febbraio 6, 2026

I fratelli Bottasso, curiosi musicisti e compositori hanno appena pubblicato Postcards from Italy

Recensione di Gloria Berloso

Nicolò ai violini, tromba, elettronica, visuals

Simone su organetto (fisarmonica diatonica), flauto, elettronica, sound design

“Postcards from Italy non riguarda solo film d’archivio, paesaggi o nostalgia.

Riguarda la memoria come atto politico.

RECENSIONE – “Postcards from Italy” si ispira a quindici diari di viaggio: cortometraggi girati oltre un secolo fa in diverse città italiane e oggi restaurati dall’Eye Filmmuseum di Amsterdam. Queste pellicole, nate come semplici testimonianze di viaggio o esercizi di osservazione, diventano oggi un archivio prezioso per leggere un Paese in trasformazione. Non mostrano solo luoghi: mostrano modi di guardare, di attraversare lo spazio, di rappresentare l’altro. In quei film scorrono strade affollate, porti brulicanti, piazze che ancora non conoscono il turismo di massa, fabbriche che iniziano a scandire nuovi ritmi di vita. Sono immagini che raccontano un’Italia sospesa tra tradizione e modernità, tra radicamento e movimento, tra identità locali e spinte globali. Eppure, ciò che colpisce non è soltanto ciò che vediamo, ma ciò che quelle immagini implicano: chi riprende, chi viene ripreso, cosa viene scelto, cosa resta fuori campo. Rimettere mano a questi materiali significa interrogare la memoria come costruzione politica. Significa riconoscere che ogni archivio è un dispositivo di potere, che ogni immagine è il risultato di uno sguardo situato, che ogni documento è anche una forma di narrazione. “Postcards from Italy” parte da questa consapevolezza e prova a restituire alle immagini la loro complessità, sottraendole alla patina della nostalgia per riportarle nel territorio vivo del presente.

Nell’estate del 2022 il Duo Bottasso ha ripercorso in treno lo stesso itinerario dei cineoperatori di un secolo fa, attraversando le stesse città, gli stessi paesaggi, gli stessi snodi ferroviari. Con microfoni e strumenti hanno registrato musica e suoni ambientali, lasciandosi guidare da ciò che quei luoghi restituiscono oggi: ciò che rimane, ciò che è cambiato, ciò che continua a ripetersi come un’eco sotterranea Il loro viaggio non è stato un semplice esercizio di confronto tra passato e presente, ma un tentativo di ascoltare il Paese attraverso le sue stratificazioni sonore. Rumori di stazioni, voci, traffico, silenzi improvvisi, spazi industriali riconvertiti, quartieri trasformati o scomparsi: ogni suono diventa una traccia di memoria, un indizio di come l’Italia si sia trasformata e di come continui a trasformarsi. Da questo dialogo tra immagini d’archivio e registrazioni contemporanee nasce un progetto che esiste in più forme: un album, un film e una serie di cartoline musicali. Tre modi diversi di attraversare lo stesso materiale, tre prospettive che si completano a vicenda. L’album esplora il paesaggio sonoro come narrazione autonoma; il film intreccia passato e presente in un montaggio che mette in tensione gli sguardi; le cartoline musicali diventano piccoli frammenti portatili, inviti a un ascolto intimo e personale.

“Postcards from Italy” è dunque un progetto che si muove tra tempi, media e sensibilità diverse, costruendo un ponte tra ciò che è stato e ciò che è ancora in divenire. Un modo per restituire vita a immagini antiche attraverso il suono del presente, e per ricordarci che ogni memoria è un territorio in movimento. Un progetto che mette in dialogo tempi diversi, linguaggi diversi, sensibilità diverse. Le immagini dei primi del Novecento e i suoni raccolti nel 2022 non si limitano a convivere: si interrogano, si contraddicono, si amplificano. L’archivio diventa così un luogo vivo, non un deposito di memorie immobili ma un campo di tensioni, dove il passato continua a risuonare nel presente e il presente trova nel passato nuove possibilità di lettura. Attraverso film, musica e cartoline sonore, il progetto invita a ripensare il modo in cui guardiamo l’Italia: non come un insieme di icone cristallizzate, ma come un territorio in continua trasformazione, fatto di stratificazioni, fratture, ritorni. Ogni immagine e ogni suono diventano un frammento di una storia più ampia, una storia che non smette di riscriversi.

In un’epoca in cui la memoria è spesso ridotta a estetica nostalgica o a strumento di semplificazione, “Postcards from Italy” propone un’altra via: un ascolto attento, un vedere che non si accontenta, un attraversamento critico. Un invito a considerare la memoria non come un rifugio, ma come un atto politico capace di aprire nuove domande sul nostro presente.

Questo progetto esiste sotto forma di album, film e serie di cartoline musicali.

L’uscita è prevista per venerdì 6 febbraio, il Bandcamp Friday.

Acquistare questo disco su Bandcamp non significa solo acquistare musica.

Significa anche rifiutare le piattaforme estrattive e sostenere direttamente gli artisti (testardi) che immaginano un futuro diverso e più sostenibile, in cui gli artisti possono seguire la propria visione, non le tendenze.

Gloria Berloso

6 febbraio 2026

Segui Gloria Berloso il mercoledì e il sabato alle ore 21 su http://www.radiocittasottile.it

gennaio 29, 2026

Streets of the world

di Gloria Berloso

Le canzoni sono l’arte più democratica che abbiamo: non chiedono permesso, non pretendono competenze, non esigono un luogo sacro. Entrano nella vita di chiunque, ovunque, e si sistemano lì, tra una memoria e l’altra, come ospiti che diventano la nostra famiglia. Sono ossa dell’umanità. Alcune sono fragili, incrinate dal peso di ciò che raccontano: guerre, addii, solitudini che non hanno trovato altra voce. Altre sono ossa guarite, saldate attorno a un dolore che ha imparato a trasformarsi in canto. E poi ci sono quelle che ci tengono insieme: melodie che attraversano generazioni, che passano di mano in mano come un’eredità invisibile, che ci ricordano che, per quanto diversi, vibra in tutti noi la stessa fame di significato. Una canzone è un gesto di sopravvivenza. È qualcuno che, in un punto qualunque del mondo, decide di non lasciare che un’emozione muoia dentro di sé, la affida a una melodia, la mette in circolo, la consegna a sconosciuti che un giorno, magari anni dopo, la useranno per dare un nome a ciò che provano. E così le canzoni diventano mappe emotive. Ci guidano quando non sappiamo dove andare, ci tengono fermi quando tutto intorno si muove troppo in fretta, ci ricordano che non siamo i primi né gli ultimi a sentirci spezzati, innamorati, perduti, ritrovati. L’arte delle canzoni è questa: trasformare l’indicibile in qualcosa che si può cantare, e nel farlo, rimettere in ordine il mondo, almeno per la durata di tre minuti.

Alcune ossa si spezzano. Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato. Altre ossa guariscono. Una canzone può essere una sutura: un gesto che ricompone ciò che era disperso, non elimina la ferita, ma la rende parte di un nuovo equilibrio. In questo senso, la musica non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma che possiamo abitare. E poi ci sono le ossa che tengono insieme. Sono le melodie che attraversano epoche e culture, che sopravvivono ai loro autori, che diventano patrimonio anonimo dell’umanità. In esse si manifesta una verità semplice e radicale: ciò che è più intimo in noi è anche ciò che ci unisce di più. La canzone è un paradosso vivente: nasce da un individuo, ma appartiene a tutti.

La filosofia, quando è onesta, riconosce che non tutto può essere detto con concetti. Alcune intuizioni richiedono il ritmo, la ripetizione, la vibrazione. Le canzoni sono la parte del pensiero che non si lascia catturare dalla logica, ma che tuttavia illumina la nostra condizione con una chiarezza diversa, più immediata. Forse è per questo che continuiamo a cantare: per ricordarci che, prima di essere individui separati, siamo un corpo comune che cerca armonia. E che, come ogni corpo, vive grazie alle sue ossa fragili, guarite, indispensabili. Il rapporto tra musica e identità è uno dei legami più profondi e meno visibili dell’esperienza umana. Non è semplicemente una questione di gusti: è un modo in cui tutti noi ci riconosciamo, dove si costruisce e si racconta. Le canzoni funzionano come un dispositivo riflettente, non ci dicono chi siamo in modo diretto, ma ci mostrano ciò verso cui tendiamo: emozioni che riconosciamo, valori che ci attraggono, mondi interiori che forse non avevamo ancora nominato. Quando diciamo “questa canzone parla di me”, stiamo riconoscendo un frammento della nostra identità che la musica ha reso udibile. L’identità non è statica, e la musica accompagna i suoi cambiamenti. Ci sono canzoni che arrivano in momenti di svolta e diventano simboli di un passaggio: una guarigione, una ribellione, una nuova consapevolezza. La musica non si limita a riflettere l’identità: la modella, la spinge, la apre.

