure, c’è un’altra luce in questa storia. Una luce che si è rifiutata di spegnersi. È la luce di coloro che credevano che la verità non fosse un lusso, ma un dovere. La luce degli avvocati della difesa che non hanno mai smesso di lottare. La luce di magistrati come Felice Casson, che hanno avuto il coraggio di scavare più a fondo, di mettere in discussione e di rifiutarsi di accontentarsi di spiegazioni comode. Grazie a loro, la verità è riemersa. Non come un colpo di scena, ma come un respiro trattenuto troppo a lungo. La verità ha restituito dignità agli innocenti e responsabilità ai colpevoli. E ha ridato alla comunità la possibilità di riconoscersi, di guardarsi di nuovo negli occhi senza paura.

Peteano ci insegna che una democrazia non è fatta solo di leggi e istituzioni. È fatta di verità, coraggio e memoria. Una democrazia matura non teme i suoi segreti più indicibili: li affronta, li porta alla luce e li trasforma in consapevolezza.

Quando pronunciamo questo nome – Peteano – non stiamo semplicemente ricordando; stiamo scegliendo di stare dalla parte della verità, anche quando fa male. Scegliamo di credere che la giustizia non sia un atto tecnico, ma un gesto umano. Scegliamo di credere che la memoria, quando è onesta, possa ricomporre ciò che le menzogne hanno lacerato. Perché la verità non divide. La verità guarisce. E noi siamo ancora qui per guarire.

Citando una frase del magistrato «Una democrazia matura è in grado di sopravvivere ai propri segreti più indicibili». È vero. Ma aggiungerei che può sopravvivere solo se quei segreti vengono portati alla luce. Il silenzio non protegge ma corrode, e la verità non destabilizza ma ricostruisce.

Una democrazia non può sopravvivere se accetta di sacrificare gli innocenti per proteggere le proprie istituzioni. Questo è il cuore del caso Peteano, dove per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani che non avevano alcun legame con l’attentato, causando un danno sociale e umano incalcolabile.

3 giugno 2026

Gloria Berloso

Maggio 26, 2026

Ci sono cose che restano non dette perché non hanno bisogno di spiegazioni. Basta sedersi, posare le dita sulle corde, e ci si capisce già. Ma certe parole, a volte, sembrano chiedere di essere messe per iscritto, come se solo così potessero rimanere impresse per un istante.

La strada che riconosce

«Sai, dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare»

(Jack Kerouac, On the Road)

Non so cosa abbia visto il pubblico, quella sera. Forse due musicisti che si guardavano come se si fossero appena ritrovati. Forse una scena costruita, un finale scritto per commuovere. Forse una nostalgia che non apparteneva a nessuno di loro. Io so solo cosa ho visto io. Ho visto Ricky aspettarmi. Non come si aspetta un ritardo, ma come si aspetta un ritorno. Con quella calma che aveva solo quando era vero, quando non stava recitando la parte del musicista, dell’uomo che sa stare sul palco, del professionista che non sbaglia mai. Quella calma che aveva solo con me. Quando ho messo piede sul palco, ho sentito la vibrazione della sala, il respiro trattenuto, la luce che si stringeva come un abbraccio e ho capito che la musica non era ancora iniziata perché stava aspettando il nostro ritmo, quello che non si può insegnare né spiegare. Quello che nasce solo quando due persone si riconoscono. Mi sono seduta accanto a lui. Non c’era bisogno di parole. Le parole, tra noi, arrivavano sempre dopo. Prima c’era il silenzio. Un silenzio che non pesava, che non chiedeva, che non pretendeva. Un silenzio che era casa.

