La memoria è un animale che respira nel buio
Un testo, un ricordo, un anno: tre parole che sembrano tre pietre lisce raccolte lungo un fiume, e che invece, appena le tocchi, si aprono come porte. Il testo è una stanza che si costruisce mentre la attraversi ma potrebbe essere la pagina di un diario, o una lettera mai spedita, oppure un frammento di un romanzo. Il ricordo è un animale che respira nel buio, non è mai lineare: si muove a scatti, torna indietro, si nasconde, poi riappare con un dettaglio che non ricordavi di aver vissuto. La memoria arriva con una canzone: un bicchiere di vino appoggiato su un tavolo, un colpo secco. Il ricordo di un’estate intera, il vento che entrava dalla finestra, la voce di qualcuno che rideva e il colore di una maglietta che indossavo sempre.
Un anno non si misura in mesi, ma in soglie: ciò che hai attraversato, ciò che hai lasciato, ciò che ti ha cambiato senza che tu te ne accorgessi. L’estate del 1971 portò una luce più larga, l’autunno mi insegnò a nominare ciò che era rimasto. Quell’anno alla fine non è mai passato ma è diventato parte della pelle. Le strade sembravano trattenere un ricordo che non apparteneva a nessuno, come se la città avesse vissuto un giorno in più rispetto agli abitanti parigini. Cammino piano, con la sensazione che ogni passo sia un ritorno in quella stanza, il ricordo di un racconto in musica: Reggiani, Cohen, Montand, Moustaki, Ferré, Trenet, Brel.
E resta quel rimpianto immenso, segreto, che accompagna tutte le avventure perfette: che sono finite, che nulla dura, che ciò che è stato non può essere ripetuto. Sappiamo che a volte una bugia fa bene, ma chi si tuffa non torna più indietro.
È un’altra vita, dobbiamo rivedere tutto…
Ero folle, sto tornando saggia, sono invecchiata, ho detto molto, contraddetto ben poco, i miei sogni stanno raggiungendo il loro limite.
Dobbiamo essere artisti fino alla punta delle dita per scolpire gioie quando la carne è triste. Ognuno riprenderà, cori e musicisti… Perché le nostre vite sono fatte a pezzi, i nostri corpi si stanno sgretolando, i nostri cuori si stanno staccando, il nostro sogno si sta sciogliendo. Non abbiamo più presa ed ognuno fa il suo passo. Ci lasceremo andare, per capriccio di una felicità troppo grande che è stata ferita, la cui cicatrice, più tardi nei nostri cuori, segnerà il luogo, perché il ricordo lo nutrirà, ne inghiottirà la traccia, con il segreto, immenso rimpianto che questa avventura, questo momento perfetto, sia già finito, e che nulla duri.
Se è pur vero che un sentimento perfetto si dissolve nel tempo, una canzone rimane ed apre le porte del cuore. Una di queste che ascoltavo nella stanza in quell’estate del 1971 è “Rupture” dalla voce immensa di Serge Reggiani. In questi giorni d’estate caliente il ricordo ha memorizzato quell’istante ed incontrato la performance di un poeta in musica che ha ridato luce ad un testo facendolo suo.
Max Manfredi ha registrato Rottura con Vittorio De Scalzi a casa di Marco Spiccio.
Il testo originale è stato scritto nel 1971 da Jean Dréjac e la musica è di Michel Legrand.
Brividi!
Jean Dréjac è uno dei più grandi compositori del XX secolo. In oltre sessant’anni, ha scritto più di 400 canzoni in una vasta gamma di stili, dal raffinato al familiare, dal poetico al popolare. Le sue suggestive immagini e i testi finemente elaborati hanno affascinato interpreti di fama internazionale. A partire dagli anni Sessanta, la sua scrittura divenne più personale. La sua amicizia con Michel Legrand diede vita a una lunga serie di canzoni interpretate principalmente da Serge Reggiani e dallo stesso Michel Legrand. Jean Dréjac ricoprì inoltre importanti incarichi presso la SACEM (Società francese degli autori, compositori ed editori musicali) per difendere il diritto d’autore e promuovere la trasmissione di canzoni francesi alla radio.
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Marco Spiccio
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