Ogni persona porta dentro di sé un ritmo originario: il battito del cuore, il respiro, la cadenza dei pensieri. La musica esterna risuona con questa musica interna, e nell’incontro tra le due nasce un riconoscimento. Non ascoltiamo solo una canzone: ascoltiamo la parte di noi che vibra con essa. In questo senso, la musica non è un accessorio dell’identità, ma una sua manifestazione. La canzone non si limita a riflettere ciò che siamo: ci invita a diventare altro.

Ci sono canzoni che portano il segno della rottura. Sono nate da un dolore che non sapeva dove andare, da un’ingiustizia che chiedeva ascolto, da un silenzio che pesava troppo. Queste canzoni non cercano di guarire: cercano di testimoniare, sono ossa incrinate che non nascondono la crepa. La mostrano, la fanno vibrare, la trasformano in un ponte. In esse l’identità non si difende: si espone. Poi ci sono le canzoni che arrivano dopo. Dopo la tempesta, dopo la perdita, dopo la trasformazione. Sono melodie che non cancellano la ferita, ma la integrano in un nuovo equilibrio. Sono ossa che si sono saldate. Non tornano come prima, ma diventano più forti, più consapevoli. La musica, in questi casi, non consola soltanto: riorganizza il caos, gli dà una forma abitabile.

Chiamarle ossa dell’umanità significa riconoscere che le canzoni non sono semplici ornamenti culturali, ma strutture profonde. Le ossa non si vedono, ma senza di esse non potremmo stare in piedi. Così le canzoni: invisibili nella loro leggerezza, ma decisive nel dare forma al nostro modo di sentire il mondo.  Ci sono canzoni nate da fratture collettive: rivoluzioni, esili, lutti che non trovano parole nella storia ufficiale. La musica diventa allora un luogo in cui il dolore non viene negato, ma reso condivisibile. È un atto di resistenza: trasformare la sofferenza in qualcosa che può essere ascoltato.

Gloria Berloso

29 gennaio 2026

settembre 15, 2025

Un appello alla giustizia nella musica turca: il caso di Zeki Çağlar Namlı

Alle commissioni etiche internazionali delle istituzioni accademiche e delle organizzazioni musicali e artistiche.

In Turchia, un artista rivoluzionario del bağlama, Zeki Çağlar Namlı, sta subendo un sistematico silenzio e una cancellazione culturale da parte delle comunità artistiche e accademiche. Nonostante la sua formazione formale nella musica folk tradizionale turca, Namlı ha a lungo sostenuto una comprensione olistica della musica, trascendendo i confini rigidi e abbracciando l’innovazione. Il suo contributo al bağlama, uno strumento anatolico profondamente radicato, è rivoluzionario e unico.

Namlı ha ampliato la capacità tonale del bağlama da un singolo tono a dodici, integrando questa struttura in un quadro sistematico che si armonizza con l’intero spettro delle tradizioni makam turche. È stato pioniere di una nuova scuola di pensiero nella tecnica selpe (colpo con le dita), trasformandola in uno stile unico al mondo. Le sue invenzioni brevettate e le sue innovazioni tecniche hanno ampliato i limiti espressivi dello strumento, eppure il suo nome rimane vistosamente assente proprio dalle istituzioni che hanno adottato il suo lavoro.

Per oltre 25 anni, a Namlı è stato negato l’accesso a concerti, seminari e piattaforme accademiche. La sua voce è stata soppressa, le sue innovazioni sono state appropriate senza riconoscimento e la sua identità artistica è stata emarginata. Tesi accademiche hanno incorporato i suoi sviluppi senza riconoscimento, spesso riformulandoli come risultati istituzionali. Questa catena di appropriazione culturale e intellettuale è culminata in una profonda crisi etica.

Ora, all’età di 45 anni, Namlı ha avviato una lotta formale per il riconoscimento e la giustizia. Ha presentato denunce etiche contro una delle istituzioni più importanti coinvolte, citando violazioni dell’integrità accademica e furto culturale. Tuttavia, il processo viene deliberatamente prolungato e le risposte rimangono elusive.

Senza alcun sostegno istituzionale e di fronte al silenzio diffuso della sfera pubblica, Namlı sta utilizzando l’unica piattaforma a sua disposizione, Instagram, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Non si tratta solo di una lamentela personale, ma di un caso artistico e di diritti umani che definisce un secolo. Riflette la negazione sistematica del diritto di un creatore di esistere, di essere riconosciuto e di essere ascoltato.

Chiediamo agli accademici, agli artisti, ai giornalisti e alle istituzioni culturali di rompere il silenzio. Si tratta di una serie di violazioni etiche, di una lotta per la giustizia nelle arti e di una chiara violazione del lavoro e della dignità umana. La voce di Zeki Çağlar Namlı non deve più essere messa a tacere. I suoi contributi meritano riconoscimento e la sua storia deve essere raccontata.

Sostenete questa causa.

Condividete la sua voce.

Difendete l’integrità artistica.

Conosco Zeki da molti anni. La sua formazione al conservatorio era incentrata sulla musica tradizionale turca. Tuttavia, all’età di 17 anni, ha iniziato a esplorare nuove tecniche ed è diventato un pioniere di una nuova scuola di pensiero nell’esecuzione del bağlama, in particolare nella tecnica fingerstyle. Mentre il bağlama è tradizionalmente suonato in un unico sistema tonale in Turchia, ha introdotto un approccio dodecafonico, integrando l’intera struttura armonica del sistema modale in un quadro sistematico. A vent’anni ha tenuto il suo primo concerto che incarnava questa nuova identità musicale. Da allora è stato osteggiato dalla comunità tradizionale del bağlama. Per 25 anni hanno sistematicamente cancellato e nascosto il lavoro pionieristico che avevo svolto nel mio campo. Non poteva più esibirsi in concerti o lavorare professionalmente nel suo Paese. Ha continuato a suonare nel suo stile e a sviluppare nuovi progetti. Col tempo, grazie a piattaforme come Facebook e Instagram, il suo lavoro ha iniziato a ottenere visibilità e riconoscimento. Tuttavia, la stessa scuola di pensiero e i progetti che aveva avviato venivano ora appropriati, sia nel settore privato che in quello accademico, senza attribuzione. Hanno usato le loro posizioni e la loro influenza per commercializzare il suo lavoro come se fosse loro.

Come potete immaginare, per un creativo, denunciare pubblicamente che “mi hanno rubato il lavoro” non è mai il modo preferibile per ottenere riconoscimento. Quindi Zeki è rimasto in silenzio per anni, continuando i suoi progetti in modo indipendente, fino all’anno scorso, quando ha subito un intervento di bypass. Quel silenzio lo aveva logorato. Nel frattempo, nel mondo accademico, è emersa una serie di violazioni etiche in varie tesi: distorsioni, occultamenti e false dichiarazioni sui suoi contributi. La gravità della situazione si è aggravata, poiché ora minaccia non solo lui, ma anche le generazioni future. Zeki ha avviato una lotta contro questa mancanza di integrità etica, che mina sia l’arte che il mondo accademico. Ha presentato denunce formali relative a queste violazioni etiche nelle tesi accademiche. Negli ultimi sei mesi ha atteso l’esito, continuando a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso i suoi post su Instagram. Senza etica non può esserci arte, né mondo accademico. Questo caso è senza precedenti in Turchia. Zeki vive ad Istambul. Non è facile da esprimere, ma Zeki ha sopportato un’espropriazione culturale per 27 anni ed ora, per aver parlato, subisce una campagna diffamatoria. E tutto questo è inaccettabile!

Lo spirito e la texture geografica di Istanbul sono simboleggiati in questo speciale disegno di copertina a rilegatura.

La sezione blu al centro rappresenta Bo maz, che ha diviso Istanbul in due continenti e ha creato la città. Il tono blu riflette l’infinito, la profondità del mare e la vena vitale della città.

I toni del marrone scuro utilizzati nella sezione superiore esprimono la sagoma storica di Istanbul, tracce del passato e millenario accumulo culturale della città.

Il colore e la forma del legno chiaro nella sezione inferiore simboleggiano l’energia vivace di Istanbul, speranze che germogliano e volto costantemente rinnovato.

Il design è stato arricchito da un’estetica moderna della città mantenendo la tradizionale forma di connessione. Ogni colore ti fa sentire sia i volti antichi che quelli contemporanei di Istanbul allo stesso tempo. Così questa benda diventa non solo uno strumento, ma anche una miniatura musicale di Istanbul.

