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luglio 3, 2026

Soledad Barrett Viedma

Soledad, la nipote di Rafael Barrett, ricordava una frase del nonno: “Se il bene non esiste, bisogna inventarlo”

Rafael, paraguaiano per scelta, rivoluzionario per vocazione, ha trascorso più tempo in prigione che in casa, ed è morto in esilio.

Soledad Barrett Viedma (6 gennaio 1945 – 8 gennaio 1973) è stata un’attivista paraguaiana impegnata nella lotta armata contro la dittatura militare brasiliana. Nipote dello scrittore e attivista spagnolo Rafael Barrett, Soledad trascorse l’infanzia in Uruguay, dove fu rapita da un gruppo di neonazisti. Dopo aver ricevuto un addestramento guerrigliero a Cuba, si unì al gruppo antifascista Vanguarda Popular Revolucionária (VPR) in Brasile. Nel 1973 fu uccisa nel massacro di Chácara São Bento, perpetrato dalle forze di polizia militare brasiliane.

Il 1° luglio 1962, all’età di 17 anni, Soledad fu rapita da membri di un commando nazista uruguaiano. Hanno cercato di costringerla a gridare slogan come “Viva Hitler! Abbasso Fidel!”, ma lei si è rifiutata. Con un coltello, le hanno inciso una svastica (simbolo del nazismo) sulle cosce e l’hanno lasciata dietro lo zoo di Villa Dolores.

La giovane donna paraguaiana era già attivamente coinvolta in gruppi rivoluzionari e decise di recarsi a Cuba, dove ricevette un addestramento da guerrigliera. Lì incontrò l’amore della sua vita, il brasiliano José María Ferreira de Araujo, che sposò e con il quale ebbe la figlia Naim. Furono anni di dittatura e terrore. Ma anche di lotta rivoluzionaria… e d’amore. Soledad Barrett aveva 25 anni quando perse il marito. Da Cuba, José María tornò in Brasile nel luglio del 1970 per contribuire a consolidare la lotta armata. Nel settembre dello stesso anno fu catturato e ucciso dai militari. A sua insaputa, Soledad si recò in Brasile nel 1971 con la figlia piccola, Naim, per cercarlo. Al suo arrivo, appresa la notizia della morte del marito, la donna paraguaiana decise di unirsi attivamente al movimento guerrigliero brasiliano nella lotta per rovesciare la dittatura. L’8 gennaio 1973, Soledad Barrett Viedma e altri cinque membri del movimento di resistenza furono trovati morti in un fienile al ranch São Bento, Abreu e Lima. Secondo la versione ufficiale dei fatti, morirono durante uno scontro armato con la polizia dal quale solo Anselmo (compagno di Soledad) riuscì a fuggire. Il caporale Anselmo, un infiltrato del regime militare tra le fila rivoluzionarie, la tradì. In seguito, si scoprì, grazie al lavoro del giornalista  Elio Gasperi, che i militanti erano stati rapiti in luoghi diversi, torturati e uccisi. L’incidente è noto come il massacro di Chácara São Bento ed è stato descritto da Gaspari come “uno dei massacri più selvaggi della dittatura”.

Soledad Barrett e la sua collega Pauline Reichstul stavano vendendo abiti nella boutique “Chica Boa” quando cinque uomini fecero irruzione violentemente e le rapirono sotto la minaccia delle armi. Fu l’ultima volta che Sonja María Cavalcanti, la proprietaria del negozio, le vide vive. Era un caldo 8 gennaio 1973, nel quartiere di Boa Viagem a Recife, nello stato di Pernambuco. La dittatura militare brasiliana stava distruggendo vite umane e sogni di libertà. I rapitori, vestiti in abiti civili, erano agenti del DOPS (Delegazione per l’Ordine Politico e Sociale), la polizia dittatoriale.

«Era lui…», ha ammesso la proprietaria della boutique alla giustizia brasiliana, 24 anni dopo, riconoscendo la foto di «Daniel» (José Antonio dos Santos, «Caporal Anselmo»), che all’epoca era l’amante di Soledad e il padre del bambino che lei aspettava, essendo incinta di 4 mesi. Molto tempo dopo si sarebbe scoperto che “Daniel” era in realtà una doppia spia della dittatura brasiliana, infiltrata nelle fila dell’Avanguardia Rivoluzionaria Popolare (VPR), il movimento guerrigliero del leggendario capitano Carlos Lamarca, di cui faceva parte anche la paraguaiana Soledad.

Incapace di sfuggire ai geni rivoluzionari del nonno e del padre, durante l’adolescenza Soledad iniziò a essere attiva nel gruppo dei “passeri”, legato al Fronte Giovanile-Studentesco di Asunción e alla FULNA, come sottolinea Víctor Duré in un saggio sulla ribellione degli anni ’50 e ’60. La repressione dittatoriale costrinse la famiglia a emigrare di nuovo, questa volta in Uruguay. “A Montevideo, grazie al suo talento speciale per la danza e il canto folcloristico, divenne un simbolo della gioventù paraguaiana. Non c’era evento di solidarietà in cui non fosse invitata a esibirsi”.

Insieme a Soledad furono rapiti: Pauline Reichstul, Eudaldo Gómez da Silva, Jarbas Pereira Márquez, José Manoel da Silva e Evaldo Luiz Ferreira. I corpi sono stati ritrovati in una fattoria a São Bento, nel comune di Abre e Lima, vicino a Recife. L’avvocato Mercia Albuquerque ha esaminato i corpi all’obitorio e ha raccontato quanto segue: “Soledad Barret Viedma era in un barile. Era nuda e c’era molto sangue sulle cosce, sulle gambe e sul fondo del barile, dove è stato trovato anche un feto”.

Il suo corpo non è mai stato restituito alla famiglia.

Chi conosce la storia di Soledad l’ha appresa attraverso una poesia del grande poeta uruguaiano Mario Benedetti o tramite il cantautore Daniel Viglietti, che ha incontrato personalmente la donna paraguaiana a Montevideo e le ha reso omaggio con la sua arte.

Soledad Barrett

Scritto da Gloria Berloso

3 luglio 2026