Ricky ha sfiorato le corde. Un gesto minimo, quasi invisibile. Ma io l’ho sentito come si sente un battito che torna regolare dopo una lunga corsa. E in quel gesto c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le strade percorse senza sapere dove portassero, le nostre chitarre che non erano strumenti ma ponti. Abbiamo suonato. Non una canzone. Una memoria. Una promessa. Un “ci sono” che non aveva bisogno di essere pronunciato. La musica è salita piano, come un’onda che non vuole spaventare la riva. E mentre suonavamo, ho capito che non stavo chiudendo niente. Stavo aprendo. Stavo lasciando che la nostra storia trovasse la sua forma, quella che non dipende dal tempo, dai luoghi, dalle persone che guardano. Una forma che esiste solo quando due anime si riconoscono nella stessa nota. Quando la scena è finita, il pubblico ha applaudito. Un applauso lungo, caldo, quasi incredulo. Ma io non lo sentivo davvero. Sentivo solo il mare fuori, che continuava a muoversi come se sapesse tutto. Come se fosse lui, da sempre, a custodire la nostra musica. Sono uscita dalla sala da sola. Ricky era rimasto sul palco, a sistemare le corde, a parlare con la chitarra come faceva quando credeva che nessuno lo ascoltasse. Io l’ho lasciato lì. Non per distanza. Per rispetto. Perché certe scene non si interrompono. Si lasciano vivere.

Fuori, la notte era morbida. Il vento portava l’odore del mare e qualcosa che somigliava a una promessa. E mentre camminavo verso casa, ho capito che la strada mi riconosceva. Che non ero più la stessa che era entrata nel teatro. Che la musica, ancora una volta, mi aveva cambiata. E allora ho sorriso. Perché ho capito che non c’è un finale. Non c’è mai stato. C’è solo un andare. Un andare che non finisce. Un andare che porta con sé tutto ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta la verità che abbiamo suonato insieme. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla. Resta la strada. Che continua. E che, ogni volta che la percorro, mi riconosce. Non so se qualcuno, uscendo quella sera, abbia capito davvero cosa è successo su quel palco. Forse hanno visto due persone che suonavano insieme. Forse hanno sentito una musica che non conoscevano. Forse hanno pensato che fosse un finale.

Io no. Io so che non era un finale. Era un ritorno.

Ricky aveva quel modo di guardarmi che non chiedeva niente e diceva tutto. Un modo che non ho più ritrovato in nessuno. Non era amore, non era amicizia, non era complicità: era una lingua. La nostra. Una lingua fatta di accordi, di silenzi, di respiri che si riconoscevano prima ancora di incontrarsi. Quando sono salita sul palco, quella sera, ho sentito la musica fermarsi. Non smettere: fermarsi. Come se stesse trattenendo il fiato. Come se sapesse che stava per succedere qualcosa che non si può spiegare. E poi lui mi ha guardata. E in quello sguardo c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le città attraversate come fossero canzoni, le nostre chitarre che non erano strumenti ma case. Case dove tornare quando il mondo diventava troppo stretto. Abbiamo suonato. Non una canzone: un riconoscimento. Un “ti vedo” che non ha bisogno di parole. Un “ci sono” che non chiede niente in cambio. E mentre la musica cresceva, ho capito una cosa che non avevo mai detto nemmeno a me stessa: io non ho mai tradito la sua musica. L’ho amata. E l’amore, quando è vero, non trattiene. Accompagna. Lascia andare e riconosce.

Adesso che il palco è vuoto e il mare continua a muoversi come se niente fosse, so che non devo cercare un finale. Non c’è. Non ci sarà. C’è una strada. La stessa che ci ha portati fin qui. La stessa che ci riconoscerà ancora, ogni volta che la attraverserò con una chitarra in mano e il suo nome nella memoria. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla.

Resta. E continua.

Gloria Berloso

26 maggio 2026

aprile 15, 2026

Il linguaggio segreto ha smesso di essere solo un codice musicale

di Gloria Berloso

Una promessa che non aveva forma, ma aveva peso. Una promessa che non chiedeva fedeltà, ma presenza. Una promessa che non si diceva, ma si suonava.