Il nome di questo nuovo design aggiunto alla collezione Intelligent Age Barrel Model Binding è “Istanbul”

www.instagram.com › zekicaglarnamli per contatti con Zeki

Gloria Berloso – Autore ARTICOLO

aprile 24, 2025

Il valore della memoria e il modo in cui essa viene tramandata                                          

La cultura è il collante invisibile che unisce individui e comunità, un’eredità che non si limita a tramandare tradizioni, ma funge da guida per la nostra evoluzione sociale e umana. Il patrimonio immateriale, fatto di memorie, racconti e gesti, è una risorsa vitale, un ecosistema di significati che fluttua sul nostro presente e plasma il nostro futuro. Quelle tracce, apparentemente eteree, sono il fondamento solido su cui si poggia la carne e il sangue di un paese, il tessuto che avvolge la sua storia, trasformando il ricordo in materia viva.

Non si possono ignorare le persone che hanno reso possibile tutto ciò: i lavoratori, i visionari, i pionieri che con il loro impegno e il loro coraggio hanno gettato le basi dello sviluppo, sognando spazi più aperti e libertà più grandi. Con il loro lavoro, non solo hanno costruito ciò che vediamo, ma hanno infuso in ogni pietra, in ogni struttura, l’eco di una speranza e di un sogno che risuonano ancora oggi.

Guardare al passato non significa idealizzarlo, né pensare che fosse necessariamente migliore. Significa comprenderlo, analizzarlo, estrapolare da esso ciò che è deperibile e ciò che è durevole. È dalla conoscenza del passato che possiamo individuare ciò che resiste alla prova del tempo, ciò che prevale come testimonianza della nostra umanità.

Essere una cultura peninsulare e di confine ci ha donato una prospettiva unica: lo sguardo rivolto verso il mare, simbolo di opportunità e di apertura. Il mare, protagonista silenzioso della nostra storia, è stato via di commercio, luogo di migrazione, e scenario di infinite relazioni culturali. Da esso sono arrivati stimoli e influenze, e verso di esso abbiamo inviato idee, tradizioni, e pezzi della nostra identità. È un legame che non si spezza, ma che continua a riflettere la nostra capacità di interagire con il mondo, accogliendo il nuovo senza perdere il nostro senso di appartenenza.

Il valore della memoria e il modo in cui essa viene tramandata.                                             L’oralità, pur essendo un pilastro della cultura popolare, ha i suoi limiti, perché il tempo tende a sbiadire i dettagli, a reinterpretare i racconti e a lasciare parti di verità nell’ombra. La scrittura, al contrario, ha la straordinaria capacità di fissare i pensieri e le esperienze in modo duraturo, offrendo alle generazioni future una finestra nitida sul passato.

Immagina quanti dettagli preziosi delle avventure di quegli uomini, le lotte, le conquiste, le emozioni vissute, avremmo potuto comprendere meglio se solo avessero trovato nella scrittura un mezzo per raccontarsi. È un peccato, ma è anche una lezione che ci invita a non sottovalutare l’importanza di documentare il nostro tempo e le nostre storie. Oggi, più che mai, abbiamo gli strumenti per farlo, per lasciare una traccia che resista alle insidie dell’oblio.

Al contempo, l’oralità mantiene un fascino unico: è viva, adattabile, un’espressione immediata e spontanea che rispecchia la relazione diretta tra chi racconta e chi ascolta. Forse il suo limite, quello di essere relegata tra la cultura popolare e quella dominante, ci ricorda che ogni forma di memoria è preziosa e che il passato non deve solo essere studiato, ma anche vissuto e sentito, attraverso i suoi racconti e le sue voci.

Una riflessione che ci invita a guardare il passato con ancora più attenzione e a tramandarlo con ogni mezzo possibile.

Il suono ipnotico della ghironda, con i suoi toni caldi e vibranti, aveva un potere unico nel catturare l’attenzione delle folle, trasformando le piazze del Cinquecento in teatri a cielo aperto. Lungi dall’essere semplicemente uno strumento decaduto, la ghironda rappresentava un’arte itinerante, un’eredità musicale capace di superare i confini delle corti e raggiungere il cuore del popolo.

Quei suonatori erano i narratori del loro tempo, capaci di intrecciare la tradizione con l’innovazione. Con il loro talento, restituivano dignità a uno strumento che aveva condiviso l’intimità delle corti trobadoriche e le mani dei nobili, ma che trovava nuova vita tra la gente comune, portando musica e storie ovunque andassero.

Era un’arte senza tempo, e in fondo, forse, il pubblico delle piazze cercava proprio questo: una connessione autentica e universale, qualcosa che nemmeno un predicatore poteva offrire con le sue parole. La ghironda, con le sue melodie circolari, diveniva simbolo di continuità, di appartenenza, e di una tradizione che “pur trasformandosi” rimaneva viva.

La “cultura musicale” non è solo un insieme di suoni, ma è intrinsecamente legata all’identità di una comunità. Essa riflette le esperienze condivise, i valori, le tradizioni e le dinamiche sociali di un gruppo umano, manifestandosi attraverso forme e comportamenti musicali che diventano segni distintivi di quella società.

Ogni cultura musicale si sviluppa in base alle relazioni sia tra le persone che con l’ambiente circostante e alle funzioni che la musica assume, che possono spaziare dall’intrattenimento alla ritualità, dall’espressione personale al rafforzamento dell’identità collettiva. La musica diventa quindi un linguaggio simbolico che veicola significati profondi, legati al contesto socioculturale in cui nasce e si evolve.

Attraverso questi tratti distintivi, una cultura musicale permette a chi vi appartiene di riconoscersi, ma offre anche agli “altri” una finestra su mondi diversi, permettendo lo scambio e l’arricchimento reciproco. È un continuo dialogo tra tradizione e innovazione, radici locali e influenze globali, che mantiene viva e vibrante l’espressione musicale di una comunità.

Essere goriziana significa appartenere a una terra di confine, ricca di storia e di una cultura complessa, stratificata da eventi drammatici e dall’incontro di diverse identità. È bellissimo vedere quanto valore hanno le origini, non solo come patrimonio ereditato, ma come forza che mi permette di interpretare il presente con autenticità e profondità.

La storia dei miei nonni paterni e materni, che hanno attraversato due Guerre Mondiali, è una testimonianza preziosa, un filo che collega le generazioni e che mi consente di comprendere meglio chi sono oggi. Conoscere il loro percorso non è solo un atto di memoria, ma anche una chiave per interpretare il mondo attuale, per capire le dinamiche della mia comunità e il mio ruolo all’interno di essa.

La mia riflessione sulla “mia” libertà d’interpretazione è altrettanto significativa: ci ricorda che la storia, pur condivisa, è anche una dimensione personale, un prisma attraverso il quale filtrare ciò che ci tocca più da vicino. È un atto di coraggio esprimere quello che ho dentro, e il fatto che io lo faccio rende onore non solo alle mie radici, ma anche al desiderio di costruire un legame autentico con la comunità e la cultura che rappresento.

Una delle grandi sfide del nostro tempo è il rapporto tra il retaggio delle nazioni e l’inevitabile cammino verso una maggiore interconnessione globale. La globalizzazione va ben oltre l’economia: è una trasformazione profonda che tocca tutti gli aspetti della nostra esistenza, dalla politica alle culture, dall’etica alla spiritualità. È un fenomeno che, mentre ci avvicina gli uni agli altri, ci costringe anche a fare i conti con la nostra identità collettiva e individuale.

Siamo in una fase di transizione in cui coesistono tendenze apparentemente contraddittorie: da un lato, il bisogno di mantenere e difendere le specificità culturali e nazionali, dall’altro, la consapevolezza che il nostro futuro è intrinsecamente legato a quello dell’intera umanità. Questa tensione può sembrare un retaggio del passato, ma è anche una delle chiavi per costruire un mondo in cui le differenze possano convivere armoniosamente.

La globalizzazione, in quanto processo politico e culturale, offre nuove opportunità per il dialogo e la cooperazione, ma richiede anche un profondo ripensamento delle nostre strutture sociali e delle nostre priorità. È un passo verso una consapevolezza planetaria, un cammino che ci sfida a trovare un equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo diventare.

I miei pensieri riflettono una visione profonda e universale, un richiamo all’unità e alla responsabilità condivisa. Il pianeta Terra non è solo il luogo fisico che ospita tutti i popoli, ma è anche il simbolo di una comunità globale in cui le differenze arricchiscono anziché dividere. Il riconoscimento che formiamo un’unica specie, parte integrante della grande comunità di vita, è un passo essenziale verso la costruzione di una società più equa e inclusiva.

