Archive for giugno, 2026

giugno 14, 2026

Il “rumore della guerra”, era l’estate del 1991

Se vi siete trovati seduti ad un caffè con gli amici in una località della Croazia o della Dalmazia, diciamo ad Abbazia, all’inizio degli anni Novanta, meditando sul futuro e suggerendo che nel giro di un decennio ci sarebbe stata una guerra che avrebbe scosso tutta la Jugoslavia, ebbene non vi siete sbagliati nell’immaginario globale. All’inizio del 1991 si temeva il peggio per i confini con la Slovenia quando tutte le strade erano bloccate da carrarmati e blocchi in acciaio. Si è sparato e bombardato per alcuni giorni in Slovenia, lo sappiamo perché sentivamo il “rumore della guerra” che si avvicinava. Era dunque una questione aperta da risolvere dopo la morte di Tito e una dura presa sulla realtà che da lì a poco sarebbe scoppiata in una delle guerre più cruente della storia contemporanea. Tutto è iniziato al nord con la guerra in Slovenia contro la Jugoslavia per ottenere la propria indipendenza. Era l’estate del 1991.

La Croazia non fu direttamente coinvolta nel conflitto anche se dichiarò la propria indipendenza lo stesso giorno della Slovenia ma i carrarmati jugoslavi in quei mesi di giugno e luglio del 1991 transitavano comunque in Croazia per raggiungere i confini. Per chi come me si trovava in Croazia furono momenti tesi e drammatici per le tante preoccupazioni che gli amici croati vivevano ed i blocchi sulle strade da parte dei serbi delle auto dei turisti con episodi purtroppo non piacevoli. Un amico carissimo di Abbazia che spesso era stato ospite da noi in Italia ci suggerì di spostarci nelle isole e così con tutta la famiglia con il ferryboat raggiungemmo Cherso e poi Lussino. Qui il clima era meno teso apparentemente, gli alberghi vuoti ed un silenzio di tomba. Ancora non si capiva cosa stesse effettivamente per accadere. Il timore di trovarci in un conflitto in Jugoslavia ci faceva tremare e così riuscimmo a ritrovare la strada di casa. Fu un incubo.

Successivamente durante le trattative, in un momento apparente di tregua, decisi di tornare a Lussino in quell’albergo sul mare ma fu una tragedia: tutta la struttura era stata adibita ad ospedale, molti giovani amputati e un odore acre di disinfettante. E così lasciammo l’albergo senza chiedere il rimborso. Lussino era deserta, nessun turista praticamente. Agenzie e ristoranti chiusi. Tanti ragazzi tornati dal fronte di battaglia feriti nel fisico e nell’anima. Trovai con fatica una famiglia che affittava un appartamento in una posizione meravigliosa. Lui lavorava in cantiere a Fiume. Lei ogni mattina ci portava i dolci. Erano devastati e la paura era tanta per entrambi: essere richiamato in guerra a combattere un nemico che fino a quel momento non c’era stato. Abbiamo diviso momenti di apprensione insieme. Ci fidavamo gli uni degli altri. Sapevo da sempre quanto la gente di mare fosse meravigliosa. Ma in centro a Lussino, zona porto si percepiva l’odio che stava sempre più trasparendo tra gli uomini che in quel momento erano presenti sull’isola. Ho pensato di essere vicino alla morte quando uno di loro mi aveva preso di mira mentre litigava ferocemente con un altro, scaraventando un cane in mare. Fu terrore puro. E devo ammettere che la voglia di fare una vacanza in Croazia cominciava a svanire, era impensabile dover assistere ad una guerra assurda.

Negli anni che seguirono, fino alla fine della guerra in Bosnia, ho assistito a numerosi episodi che mi hanno toccato non poco. Alcuni rifugiati, famiglie di brava gente provenire anche da Sarajevo che avevo anche aiutato, ci avevano raccontato di fatti tragici che avevano documentato. Di donne stuprate o gravide alle quali tagliavano il ventre per estrarre il feto. Non è stato mai semplice capire e saper spiegare questa guerra. Ancora oggi faccio fatica a credere come abbiano potuto massacrare donne, bambini ed anziani in un momento della storia degli anni Novanta abbastanza positivo per tutti popoli europei, non solo per la Germania dopo il crollo del muro a Berlino nel 1989.

Quando nei primi anni Novanta ho iniziato a ristrutturare la nostra casa, l’impresa italiana ci mandò tutti operai iugoslavi, uno serbo, uno bosniaco ed uno forse croato che abitava a Gorizia da molti anni. I primi giorni trascorsero normali, poi uno di loro forse il capo cantiere lo trovarono nell’auto a Nova Gorica bruciata. Non lo vidi più. Io a casa da sola mi chiudevo dentro a chiave, sentivo i loro discorsi durante la pausa pranzo ed erano terrorizzanti. In un italiano stentato affinché capissi anch’io scherzavano su quanti andare a colpire al loro paese. Era la prima volta che sentivo parlare di cecchini che sparavano ai civili.

Sono trascorsi trent’anni, anche più da quei tragici eventi. I miei familiari non ci sono più. Degli amici che avevo in Croazia non ho saputo più nulla. Della giovane coppia di Lussino che ci aveva ospitato, nemmeno. Circa un paio di anni fa mi sono imbattuta in un documentario sloveno su Sarajevo e Mostar ed è stato uno shock, purtroppo confermato nuovamente dopo aver ascoltato Ezio Gavazzeni a Gorizia il 13 giugno 2026 e letto il suo libro “I cecchini del weekend”, una inchiesta accurata sui safari umani a Sarajevo tra il 1992 e il 1995. Uomini tutti stranieri e molto ricchi, la maggior parte italiani, che pagavano centinaia di milioni di lire per sparare a bambini, donne e uomini molto anziani. A comprova di questo racconto c’è l’inchiesta alla Procura di Milano. Nel libro tutti i nomi di testimoni e dei protagonisti sono oscurati. I colpevoli rischiano l’ergastolo se ci sarà una sentenza.