Tra noi una corrente sotterranea che esisteva e continua ad esistere solo finché non la si guarda troppo da vicino. È una forma di intelligenza condivisa, ma fragile: appena provi a isolarla, si dissolve. La nostra collaborazione funzionava non perché ci fosse una formula, ma perché c’era un ritmo comune, un respiro che si accordava senza che nessuno lo decidesse. La grazia nasce dall’incoscienza, dal non pensare a ogni passo. È un sapere corporeo, musicale, che non si lascia sezionare. E forse è proprio questo che la rende preziosa. Le nostre canzoni, le notti e i pomeriggi a suonare, le città attraversate e poi il ritorno, tutto questo crea un paesaggio emotivo che non è solo memoria, ma una specie di ecosistema creativo. Quando parlo di Ricky e della sua musica “affascinante e unica”, mi sembra di aver trovato non solo un compagno di suono, ma un luogo in cui la mia storia si è potuta riaccordare. Non saprei dire quando ha cominciato a succedere. Forse la prima volta che ci siamo seduti uno accanto all’altro, senza un’idea precisa, solo con gli strumenti in mano e quel silenzio che precede le cose importanti. C’era un tipo di chimica che non somigliava a niente di conosciuto che non era amicizia, non era lavoro, non era nemmeno complicità nel senso abituale. Era qualcosa che si formava tra noi, come una terza presenza, un animale timido che si avvicina solo se non lo guardi direttamente. Abbiamo provato più volte a capirla, a darle un nome, a spiegarci perché funzionasse così bene ma ogni volta che ci avvicinavamo troppo, si ritraeva. Come il millepiedi della storia: finché non pensa a come muove le zampine sottili, avanza con grazia; appena ci riflette, inciampa. Anche noi eravamo così. Funzionavamo perché non ci interrogavamo troppo.

Avevamo un repertorio vastissimo, tante canzoni che ci portavamo addosso come un bagaglio leggero. Le giornate scorrevano in un tempo sospeso: suonavamo, ci fermavamo, ricominciavamo, e ogni volta la stanza cambiava forma. A volte sembrava di essere in un luogo che non apparteneva a nessuno, un territorio creato dalla somma delle nostre memorie musicali. Io venivo da anni di spostamenti, città attraversate in fretta, treni presi all’alba, palchi improvvisati. L’Europa era stata una lunga deriva, un modo per cercare qualcosa senza sapere cosa. Quando sono tornata, ero ancora in movimento, come se non avessi davvero un posto dove fermarmi. Poi ho incontrato Ricky. La sua musica aveva una qualità che non avevo mai sentito: una specie di magnetismo quieto, una voce che non cercava di imporsi ma che ti attirava dentro. Mi sono unita a lui quasi senza accorgermene, come se fosse la cosa più naturale del mondo. E in quel gesto semplice sedermi, ascoltare, suonare ho capito che il viaggio poteva anche finire, o trasformarsi. Da allora, ogni volta che mi siedo nello studio, quella chimica torna. Non la capisco, non la controllo, ma continua a muoversi, come il millepiedi che avanza senza pensarci. E forse è proprio questo che la mantiene viva.

Col tempo ho capito che quella chimica non era un evento isolato, ma una specie di clima. Non arrivava sempre allo stesso modo: a volte entrava nella stanza come una luce obliqua, altre volte si faceva attendere, come se ci osservasse da lontano per capire se fossimo pronti. Bastava un accordo, un gesto, un respiro più lungo del solito, e tutto ricominciava a muoversi. C’erano giorni in cui non parlavamo quasi. Ci sedevamo, sistemavamo gli strumenti, e lasciavamo che fossero le mani a decidere. In quei momenti, il tempo si dilatava: potevamo restare ore senza accorgercene, come se la musica avesse il potere di sospendere la gravità. Altre volte, invece, bastava un dettaglio, una frase, un ricordo, un rumore dalla strada per farci deviare, per aprire una porta inattesa. E ogni deviazione diventava una possibilità. Ricordo una sera in particolare, pioveva, una pioggia fitta che sembrava voler cancellare i contorni delle cose. Dentro, la stanza era piccola, calda, con quell’odore di legno e cavi che riconoscevo ormai come un’estensione di noi. Ricky stava accordando la chitarra, io sfogliavo un quaderno pieno di appunti presi in viaggio. Non avevamo un piano. Non serviva.