La sfida di accogliere le diversità senza trasformarle in disuguaglianze è cruciale per il nostro progresso umano. Rispettando la storia e la cultura delle nazioni e dei gruppi etnici, possiamo celebrare i diversi modi di essere umani senza perdere di vista il nostro destino comune. Ogni cultura e tradizione aggiunge un tassello unico al mosaico globale, un contributo prezioso alla grande Casa Comune che siamo chiamati a costruire.

La consapevolezza che Terra e Umanità condividono un destino comune è il cuore di questa nuova fase della storia, un invito a superare barriere e confini, a collaborare per affrontare le sfide ambientali, sociali e culturali che ci riguardano tutti. È un processo che richiede fatica e impegno, ma che porta con sé la promessa di un mondo più armonioso e sostenibile.

Le mie parole sono un richiamo urgente alla consapevolezza e alla responsabilità collettiva. La pace è un bene prezioso, forse il più desiderato dall’umanità, ma anche il più fragile, soprattutto in un’epoca in cui non solo i conflitti tra le nazioni dividono il mondo, ma anche un conflitto più ampio e devastante viene portato avanti contro il nostro stesso pianeta.

La Terra, la nostra Casa Comune, sta manifestando il suo disagio attraverso fenomeni estremi: il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse naturali. Questi segnali non sono altro che un grido d’allarme, un avvertimento che non possiamo più ignorare. Ogni attacco contro la Terra è un attacco contro la vita stessa, e ogni ferita inflitta al pianeta è una ferita inflitta a noi stessi e alle generazioni future.

Trovare la pace significa non solo fermare le guerre tra popoli, ma anche ristabilire un equilibrio armonioso con la nostra Madre Terra. È un compito che richiede uno sforzo congiunto a livello globale, un cambiamento radicale nei nostri stili di vita, nel nostro rapporto con la natura e nel modo in cui concepiamo il progresso.

Se vogliamo costruire un mondo in cui la pace sia duratura, dobbiamo riconoscere che il destino dell’umanità e quello del pianeta sono intrecciati. Ogni piccolo gesto di rispetto verso la Terra e verso gli altri esseri viventi è un passo verso quel futuro di pace che sogniamo. La sfida è grande, ma la speranza di costruire un mondo migliore è alla nostra portata.

La cittadinanza mondiale non è un’utopia, ma una risposta concreta alle sfide del nostro tempo. Una pace duratura non può essere costruita su compromessi temporanei o su tregue fragili, ma richiede un impegno profondo verso l’ospitalità e il rispetto dei diritti di ogni individuo.

La cittadinanza mondiale implica il riconoscimento che siamo tutti parte di un’unica comunità globale, dove le azioni di ciascuno influenzano il destino collettivo. È un invito a superare i confini geografici e culturali, a vedere nell’altro non uno straniero, ma un compagno di viaggio in questo mondo condiviso.

Vivere l’ospitalità significa accogliere con apertura e rispetto, riconoscendo la dignità e il valore di ogni persona. Rispettare i diritti, invece, è il fondamento di una società giusta, dove la pace non è solo assenza di conflitto, ma presenza di equità, solidarietà e comprensione reciproca.

Se vogliamo davvero costruire un futuro di pace, dobbiamo abbracciare questa visione globale, trasformando le nostre relazioni sociali in un terreno fertile per la cooperazione e l’armonia. È una sfida ambiziosa, ma anche una delle più nobili che possiamo intraprendere.

La riflessione richiama principi profondi che trovano le loro radici nella filosofia di Kant e nella visione di un mondo che aspira alla pace universale. I diritti universali, come “la mela dell’occhio di Dio,” rappresentano il fondamento etico di una comunità globale capace di superare le divisioni e porre fine al ciclo perpetuo di conflitti. Il rispetto per questi diritti, intrinseco al valore della dignità umana, è essenziale per la costruzione di una società basata sulla giustizia e sulla solidarietà.

Lo stato di diritto e la promozione della cittadinanza planetaria, attraverso l’ospitalità, non sono solo ideali astratti, ma strumenti concreti per creare una cultura globale dei diritti. Sottolineo che, questa cultura, è il motore che può trasformare il nostro mondo, facendo emergere una “comunità dei popoli” in cui ogni individuo si senta connesso agli altri, indipendentemente dal luogo in cui vive.

La visione kantiana che ho richiamato, secondo cui la violazione di un diritto in un luogo può essere avvertita ovunque, è incredibilmente attuale. Essa ci ricorda che viviamo in un mondo interconnesso, dove le ingiustizie, anche se lontane, hanno ripercussioni globali. Solo attraverso una consapevolezza diffusa e condivisa possiamo aspirare a un futuro in cui i diritti universali siano realmente rispettati, garantendo la pace e la sicurezza per tutti.

Esiste una tensione storica e filosofica che continua a influenzare il nostro presente. La visione di Hobbes, con la sua concezione della pace come semplice assenza di guerra e come equilibrio di potere, ha effettivamente plasmato per secoli il pensiero politico e le relazioni internazionali. Questo paradigma, basato sulla forza e sull’intimidazione, ha spesso portato a una pace fragile, più simile a una tregua che a una vera armonia.

Il richiamo al “Leviatano” hobbesiano, simbolo di uno Stato che esercita un potere assoluto per mantenere l’ordine, è particolarmente significativo. Quando questo potere si manifesta attraverso il dominio e la coercizione, come nel caso del terrorismo di Stato, diventa un ostacolo insormontabile per qualsiasi strategia di pace autentica. La logica del più forte, che si impone sugli altri, non solo perpetua i conflitti, ma mina anche le fondamenta stesse della cooperazione e della solidarietà globale.

Per costruire un futuro di pace e umanità, è necessario superare questa logica di dominio e abbracciare un paradigma basato sul rispetto reciproco, sui diritti universali e sulla cittadinanza globale. Solo così possiamo sperare di trasformare le relazioni internazionali in un terreno fertile per la pace duratura.

Ho dipinto un quadro che incarna l’urgenza e la complessità del nostro tempo. Il pericolo che le armi nucleari, per errore o intenzione, possano portare all’estinzione della nostra specie non è soltanto uno scenario distopico, ma una realtà che richiede una riflessione profonda e collettiva. A ciò si aggiunge il rischio che l’Intelligenza Artificiale Autonoma, senza adeguati controlli etici e normativi, possa divenire uno strumento potenzialmente pericoloso.

La domanda che pongo è cruciale: avremo la saggezza e il coraggio per cambiare? Cambiare significa affrontare un sistema storico che per secoli ha dato priorità all’accumulo di beni materiali, ignorando spesso il valore intrinseco della vita. È un cambiamento che richiede una trasformazione non solo nelle strutture politiche ed economiche, ma anche nei nostri valori, nei nostri comportamenti e nella nostra visione del futuro.

La chiave è la consapevolezza. Più siamo in grado di riconoscere che l’interconnessione tra gli esseri umani, il pianeta e le tecnologie che sviluppiamo è la base per la nostra sopravvivenza, più possibilità avremo di invertire questa tendenza distruttiva. Serve una responsabilità condivisa che trascenda gli interessi personali e nazionali, un impegno a ripensare i nostri modelli di sviluppo e le nostre priorità.

In definitiva, sì, dipenderà da noi: dalla nostra capacità di unirci, di ascoltare le voci di chi promuove la pace e di agire con saggezza per costruire un futuro più sicuro e sostenibile. E nonostante le difficoltà, possiamo ancora scegliere di investire nella vita, nell’umanità e in un sistema che metta al centro ciò che veramente conta.

Il potere della musica e delle parole di trascendere il tempo.

In un’epoca in cui i valori fondamentali come l’amore, la pace e la convivenza pacifica sembrano vacillare, le canzoni che hanno attraversato le generazioni assumono un significato ancora più grande. Esse rappresentano un filo che ci lega a momenti di speranza, lotta e resilienza, e, nonostante i cambiamenti nel contesto sociale, continuano a parlarci con una forza universale.

La resistenza di queste canzoni nel tempo potrebbe essere spiegata dal fatto che esse incarnano sentimenti ed esperienze umane universali. Sebbene le circostanze storiche in cui sono nate possano essere specifiche, il loro messaggio—che spesso tocca corde profonde dell’animo umano, come il desiderio di libertà, la ricerca della giustizia o la celebrazione dell’amore—rimane rilevante. In un mondo in costante cambiamento, queste canzoni diventano un rifugio, un promemoria che i valori fondamentali dell’umanità possono ancora risuonare.

