Signore e signori, non dobbiamo limitarci a ricordare una notizia di cronaca nera. Dobbiamo ascoltare una storia che appartiene a questa terra, ai suoi silenzi, alle sue ferite, ai suoi ritorni. Peteano non è solo un nome. È un luogo che, nella notte del 31 maggio 1972, ha visto spegnersi improvvisamente la luce per tre giovani Carabinieri strappati al mondo da un’esplosione che non ha colpito solo loro. Ha colpito tutti noi. Ma la parte più dolorosa di questa storia non è solo l’attentato. È ciò che è venuto dopo. È la lunga, pesante, ostinata menzogna che ha avvolto questa vicenda come una nebbia che non si dirada. Per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani innocenti, che, come noi, ascoltavano i Genesis, i Pink Floyd, Guccini e De Gregori. Per quasi vent’anni intere famiglie hanno vissuto all’ombra del sospetto. Per quasi vent’anni, Gorizia e la Venezia Giulia. terre già segnate da confini, esili e identità ferite hanno respirato aria avvelenata. Immaginate quei giovani. Immaginate le loro madri. Immaginate comunità che si guardano con diffidenza, come se ogni volto potesse nascondere una colpa che non esiste. Questa è la forma più silenziosa di violenza, ma anche la più devastante: la violenza delle menzogne istituzionali.
Eppure, c’è un’altra luce in questa storia. Una luce che si è rifiutata di spegnersi. È la luce di coloro che credevano che la verità non fosse un lusso, ma un dovere. La luce degli avvocati della difesa che non hanno mai smesso di lottare. La luce di magistrati come Felice Casson, che hanno avuto il coraggio di scavare più a fondo, di mettere in discussione e di rifiutarsi di accontentarsi di spiegazioni comode. Grazie a loro, la verità è riemersa. Non come un colpo di scena, ma come un respiro trattenuto troppo a lungo. La verità ha restituito dignità agli innocenti e responsabilità ai colpevoli. E ha ridato alla comunità la possibilità di riconoscersi, di guardarsi di nuovo negli occhi senza paura.
Peteano ci insegna che una democrazia non è fatta solo di leggi e istituzioni. È fatta di verità, coraggio e memoria. Una democrazia matura non teme i suoi segreti più indicibili: li affronta, li porta alla luce e li trasforma in consapevolezza.
Quando pronunciamo questo nome – Peteano – non stiamo semplicemente ricordando; stiamo scegliendo di stare dalla parte della verità, anche quando fa male. Scegliamo di credere che la giustizia non sia un atto tecnico, ma un gesto umano. Scegliamo di credere che la memoria, quando è onesta, possa ricomporre ciò che le menzogne hanno lacerato. Perché la verità non divide. La verità guarisce. E noi siamo ancora qui per guarire.
Citando una frase del magistrato «Una democrazia matura è in grado di sopravvivere ai propri segreti più indicibili». È vero. Ma aggiungerei che può sopravvivere solo se quei segreti vengono portati alla luce. Il silenzio non protegge ma corrode, e la verità non destabilizza ma ricostruisce.

Una democrazia non può sopravvivere se accetta di sacrificare gli innocenti per proteggere le proprie istituzioni. Questo è il cuore del caso Peteano, dove per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani che non avevano alcun legame con l’attentato, causando un danno sociale e umano incalcolabile.
3 giugno 2026
Gloria Berloso