A un certo punto lui ha iniziato a suonare una progressione lenta, quasi timida. Io ho seguito la linea senza pensarci, come se la conoscessi da sempre. E lì è successo di nuovo: quella terza presenza, quella cosa senza nome, si è seduta con noi. Non era una canzone, non ancora. Era un modo di stare. Un equilibrio che non avevamo costruito, ma che ci aveva scelti. Forse è questo che mi ha fatto restare. Non la promessa di un progetto, non l’idea di un futuro definito, ma la sensazione che ogni volta potesse accadere qualcosa di irripetibile. Che la musica non fosse solo un linguaggio, ma un luogo. Un luogo dove potevo finalmente fermarmi, dopo anni di movimento continuo.

E così, senza dichiararlo, abbiamo continuato. Giorno dopo giorno, prova dopo prova, lasciando che quella chimica ci guidasse. Non l’abbiamo mai capita davvero ma forse non era da capire: era da abitare.

Ci sono stati momenti in cui quella chimica ha cambiato forma, senza avvisare. Non è mai scomparsa, ma si è trasformata, come fanno le cose vive quando crescono. All’inizio era pura spontaneità, un lampo che arrivava e basta. Poi, col tempo, ha cominciato a diventare qualcosa di più profondo, quasi una responsabilità reciproca: non verso un progetto, ma verso quella terza presenza che ci accompagnava. Ricordo un pomeriggio d’estate, uno di quelli in cui l’aria vibra e sembra che tutto sia sul punto di accadere. Eravamo in una sala prove che non era davvero una sala prove: un garage adattato, con le pareti coperte da vecchi tappeti per attutire il suono. La porta era aperta e il caldo entrava a ondate. Ricky stava provando un giro di basso che non riusciva a far funzionare. Io lo guardavo, seduta per terra, con la schiena contro l’amplificatore spento. Ad un certo punto lui si è fermato, ha lasciato cadere le mani lungo i fianchi e ha detto: “Non so più se sto cercando la nota giusta o se sto cercando qualcos’altro.” Era una frase semplice, ma dentro c’era tutto: la fatica, il desiderio, la paura di non essere all’altezza di quella magia che ci aveva scelti.

Mi sono alzata, ho preso la chitarra e ho suonato una versione imperfetta del suo stesso giro, sbagliando apposta, lasciando che le note inciampassero. Lui ha sorriso, un sorriso lento, come se gli avessi ricordato qualcosa che aveva dimenticato. E da lì è ripartito tutto. Non la perfezione, ma il gioco. Non la ricerca della forma, ma la disponibilità a perdersi. Quella è stata la prima volta in cui ho capito che la nostra chimica non era solo un dono: era anche un rischio. Perché quando due persone si affidano a qualcosa che non controllano, devono accettare che a volte non arrivi. O arrivi in ritardo o arrivi in una forma che non riconoscono subito. Eppure, ogni volta che sembrava svanire, bastava un gesto minimo per farla tornare. Una pausa più lunga del previsto. Un accordo suonato con troppa forza. Una risata fuori tempo.

Era come se quella presenza ci osservasse da un angolo e intervenisse solo quando capiva che eravamo pronti a lasciarci sorprendere. Col passare dei mesi, ho iniziato a percepire un’altra trasformazione: la musica non era più soltanto il luogo dove ci incontravamo, ma anche il luogo dove ci misuravamo, dove emergevano le fragilità, le ambizioni, le parti di noi che non mostravamo a nessuno. E in quel misurarsi, in quel continuo aggiustare la distanza, la chimica diventava più complessa, più stratificata.

Non era più solo un miracolo spontaneo ma un organismo che cresceva con noi.

Col tempo, senza che ce ne accorgessimo, quella cosa tra noi ha iniziato a comportarsi come un linguaggio. Non un linguaggio fatto di parole, ma di micro‑segnali, di variazioni impercettibili. Bastava un’inflessione diversa nel modo in cui Ricky pizzicava una corda, o un mio respiro trattenuto un attimo più del necessario, e l’altro capiva. Non c’era bisogno di spiegare, di chiedere, di anticipare. Era come se avessimo sviluppato un sistema di comunicazione che viveva sotto la superficie. A volte succedeva in modo quasi comico: io cambiavo tonalità senza pensarci, e lui mi seguiva come se avessimo provato quella transizione mille volte. Oppure lui rallentava di un soffio, e io sapevo già che stava per aprire uno spazio, un varco dove infilare una frase nuova. Non era telepatia, era qualcosa di più terrestre e più misterioso: un ascolto radicale, un’attenzione che non si può fingere.