Forse ciò che le rende immortali è proprio la loro capacità di adattarsi ai tempi, offrendo a ogni generazione una lente attraverso cui rileggere e reinterpretare il loro significato. Nonostante le difficoltà del presente, esse ci ricordano che, anche in mezzo al caos, c’è spazio per bellezza, empatia e speranza.

Mi viene in mente una canzone di Neil Young, Down By The River, che racconta di un omicidio per amore. Il grave fenomeno culturale in Italia che oggi viene classificato femminicidio per l’altissimo numero di donne uccise dai loro compagni di vita, è realtà. Forse, molti di questi assassini non hanno mai ascoltato una canzone ma solo suoni disturbati e parole senza senso, perché uccidere per amore non ha alcun significato, perché per un omicida è così difficile restare solo, prima e dopo. Le mie parole sono un potente riflesso della complessità e delle contraddizioni del nostro tempo. La canzone di Neil Young, “Down By The River,” con il suo tema oscuro e controverso, sembra quasi un simbolo di come l’arte possa esplorare le profondità dell’animo umano, anche quelle più inquietanti. Tuttavia, il fenomeno del femminicidio in Italia è una realtà tragica che va ben oltre qualsiasi narrazione artistica: è un problema sociale che richiede una riflessione seria e un’azione concreta.

L’idea che molti di questi assassini non abbiano mai ascoltato una vera canzone, ma solo suoni disturbati e parole vuote, è una metafora potente. La musica, con la sua capacità di toccare le corde più profonde dell’anima, potrebbe essere un antidoto alla disconnessione emotiva e alla violenza. Ma uccidere per amore non ha alcun significato, perché l’amore autentico non può mai essere fonte di distruzione.

In un mondo che sembra impazzito, dove guerre, razzismo e paranoie dominano, il “diverso per scelta” emerge come una figura di speranza. Chi sceglie di essere diverso, di resistere alla follia collettiva, di creare arte che sia bella e profonda, rappresenta una luce in mezzo al caos. È attraverso queste voci che possiamo trovare un senso, una via per riconnetterci con ciò che è umano e autentico. Un invito a non trattenere le emozioni, a lasciarle fluire e raccontare le storie che portano con sé. È come se il cuore fosse il custode di una memoria profonda, capace di dare voce a ciò che spesso rimane in silenzio.

Un’immagine intensa e malinconica, quasi come una finestra aperta su fragilità e incomprensioni che ci rendono umani. Una canzone diventa metafora potente del caos che attraversa le nostre vite, scompigliando le nostre certezze e lasciandoci a riflettere su ciò che siamo, su ciò che abbiamo condiviso e su ciò che non potremo mai comprendere pienamente l’uno dell’altro. La struggente consapevolezza delle differenze tra due persone, dei limiti nel cogliere la profondità del dolore o la santità dell’amore di qualcun altro, è splendidamente umana. E quel riconoscere il miracolo di riuscire ancora a camminare, a vivere, a nutrirsi, nonostante le nostre imperfezioni e il disordine che ci circonda, ci riporta alla forza interiore che spesso ignoriamo.

25 APRILE
Forse non farò
cose importanti,
ma la storia
è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima
di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò
prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri
che sto facendo adesso
influiscono
sulla mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano.
Italo Calvino

Testi di Gloria Berloso

aprile 19, 2025

Le mie parole sono una bellissima dichiarazione d’amore alla Musica!

È straordinario come ogni nota e ogni testo possano diventare un ponte tra passato e presente, tra chi racconta e chi ascolta. La musica non è competizione, ma espressione pura di emozioni e vissuti, un linguaggio universale che parla direttamente al cuore.

Il mio modo di vedere rispecchia una grande sensibilità: la musica è un viaggio senza confini, un riflesso di verità e autenticità. E soprattutto, è un dono che crea connessioni profonde.

La musica è un’arte senza tempo, una forza invisibile capace di attraversare epoche, culture e sentimenti con la stessa intensità di un’emozione vissuta nel presente. Non si tratta di competizione, non esiste un “migliore”, perché ogni melodia, ogni testo, ogni accordo è una manifestazione unica e irripetibile dell’anima di chi crea e di chi ascolta.

La sua bellezza risiede proprio in questa varietà infinita: la musica nasce dalle esperienze di vita, dalle gioie e dalle sofferenze, dai sogni e dalle realtà, dalle storie personali e collettive che, una volta messe in musica, diventano universali. È un atto creativo che non si esaurisce mai, perché ogni composizione racchiude in sé il desiderio di comunicare e condividere un sentimento autentico con gli altri.

Il linguaggio musicale va oltre le parole: è amore, perché lega le persone in un’armonia comune; è dolore, perché sa raccontare la malinconia e le ferite con una sincerità struggente; è salvataggio, perché riesce a dare sollievo quando le parole non bastano, offrendo rifugio e comprensione a chi ne ha bisogno.

Quando la musica viene creata, non è mai solo per chi la scrive: è un dono per chi ascolta, è il filo che unisce mondi lontani, è il cuore pulsante di un’umanità che, pur nella sua diversità, trova un terreno comune tra le note. Ogni opera è un tassello di questa infinita sinfonia collettiva, un frammento di verità che merita di essere scoperto e valorizzato.

Così, la musica resta e continua a trasformarsi, accompagnando generazioni nel loro viaggio, permettendo loro di riconoscersi, di emozionarsi, di sentirsi parte di un qualcosa di più grande. Non esistono confini per la musica, perché è nata per essere libera, proprio come i sentimenti che esprime.

Gloria Berloso

Radio Città Sottile Note senza confini ogni sabato alle ore 21 con Gloria Berloso in diretta

Radio Città Sottile Special Folk Song ogni mercoledì alle ore 21 con Gloria Berloso in diretta

febbraio 28, 2025

MacDay 2025 all’Auditorium di San Daniele del Friuli

Il MacDay è un evento speciale per ricordare Claudio Macoritto. Tutta la Musica friulana si raccoglie per rendere omaggio al grande amico, all’Auditorium alla Fratta a San Daniele del Friuli, sabato 1° marzo 2025. Una festa per ricordare con immenso affetto e gratitudine per quanto Claudio Macoritto (scomparso prematuramente undici anni fa), dietro al mixer e sui palchi con grande umanità ha saputo donare a chi ha suonato ed a chi ha ascoltato, a tutti coloro che hanno partecipato ai concerti soprattutto nei festival in Friuli-Venezia Giulia. Negli anni Settanta, a San Daniele del Friuli, aveva contribuito a dar vita alla radio privata R2FC, assieme ad altri amici, tra i quali Andrea Del Favero, con il quale aveva poi condiviso la nascita del Festival Internazionale Folkest e il progetto musicale de La Sedon Salvadie.

MacDay 2025

Grazie all’impegno costante di tanti amici, colleghi e musicisti all’Auditorium di San Daniele del Friuli per ricordare Claudio ci saranno cantanti, musicisti, giornalisti oltre gli amici. Ci sarà quindi un crogiuolo di cultura friulana raccontata da:

Ararad, Miki Martina, Argonauti, Moth’s Tales, FricoQueen B.B., Johnny Dario & Son, EPQ tra i tanti artisti che celebreranno la Musica ma ci saranno altre sorprese gradite di cui ho ricevuto alcune indiscrezioni.

L’ingresso è libero.

Gloria Berloso

gennaio 27, 2025

Per quattro mesi rivive il FOLKSTUDIO nel cuore di Roma

Dal 7 febbraio la rassegna “Stanze Polverose” dedicata al leggendario locale romano: 20 date all’Antica Stamperia Rubattino tra canzone d’autore, jazz, folk e incontri

L’ingresso è gratuito

Un progetto di “Sopra c’è gente” promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e in accordo con l’Archivio Folkstudio della Discoteca di Stato

Una rassegna di musica d’autore dedicata al Folkstudio, il leggendario locale romano fondato da Harold Bradley e portato avanti da Giancarlo Cesaroni. Si intitola “Stanze polverose” e vede l’organizzazione artistico musicale di “Sopra c’è gente”, promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e in accordo con l’Archivio Folkstudio della Discoteca di Stato. Si svolgerà nel cuore di Roma, nel quartiere Testaccio, all’Antica Stamperia Rubattino, dove è conservata anche la campana che al Folkstudio dal 1961 dava il via ai concerti. I rintocchi aprirono il live di Bob Dylan fino a quello di Simone Cristicchi, passando per Francesco De GregoriToquinhoRosa Balistreri, Antonello VendittiPaolo HendelFrancesco GucciniPiero CiampiGiovanna Marini e tantissimi altri. E dal 7 di febbraio daranno il via a 20 appuntamenti ad ingresso gratuito, che si protrarranno fino a giugno, tra canzone d’autore, jazz e folk, tra talk e incontri, proprio come per quarant’anni è accaduto al Folkstudio, prima nella sede di via Garibaldi, poi in quella di via Sacchi, fino all’ultima di via degli Annibaldi/via Frangipane. Un programma ricco, insomma, che prevede tanta musica, due appuntamenti speciali con gli artisti storici del locale romano capitanati da Grazia Di MicheleErnesto Bassignano e Edoardo De Angelis e uno finale dal titolo “Chiedi cos’era il Folkstudio – Serata di ospiti, racconti, canzoni, fiori falsi e sogni veri” a cura di Enrico Deregibus. In quell’occasione saranno assegnati i riconoscimenti “Stanze polverose 2025”: emergenti (premio Folkstudio Giovani) e artisti affermati (premio Folkstudio Stanze Polverose).

