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Maggio 26, 2026

Ci sono cose che restano non dette perché non hanno bisogno di spiegazioni. Basta sedersi, posare le dita sulle corde, e ci si capisce già. Ma certe parole, a volte, sembrano chiedere di essere messe per iscritto, come se solo così potessero rimanere impresse per un istante.

La strada che riconosce

«Sai, dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare»

(Jack Kerouac, On the Road)

Non so cosa abbia visto il pubblico, quella sera. Forse due musicisti che si guardavano come se si fossero appena ritrovati. Forse una scena costruita, un finale scritto per commuovere. Forse una nostalgia che non apparteneva a nessuno di loro. Io so solo cosa ho visto io. Ho visto Ricky aspettarmi. Non come si aspetta un ritardo, ma come si aspetta un ritorno. Con quella calma che aveva solo quando era vero, quando non stava recitando la parte del musicista, dell’uomo che sa stare sul palco, del professionista che non sbaglia mai. Quella calma che aveva solo con me. Quando ho messo piede sul palco, ho sentito la vibrazione della sala, il respiro trattenuto, la luce che si stringeva come un abbraccio e ho capito che la musica non era ancora iniziata perché stava aspettando il nostro ritmo, quello che non si può insegnare né spiegare. Quello che nasce solo quando due persone si riconoscono. Mi sono seduta accanto a lui. Non c’era bisogno di parole. Le parole, tra noi, arrivavano sempre dopo. Prima c’era il silenzio. Un silenzio che non pesava, che non chiedeva, che non pretendeva. Un silenzio che era casa.

Ricky ha sfiorato le corde. Un gesto minimo, quasi invisibile. Ma io l’ho sentito come si sente un battito che torna regolare dopo una lunga corsa. E in quel gesto c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le strade percorse senza sapere dove portassero, le nostre chitarre che non erano strumenti ma ponti. Abbiamo suonato. Non una canzone. Una memoria. Una promessa. Un “ci sono” che non aveva bisogno di essere pronunciato. La musica è salita piano, come un’onda che non vuole spaventare la riva. E mentre suonavamo, ho capito che non stavo chiudendo niente. Stavo aprendo. Stavo lasciando che la nostra storia trovasse la sua forma, quella che non dipende dal tempo, dai luoghi, dalle persone che guardano. Una forma che esiste solo quando due anime si riconoscono nella stessa nota. Quando la scena è finita, il pubblico ha applaudito. Un applauso lungo, caldo, quasi incredulo. Ma io non lo sentivo davvero. Sentivo solo il mare fuori, che continuava a muoversi come se sapesse tutto. Come se fosse lui, da sempre, a custodire la nostra musica. Sono uscita dalla sala da sola. Ricky era rimasto sul palco, a sistemare le corde, a parlare con la chitarra come faceva quando credeva che nessuno lo ascoltasse. Io l’ho lasciato lì. Non per distanza. Per rispetto. Perché certe scene non si interrompono. Si lasciano vivere.

Fuori, la notte era morbida. Il vento portava l’odore del mare e qualcosa che somigliava a una promessa. E mentre camminavo verso casa, ho capito che la strada mi riconosceva. Che non ero più la stessa che era entrata nel teatro. Che la musica, ancora una volta, mi aveva cambiata. E allora ho sorriso. Perché ho capito che non c’è un finale. Non c’è mai stato. C’è solo un andare. Un andare che non finisce. Un andare che porta con sé tutto ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta la verità che abbiamo suonato insieme. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla. Resta la strada. Che continua. E che, ogni volta che la percorro, mi riconosce. Non so se qualcuno, uscendo quella sera, abbia capito davvero cosa è successo su quel palco. Forse hanno visto due persone che suonavano insieme. Forse hanno sentito una musica che non conoscevano. Forse hanno pensato che fosse un finale.

Io no. Io so che non era un finale. Era un ritorno.

Ricky aveva quel modo di guardarmi che non chiedeva niente e diceva tutto. Un modo che non ho più ritrovato in nessuno. Non era amore, non era amicizia, non era complicità: era una lingua. La nostra. Una lingua fatta di accordi, di silenzi, di respiri che si riconoscevano prima ancora di incontrarsi. Quando sono salita sul palco, quella sera, ho sentito la musica fermarsi. Non smettere: fermarsi. Come se stesse trattenendo il fiato. Come se sapesse che stava per succedere qualcosa che non si può spiegare. E poi lui mi ha guardata. E in quello sguardo c’era tutto: le notti in cui ci siamo salvati senza dirlo, le città attraversate come fossero canzoni, le nostre chitarre che non erano strumenti ma case. Case dove tornare quando il mondo diventava troppo stretto. Abbiamo suonato. Non una canzone: un riconoscimento. Un “ti vedo” che non ha bisogno di parole. Un “ci sono” che non chiede niente in cambio. E mentre la musica cresceva, ho capito una cosa che non avevo mai detto nemmeno a me stessa: io non ho mai tradito la sua musica. L’ho amata. E l’amore, quando è vero, non trattiene. Accompagna. Lascia andare e riconosce.

Adesso che il palco è vuoto e il mare continua a muoversi come se niente fosse, so che non devo cercare un finale. Non c’è. Non ci sarà. C’è una strada. La stessa che ci ha portati fin qui. La stessa che ci riconoscerà ancora, ogni volta che la attraverserò con una chitarra in mano e il suo nome nella memoria. E se qualcuno mi chiedesse cosa resta, direi questo: resta la musica. Resta ciò che abbiamo rivelato l’uno all’altra. Resta la parte di me che lui ha visto prima che io sapessi di averla.

Resta. E continua.

Gloria Berloso

26 maggio 2026