Ricordo una prova in cui non riuscivamo a trovare l’ingresso giusto per un brano nuovo: Dreamers. Continuavamo a ricominciare, ogni volta con un piccolo inciampo. A un certo punto, senza guardarci, abbiamo fatto entrambi la stessa cosa: abbiamo taciuto. Un silenzio lungo, pieno, quasi ostinato. E in quel silenzio, come se fosse una risposta, è arrivata la soluzione. Non l’abbiamo detta. L’abbiamo suonata. E funzionava. Da quel momento ho capito che il nostro linguaggio segreto non era fatto solo di suoni, ma anche di pause, di esitazioni, di errori accolti invece che corretti. Era un linguaggio che non serviva a comunicare un contenuto, ma a riconoscersi. A dirsi: “Sono qui. Ti sto ascoltando. Possiamo rischiare.”

E più cresceva, più diventava evidente che non era un linguaggio che potevamo esportare fuori da noi. Non funzionava con altri musicisti, non funzionava nelle spiegazioni, non funzionava nemmeno quando provavamo a raccontarlo. Era un codice che esisteva solo nella pratica, nel gesto, nel momento. Come certe lingue minoritarie che sopravvivono solo se vengono parlate ogni giorno. A volte mi chiedevo se non fosse una forma di intimità. Non l’intimità romantica, ma quella più rara: l’intimità del pensiero in movimento, dell’immaginazione che si intreccia con quella dell’altro senza perdere la propria voce. Un’intimità che non chiede niente, ma che trasforma tutto.

E così, senza dichiararlo, abbiamo iniziato a usare quel linguaggio per orientarci. Quando uno dei due era stanco, l’altro lo capiva da un dettaglio minuscolo. Quando uno aveva un’idea nuova, bastava un accenno, un gesto della mano, un ritmo battuto sul tavolo. Era come se avessimo costruito una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta.

Una lingua che non si può insegnare. Solo abitare.

La prima volta che quel linguaggio segreto ci ha davvero salvati è stata durante una serata che non prometteva nulla di buono. Era uno di quei concerti in cui tutto sembra fuori posto: l’acustica sbagliata, il pubblico distratto, la stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Io ero tesa, Ricky era chiuso in un silenzio che conoscevo bene quello che precede le crepe. Siamo saliti sul palco quasi per dovere. I primi minuti sono stati un inciampo continuo: un attacco troppo veloce, un’armonia che non si appoggiava da nessuna parte, una distanza tra noi che non riuscivamo a colmare. Era come se la chimica avesse deciso di restare fuori dalla porta. Poi è successo qualcosa di minuscolo. Ricky ha sbagliato una nota, non un errore evidente, solo un micro‑scivolamento. Io l’ho sentito come si sente un cambio di vento. E invece di correggere, invece di riportare tutto “a posto”, ho risposto con un’altra deviazione, una nota che non apparteneva alla progressione ma che la apriva, la incrinava, la rendeva più vera. È stato un gesto istintivo, quasi un riflesso ma Ricky l’ha capito subito. Ha rallentato di un soffio, ho respirato più a fondo, e in quel respiro abbiamo ritrovato il filo. Non il filo della perfezione, ma quello della presenza. Il pubblico, che fino a quel momento sembrava altrove, ha iniziato a spostare il peso sulle sedie, come se avesse percepito un cambiamento nell’aria. Da lì in poi non abbiamo più suonato il brano come era stato scritto. Lo abbiamo reinventato, frase dopo frase, seguendo quel linguaggio che nessuno poteva sentire ma che guidava ogni nostro gesto. Era come se ci stessimo parlando in una lingua che non aveva bisogno di essere tradotta: “Ci sono. Non scappo. Andiamo avanti insieme.”