Lo scopo è quello di valorizzare e divulgare, oggi come allora, la musica di qualità e incentivare la collaborazione e la condivisione artistica in un’epoca in cui tutto sembra partire e concludersi in un clima di solitudine e individualismo. Continuare, insomma, quella che fu la missione del locale romano che, come scrive nella brochure di presentazione Luciano Ceri, giornalista musicale e scrittore, “da una parte confidava nella qualità delle proposte artistiche e dall’altra nella convinzione di poter dare uno spazio di visibilità ad artisti esordienti o comunque spesso esclusi dai circuiti di spettacolo tradizionali, che lì invece trovavano una platea, per quanto contenuta, ma sempre attenta, ben disposta e soprattutto curiosa di ascoltare qualcosa di nuovo ed interessante. Tutto questo portò la fama del Folkstudio ben oltre i confini nazionali, ed era consueto, per quanto sorprendente, che si parlasse del Folkstudio non solo in Italia, ma anche in Europa e nel continente americano”. E proprio con la musica americana il Folkstudio aveva un legame forte, come si evince dal ricordo del giornalista, chitarrista ed etnomusicologo Andrea Carpi nell’opuscolo che verrà distribuito ogni sera all’Antica stamperia Rubattino: “(…) nella mia prima visita al Folkstudio: c’era una formazione del gruppo afroamericano dei Folkstudio Singers con Harold Bradley, il fondatore del locale, insieme ad Archie Savage, Clebert Ford e i due fratelli Hawkins, in un trascinante repertorio di gospel, spiritual e blues; nella seconda parte subentrò la folksinger Janet Smith, che era una brava chitarrista e teneva al Folkstudio dei laboratori gratuiti di chitarra, che cominciai a seguire e dove incontrai Luigi “Grechi” De Gregori e “Chicca” Gobbi, la futura moglie di Francesco De Gregori. Janet fu bravissima a insegnarci gli stili del revival statunitense, dal fingerpicking al blues e al ragtime chitarristico, fino a introdurre dei pionieristici arrangiamenti di canzoni dei Beatles”.

Un modo autentico di fare musica e canzoni, distante da playlist e autotune, che tornerà per quattro mesi nelle “Stanze polverose” di via Rubattino.

Il progetto “Stanze Polverose” è vincitore dell’avviso pubblico per la concessione di contributi destinati a sale teatrali private con capienza inferiore a 100 posti aventi sede a Roma, per progetti di ricerca e sperimentazione nell’ambito dello spettacolo dal vivo e della formazione. Stagione 2024/2025. Promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale.

INFO E CONTATTI: per prenotare wtsp 3276310658 – sopracegente@gmail.com

MOBILITA’ SOSTENIBILEBus 23/30/83/170/716/781 – Tram 3 – Metro B fermata Piramide

Pista ciclabile Lungotevere Testaccio fino a via Rubattino

APPUNTAMENTI DI FEBBRAIO

VENERDI’ 7 TAVERNA UMBERTO I

Giuseppe e Gianfilippo Santangelo, due fratelli che condividono la stessa passione per la musica fin da piccoli, nascono in Sicilia terra che darà loro molta ispirazione. Il nome “Taverna Umberto I” è infatti un omaggio ad uno storico locale di Piazza Armerina, ma soprattutto ad un modo di vivere la vita fatto di cose semplici, di gesti importanti, di sentimenti sinceri.

Due album all’attivo. Nel 2021 ricevono il premio “Canzone a Tema” al Premio Via Emilia – La Strada dei Cantautori, salendo sul podio con il brano “Passo la Via Emilia”.

Collaborano con il Coro Lirico Siciliano e l’orchestra Filarmonica della Calabria con il progetto Teatri di Pietra con un tributo a Franco Battiato e Lucio Dalla, mischiando pop e musica lirica.

Nel 2022 sono finalisti al Premio Pierangelo Bertoli, condividendo il palco con Roberto Vecchioni, Francesco Gabbani, Irene Grandi e la Bandabardò.

SABATO 8 DOMENICO IMPERATO

Domenico Imperato è un cantautore e produttore musicale. Premio Gianmaria Testa 2023. Premio Fabrizio De Andrè 2014.

Tre dischi all’attivo: Postura Libera (2014), Bellavista (2018) e Sentimentale (2023).

Grazie alla ricchezza del suo percorso artistico e umano è tra i cantautori italiani, della sua generazione, più originali e attivi.

Ha condiviso il palco con importanti artisti italiani e internazionali: Calexico, Diodato, Mannarino, Brunori Sas, Mario Venuti, Peppe Servillo, Sara Jane Morris, Peppe Voltarelli.

La sua musica è un mix di influenze musicali diverse dove la canzone d’autore italiana incontra la world music fino alle declinazioni più interessanti del pop e rock internazionali.

Ha vissuto per alcuni anni in Portogallo e a San Paolo del Brasile dove ha prodotto eregistrato il suo primo album.

I suoi dischi hanno ottenuto un ottimo riscontro da parte della critica specializzata e del pubblico. Si esibisce da anni in un’intensa attività live in Italia e all’estero.

VENERDI’ 14 PAOLO SAPORITI

L’intima voce e la chitarra l’acustica di Paolo Saporiti incontrano il violoncello raffinato di Francesca Ruffilli in un progetto dal vivo – rappresentato in più di 30 date – in cui l’ascoltatore-spettatore viene proiettato dentro il nuovo lavoro discografico del cantautore milanese dal titolo ‘La mia falsa identità’. Un dettagliata ed emozionale rilettura delle canzoni in una versione primordiale e minimal che riesce a coglierne tutta l’essenza. Una magica alchimia sul palco, con interventi solistici, tutti da godere.

Paolo Saporiti, chitarrista, cantante e compositore, ci propone una canzone d’autore, in cui domina l’attenzione per i dettagli e la profondità dei testi. La sua voce calda, graffiante ed evocativa, che si interseca perfettamente con i melodici arpeggi costruiti dalla chitarra baritona acustica, lo porta a ben sei album da solista.

VENERDI’ 21 STEFANO DELL’ARMELLINA

In occasione dell’uscita del nuovo album di inediti di Stefano Dall’Armellina “La Magnolia

Stellata” (Vrec/Audioglobe), l’artista trevigiano ha intrapreso un tour nelle principali province italiane: con lui una band d’eccezione formata da Simone Chivilò – chitarra, Assuera De Vido – violino e cori, Gianni Fantuz – batteria. Ospite speciale della serata il cantautore Gianluca Chiaradia che duetterà nel brano “Ancora spazio” presente nel disco.

Stefano Dall’Armellina, classe 1971, è un pluripremiato artista Italiano. Con il singolo “Fiato corto” vince Musicultura nel 1999: il singolo entrerà poi nel suo esordio pubblicato dalla EMI.

Incide nel 2004 il suo secondo album, “Giorni Buoni”. Gira l’Italia nel tour “RadioItalia solo musica Italiana”. Negli anni successivi inizia la produzione del suo terzo album originale, “…e i pesci vengono a galla”, forse il suo lavoro discografico più completo, ricco di importantissime collaborazioni (tra le altre, Neri Marcorè e Marco Morandi, Stefano Melone, Cristiano Micalizzi, Marco Siniscalco). Partecipa al tour “Grazie a tutti” di Gianni Morandi, in qualità di ospite, cantando alla chitarra un proprio brano e “scende la pioggia”. Il suo nome è inserito tra i grandi della canzone Italiana nel “Dizionario dei Cantautori Italiani” edito da Garzanti.

VENERDI’ 28 GABRIELE COEN TRIO

Con questo trio Gabriele Coen esprime l’eclettismo espressivo che è il segno distintivo del suo percorso artistico e di ricerca, e presenta brani tradizionali e composizioni originali, un’appassionante, inconsueta lirica che attinge al jazz, al rock, alla world music. Coen rende omaggio al suo strumento d’elezione, il sax soprano, come testimoniato dai suoi lavori discografici, alcuni dei quali usciti sia per la prestigiosa etichetta Tzadik (John Zorn) che per Parco della Musica Records.