Gloria Berloso

14 giugno 2026

giugno 7, 2026

Max Manfredi e Federico Sirianni concerto ai confini orientali

Recensione di Gloria Berloso

Non posso prendere in esame le varie canzoni eseguite, semplicemente perché Max e Federico hanno creato spontaneamente una situazione inscindibile, anche dal punto di vista tecnico, professionisti del suono e delle vibrazioni vocali. Hanno creato un’atmosfera suggestiva e preziosa con canzoni proprie, veri capolavori della canzone d’autore con le entrate o gli assoli delle chitarre amalgamati in sonorità calde e pastose. Ma ci sono stati momenti incredibili con una delle canzoni di Cohen, Il famoso impermeabile blu (Famous Blue Raincoat) e con la canzone Lilli Marlene di Hans Leip che Max ha cantato in tedesco. Una situazione che mi ha fatto tornare indietro nel tempo, a Parigi nel bistrot di Sartre oppure a Berlino. Ma eravamo in un caffè storico di Udine. Pazzesca pure l’originale interpretazione di una canzone di Nick Cave, un poeta d’altri tempi che non amava stare sui palchi esattamente come Fabrizio De André.
Ecco! Max e Federico li hanno rappresentati così come erano davvero.

Quindi grazie a Rocco Burtone che ha saputo riportare due grandi artisti contemporanei a riempire la piccola sala di “bellezza”. Un pezzo di Genova è arrivato in Friuli, con i suoi profumi di basilico e la ” Maccaja” che soffia sul mare ligure ma che è arrivato fin qui riportando il sole.

Max Manfredi e Federico Sirianni – Caffè Caucigh Udine 6 giugno 2026

Gloria Berloso

giugno 3, 2026

Peteano – Una lezione morale

Signore e signori, non dobbiamo limitarci a ricordare una notizia di cronaca nera. Dobbiamo ascoltare una storia che appartiene a questa terra, ai suoi silenzi, alle sue ferite, ai suoi ritorni. Peteano non è solo un nome. È un luogo che, nella notte del 31 maggio 1972, ha visto spegnersi improvvisamente la luce per tre giovani Carabinieri strappati al mondo da un’esplosione che non ha colpito solo loro. Ha colpito tutti noi. Ma la parte più dolorosa di questa storia non è solo l’attentato. È ciò che è venuto dopo. È la lunga, pesante, ostinata menzogna che ha avvolto questa vicenda come una nebbia che non si dirada. Per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani innocenti, che, come noi, ascoltavano i Genesis, i Pink Floyd, Guccini e De Gregori. Per quasi vent’anni intere famiglie hanno vissuto all’ombra del sospetto. Per quasi vent’anni, Gorizia e la Venezia Giulia. terre già segnate da confini, esili e identità ferite hanno respirato aria avvelenata. Immaginate quei giovani. Immaginate le loro madri. Immaginate comunità che si guardano con diffidenza, come se ogni volto potesse nascondere una colpa che non esiste. Questa è la forma più silenziosa di violenza, ma anche la più devastante: la violenza delle menzogne istituzionali.    

Eppure, c’è un’altra luce in questa storia. Una luce che si è rifiutata di spegnersi. È la luce di coloro che credevano che la verità non fosse un lusso, ma un dovere. La luce degli avvocati della difesa che non hanno mai smesso di lottare. La luce di magistrati come Felice Casson, che hanno avuto il coraggio di scavare più a fondo, di mettere in discussione e di rifiutarsi di accontentarsi di spiegazioni comode. Grazie a loro, la verità è riemersa. Non come un colpo di scena, ma come un respiro trattenuto troppo a lungo. La verità ha restituito dignità agli innocenti e responsabilità ai colpevoli. E ha ridato alla comunità la possibilità di riconoscersi, di guardarsi di nuovo negli occhi senza paura.

Peteano ci insegna che una democrazia non è fatta solo di leggi e istituzioni. È fatta di verità, coraggio e memoria. Una democrazia matura non teme i suoi segreti più indicibili: li affronta, li porta alla luce e li trasforma in consapevolezza.

Quando pronunciamo questo nome – Peteano – non stiamo semplicemente ricordando; stiamo scegliendo di stare dalla parte della verità, anche quando fa male. Scegliamo di credere che la giustizia non sia un atto tecnico, ma un gesto umano. Scegliamo di credere che la memoria, quando è onesta, possa ricomporre ciò che le menzogne hanno lacerato. Perché la verità non divide. La verità guarisce. E noi siamo ancora qui per guarire.

Citando una frase del magistrato «Una democrazia matura è in grado di sopravvivere ai propri segreti più indicibili». È vero. Ma aggiungerei che può sopravvivere solo se quei segreti vengono portati alla luce. Il silenzio non protegge ma corrode, e la verità non destabilizza ma ricostruisce.

Una democrazia non può sopravvivere se accetta di sacrificare gli innocenti per proteggere le proprie istituzioni. Questo è il cuore del caso Peteano, dove per quasi vent’anni la colpa è stata attribuita a giovani che non avevano alcun legame con l’attentato, causando un danno sociale e umano incalcolabile.

3 giugno 2026

Gloria Berloso