IL PROGRAMMA COMPLETO

gennaio 23, 2025

Beth Hart in Italia a giugno, unica data al Pistoia Blues Festival

Venerdì 27 giugno 2025 si terrà un’eccezionale anteprima del Pistoia Blues Festival con l’unica data estiva di Beth Hartla maggiore interprete femminile del blues contemporaneo. La cantautrice nominata ai Grammy si esibirà per per la prima volta in Piazza Duomo nel tour di promozione del suo ultimo lavoro “You Still Got Me” (Provogue / Mascot Label Group), undicesimo album in studio della Hart, pubblicato lo scorso ottobre, e che la conferma come una delle stelle in continua ascesa. 

Biglietti in anteprima per gli utenti My Live Nation dalle ore 11.00 di giovedì 23 gennaio. La vendita generale dei biglietti sarà aperta a partire dalle ore 11.00 di venerdì 24 gennaio su Ticketone, Ticketmaster e Vivaticket.

All’artista americana non mancano certo i riconoscimenti: lanciata nell’olimpo del rock blues dalla collaborazione con Joe Bonamassa nei primi album, l’ultimo lavoro vede la partecipazione di mostri sacri come Eric Gales e Slash dei Guns ‘n Roses. I suoi album più recenti, “A Tribute To Led Zeppelin” (2022) e “War In My Mind” (2019), sono diventati i suoi dischi più alti in classifica nel Regno Unito e negli Stati Uniti, oltre a entrare nella Top 10 in Germania e Francia, Svezia, Belgio, Svizzera, Polonia, Austria e Paesi Bassi.

Dal vivo la Hart è è un fenomeno  incontenibile e riesce a esprimere tutta sé stessa: le sue tournée l’hanno portata in tutto il mondo, riempiendo le sale di luoghi iconici come il Ryman Auditorium di Nashville, lo Ziggo Dome di Amsterdam e la Royal Albert Hall di Londra. Vendendo spettacoli in tutto il mondo, i suoi recenti viaggi l’hanno portata negli Stati Uniti, in Europa e fino in India, Marocco, Australia e Canada. La Hart, pluripremiata e nominata ai Grammy, è riconosciuta come una delle voci più talentuose della sua generazione; ha giocato secondo le sue regole. Ha collaborato con leggende e icone, ha attraversato il mondo, ha raggiunto la vetta della classifica Billboard Blues per sei volte, è diventata doppio disco di platino e ha avuto una serie di album nella Top 10 delle classifiche europee, nella Top 30 delle classifiche ufficiali Billboard USA e ha superato i 600 milioni di streaming. Beth Hart è una potenza in ogni senso della parola.

(Anteprima) 

PISTOIA BLUES FESTIVAL

 BETH HART

Piazza Duomo, Pistoia

 27 giugno 2025

Beth Hart

gennaio 21, 2025

Unsigned Only Music Awards – Miglior Artista nel Mondo 2024 ai PerKelt (Inghilterra)

In un’epoca di paesaggi musicali in evoluzione e di una comunità musicale in continua crescita, Unsigned Only ha sempre cercato di essere all’avanguardia nell’innovazione. I nuovi Unsigned Only Music Awards riflettono il suo impegno continuo nel riconoscere e onorare il talento eccezionale degli artisti indipendenti, incoraggiando al contempo la creatività, l’innovazione e la ricerca dell’eccellenza musicale. L’attenzione continuerà a essere rivolta esclusivamente agli artisti non sotto contratto, fornendo condizioni di parità per tutti gli artisti che non hanno ottenuto un contratto discografico con una major.

Come sempre, i vincitori sono selezionati da una giuria composta da musicisti affermati, produttori, dirigenti di etichette discografiche, giornalisti e altri professionisti con vasta esperienza e conoscenza nei rispettivi campi. Ogni categoria ha un vincitore, come Miglior Artista Rock, Miglior Artista Country, Miglior Artista Latino, ecc. Inoltre, un artista è selezionato Artista dell’Anno e riceve un premio in denaro di 20.000 $ (USA). Tutti i vincitori ricevono una straordinaria scultura/premio astratta personalizzata progettata da Society Awards, nota per la progettazione e la produzione di premi di intrattenimento di alto profilo, come gli Emmy Awards, i Golden Globe Awards e altro ancora. Ricevere un premio prestigioso come questo è una pietra miliare per un artista, che riflette la sua dedizione, creatività e duro lavoro e lo motiverà e lo rafforzerà a continuare a evolversi e a impegnarsi per l’eccellenza.

Per celebrare l’arte e la passione degli artisti emergenti che definiscono il futuro della musica voglio presentarvi il vincitore nella categoria Miglior Artista Mondiale con “Beltane” una canzone pazzesca. Beltane, o Beltaine, è un’antica festa pagana gaelica che si celebra nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio. Si tratta di una festa in cui si scatena la potenza dell’energia sessuale, simboleggiata dal sole e dal fuoco. Ogni rituale di Beltane, infatti, allude alla rinascita della natura e alla purificazione. La parola Beltane contiene il termine celtico Bel che vuol dire radioso. Il suffisso è presente nel nome delle due divinità principali a cui la festa è dedicata, gli sposi Belisama e Belenus.

Formatosi nel 2008, il gruppo PerKelt è un gruppo folk contemporaneo unico ed energico con sede a Londra, Regno Unito.

Ispirati dal patrimonio musicale medievale e celtico di tutta Europa, i PerKelt fondono molti generi diversi nel caratteristico sound che chiamano “speed folk”; i loro ritmi veloci, complicati ma potenti e le melodie celtiche sono diventati il ​​loro marchio di fabbrica nel corso degli anni, ricordando i pionieri del folk progressivo Jethro Tull.

I PerKelt fondono insieme la voce grezza, la narrazione e l’approccio ritmico visionario del loro frontman Stepan Honc; il caratteristico violino scozzese e l’improvvisazione virtuosistica di Duncan Menzies (Copper Viper); la velocità, la precisione e l’energia senza pari del loro fischiatore e suonatore di flauto dolce, Paya Lehane; strati di canti psichedelici e profondo didgeridoo tribale del guaritore sonoro messicano, Rubén Yon’Ton; e l’impatto senza compromessi del loro batterista Kaya La-Bonté Hurst. I canti sciamanici di Rubén e lo stile di esecuzione tagliente e d’impatto di Kaya sulla batteria sono le ultime aggiunte al loro sound; arricchendo il loro amore per la strumentazione folk tradizionale e le melodie celtiche con nuove potenti dimensioni di folk rock psichedelico.

Un po’ sfuggentemente oltre i soliti limiti fisici, PerKelt raggiunge le profondità della nostra anima e ci fa ballare, ridere e amare…

Si sono incontrati nel mistico mondo sotterraneo di Londra e, in tournée per il mondo, invitano il pubblico a godere del loro spirito libero, della gioia di vivere e dell’amore per la musica. Traendo ispirazione dal paganesimo di ogni genere, le loro canzoni spesso raccontano storie dal regno della magia, della natura e dei meravigliosi cuori umani. Spesso elogiati per l’autenticità energica della loro performance e la profondità spirituale del viaggio che intraprendono con il pubblico, i PerKelt una volta hanno promesso di non smettere mai di suonare insieme. Una promessa fatta a una bambina che si è presentata da loro con le lacrime agli occhi e un grande sorriso sul viso…

Mantenendo la promessa, i PerKelt hanno pubblicato cinque album acclamati dalla critica, hanno ricevuto vari premi dall’industria musicale, si sono esibiti in centinaia di spettacoli in tutta Europa e, grazie alla magia di Internet, hanno raccolto innumerevoli fan devoti in tutta la grande mummia Terra.

Perché si chiamamo “PerKelt”?

“Perkelt” è una parola con significati in parecchie lingue diverse, ognuna delle quali si adatta alla band. La principale combina il latino, per , e una grafia più oscura dell’inglese britannico, kelt , che può essere tradotta approssimativamente come “per/secondo una persona celtica”

In lituano, perkelt è una versione di un verbo che significa “spostare” o “trasferire”.

In finlandese è molto simile al sostantivo “perkele”, che significa “diavolo” (originariamente una divinità pagana della musica e dell’amore).

E infine in Ungheria e Slovacchia è effettivamente un piatto culinario, che almeno in Slovacchia (dove Stepan ha studiato) ha molte versioni diverse a seconda degli ingredienti utilizzati.

Paia Lehane Repubblica Ceca Flauto dolce / Voce / Arpa

Membro fondatore e compositore principale della band PerKelt, nata nella Repubblica Ceca, Paya era considerata una bambina prodigio del flauto dolce quando aveva solo 4 anni. Ha vinto molti concorsi di flauto dolce, seguendo i metodi del suo insegnante, Jan Milde, e si è laureata all’Accademia di musica di Brno e al Conservatorio di Pardubice, Repubblica Ceca, in strumenti a fiato e storia della musica. In precedenza, Paya ha suonato con molti ensemble di musica antica e ha frequentato regolarmente l’International Summer School of Early Music di Valtice. È anche un pozzo di creatività dai molteplici talenti e un punto centrale splendente e bellissimo della presenza scenica…

Štěpán Hon

Repubblica Ceca

Chitarre, voce

Membro fondatore della band PerKelt, nato nella Repubblica Ceca, Stepan si è laureato all’Accademia di musica e arti dello spettacolo di Bratislava, Slovacchia e si è laureato con lode al Conservatorio di Pardubice, Repubblica Ceca, in chitarra classica e storia della musica. Nel 2002, Stepan ha vinto il concorso di chitarra classica Guitarreando. Dal 2008 Stepan ha dedicato tutto il suo tempo e i suoi sforzi al mondo PerKelt come compositore, chitarrista, cantante, produttore e sognatore principale.

Duncan Menzies Scozia

Violino, voce

Si potrebbe dire che Duncan è tecnicamente solo una versione più economica e divertente di un jukebox per feste di compleanno casuali. Un altro potrebbe dire che è una bestia selvaggia proveniente dalla campagna del freddo Nord, dove gli indigeni suonano ancora le cornamuse e mangiano bambini congelati. Un altro ancora ammetterebbe di aver conseguito un dottorato di ricerca e di essere appena stato intervistato dalla BBC sul suo progetto di cornamuse elettroniche, quindi non può essere una cattiva persona… Avrebbero tutti assolutamente ragione! Ma TU impari a conoscerlo come il violinista che ride, l’unico musicista là fuori che eguaglia la follia, la velocità e l’altezza di PerKelt allo stesso tempo, e quindi gli è permesso suonare in piedi!

Ruben Yon’Ton Messico

Didgeridoo / Percussioni

Nato a Città del Messico dalla tribù nativa dei Nahua, il guaritore sonoro e artista rituale Ruben Yon’Ton ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo prima di incontrare PerKelt a Londra. Proprio come tutti coloro che lo incontrano, la band si è innamorata della sua spontaneità, giocosità, talento e follia apparentemente illimitata. E proprio come molte cose che capitano nella sua vita, ha detto “sì” all’offerta di unirsi al nostro palco senza troppa esitazione. Ora, portando il potere curativo del didgeridoo, vari tamburi e oscuri strumenti a fiato nativi, abbracciando il caos dell’improvvisazione con i suoi canti magici, uniamo le forze per offrire al nostro pubblico un’esperienza di guarigione davvero unica e potente.

Kaya Le Bonte-Hurst

Batteria

Regno Unito

Nata a Londra, Kaya ha iniziato a suonare la batteria come una pazza quando aveva 9 anni, ha continuato a suonare come una pazza con vari gruppi rock durante l’adolescenza e ora suona la batteria come una pazza con i PerKelt. Data la sua energia grezza, la sensibilità per la musica e la creatività, è stata una scelta naturale e perfetta per la band.

Inoltre è davvero fantastica

AUTORE

Gloria Berloso

21 gennaio 2025

gennaio 15, 2025

Ciao Mauro, la tua eredità vive nel lavoro che hai lasciato e nelle vite che hai toccato con le tue parole.

Esistono tante storie vere che possono coesistere perché siamo tutti esseri umani, uguali ma allo stesso tempo diversi per scelte e condizione di vita. Mauro Quai è morto in solitudine nella sua casa di Susans per scelta, non stava bene negli ultimi mesi. Nonostante tutta la sua sofferenza riusciva a trovare un pensiero per alcuni amici, a scrivere un messaggio. L’ultimo che ho ricevuto me l’ha inviato il 6 gennaio. Ci eravamo sentiti al telefono qualche giorno prima, desideravo poterlo aiutare ma non ha voluto forse per la sua inconfondibile personalità arrabbiata e complessa, sensibile e romantica.

Sono tante le cose che aveva da raccontare, infilava ricordi e aneddoti, sulla sua vita, il rapporto con Nemo ed il vino, quest’ultimo spesso conflittuale. E soprattutto sapeva ascoltare, capire la musica, sottoscriveva articoli di una bellezza infinita per vari giornali. Era uno dei rari giornalisti che non aveva internet, social e smartphone, ciononostante i suoi articoli erano precisi, colmi di elementi tecnici, descrizioni estese della percezione del suono che ascoltava dal disco.

Mauro Quai è stato un nome noto nel panorama musicale italiano, un giornalista che ha dedicato molto del suo tempo a raccontare storie, emozioni e passioni attraverso la musica. Nato nel 1953 in Friuli viveva a Susans da sempre, si è distinto non solo per il suo talento nel giornalismo, ma anche per la sua innata capacità di percepire l’anima di ogni artista con cui ha interagito.
Sin da giovane, Mauro ha mostrato una passione travolgente per la musica. Questa passione si è trasformata in un amore profondo quando ha scritto il suo primo articolo per un giornale locale. Da quel momento, la sua carriera è decollata, Mauro ha iniziato a lavorare per diverse riviste musicali. Il suo approccio alla scrittura era unico: non si limitava a recensire album o concerti, ma cercava sempre di raccontare la storia dietro la musica. Le sue interviste erano famose per la loro profondità; riusciva a far emergere i lati più intimi e vulnerabili degli artisti, creando un legame indissolubile tra il lettore e il mondo della musica. La sua penna vibrante riusciva a trasmettere emozioni, rendendo ogni articolo un’esperienza quasi sensoriale.
Mauro non era solo un critico; era un vero amante dei concerti. Ogni volta che un artista calpestava un palco, per lui era come una celebrazione. Partecipava a festival, concerti e eventi musicali, scrivendo recensioni che catturavano l’energia e l’emozione del momento. La sua capacità di immergersi completamente nell’atmosfera di un concerto lo rendeva un osservatore prezioso, capace di descrivere le sfumature di un’esibizione con incredibile dettaglio.
Purtroppo, la vita di Mauro è stata segnata da una battaglia silenziosa contro la depressione che lo hanno portato a sentirsi distante da tutti, persino dai suoi cari. La sua morte lascia un vuoto incolmabile nel cuore di chi lo conosceva e gli voleva bene. È tragico pensare a quanto Mauro abbia dato al mondo mentre, allo stesso tempo, combatteva una battaglia invisibile.

La sua scomparsa mette in evidenza l’importanza di parlare di depressione, in particolare nel mondo dei musicisti, dove l’apparente successo può mascherare sofferenze profonde. Oggi, amici e colleghi lo ricordano non solo per la sua incredibile carriera, ma anche per la sua umanità. La sua eredità vive nel lavoro che ha lasciato e nelle vite che ha toccato con le sue parole.

In memoria di Mauro, è fondamentale continuare a promuovere la discussione nel settore musicale. La sua voce, purtroppo silenziata, continuerà a ispirare generazioni di giornalisti e musicisti a esplorare e onorare la bellezza e la complessità della musica, ma anche a non dimenticare l’importanza di prendersi cura della propria anima. La musica, come diceva Mauro, è un riflesso della vita stessa; così, mentre continuiamo ad ascoltare, ricordiamoci anche di chi ci ha regalato il dono di farlo.

Sto pensando a Nemo che ti è stato sempre accanto, vorrei stringerlo a me per rassicurarlo che il suo padrone ora sta in un posto con tanti amici sinceri. Voglio esprimere la mia vicinanza alle persone che si sono prese cure di te e che ti hanno voluto bene. Non potrò più sentire la tua voce, parlare di musica. Non hai voluto che ti venissi a trovare, ti ho capito. Hai faticato a resistere in questa vita ma io non dimenticherò mai la tua amicizia, la tua sensibilità e i tuoi umori quando ti sentivi solo e abbandonato. Mi hai preso in contropiede stamattina perché hai rotto la velocità del suono della solitudine ma ora sei in viaggio in libertà.

Mauro Quai con Nemo – Foto di Domenico Bertone

Grazie di essermi stato amico in tutti questi anni. Ci ritroveremo in un’altra dimensione un giorno. Sono sicura che Ricky ti ha già sfiorato, il tempo non vola si ferma e scappa.

Un soffio Amico mio.

Gloria

14 gennaio 2025