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ottobre 31, 2026

Centenario Colette Magny (1926-2026)

Testi di Gloria Berloso

Pubblicato il 31 ottobre 2026 da Gloria Berloso

Alcuni di voi che ascoltano la radio (Città Sottile) forse ricorderanno che nel mio programma del mercoledì tra marzo 2025 e marzo 2026, dedicato alla musica folk, ho trasmesso le canzoni di Colette Magny e raccontato la sua storia. Colette Magny, era nata il 31 ottobre 1926 a Parigi, ma il suo centenario dalla nascita passerà in gran parte inosservato. La natura ribelle di Colette e la sua musica non si prestano a grandi titoli di giornali o a manifestazioni di affetto del grande pubblico. Comunque, all’inizio di settembre è stata omaggiata alla Fête de l’Humanité (Festa dell’Umanità), dove lei si esibiva spesso. Il pubblico presente ha sempre acclamato la Magny attivista della classe operaia e internazionalista, il cui radicalismo si è affinato costantemente fino alla sua morte nel 1997. Colette Magny era una grande cantante, autodidatta e animata da una vocazione sbocciata tardivamente. Dattilografa bilingue all’OCSE per circa quindici anni, si dimise a 36 anni e iniziò a frequentare i cabaret della Rive Gauche, influenzata dai cantanti jazz e blues neri, prima che il pubblico scoprisse la sua esibizione televisiva, al Petit Conservatoire di Mireille, di “Mélocoton“, una semplice filastrocca di cui era autrice e compositrice. Improvvisamente catapultata nelle classifiche yé-yé e ad aprire il concerto di Sylvie Vartan all’Olympia, non avrebbe dovuto trovarsi lì. “Si allontanò da ‘ Mélocoton’ e dal fascino della fama per dedicarsi all’attivismo “. La sua voce divenne uno strumento di rivolta e la sua canzone, un grido privo di ogni grazia, un’arringa veemente e appassionata.

E se continua così / Un giorno vedremo / Forse i magistrati / Gli studenti delle superiori in piedi spalla a spalla per strada…

Il concerto dedicato a Huma, intitolato “Radical Magny”, ha riunito artisti che hanno interpretato il suo repertorio, tra cui Jil Caplan, che ha scelto ” Les Tuileries ” (basato su una poesia di Victor Hugo) e ” Dents de lait, dents de loup” (Denti da latte, denti di lupo).

Colette Magny è una delle figure di spicco del movimento della “chanson engagée”, che ha messo la sua voce blues al servizio degli oppressi. Costantemente alla ricerca, rifiutando di essere etichettata e assolutamente intransigente, non ha smesso mai di esplorare e sperimentare con la sua voce e la sua scrittura. In fuga dal mondo dello spettacolo (e trascurata dai media), Colette Magny si è esibita in ambienti militanti: centri giovanili e culturali, anfiteatri e fabbriche in sciopero. Nell’agosto del 1969, tenne un concerto al Théâtre des Carmes di Avignone, un teatro che proponeva spettacoli direttamente legati agli eventi politici del momento. Questo concerto, testimone delle lotte degli anni ’60 e ’70, fu soprattutto un’occasione per scoprire o riscoprire una cantante potente e stimolante. Il concerto di Avignone fu completato da un’esibizione sul “Petit Conservatoire de la chanson” di Mireille nel 1964, pochi mesi dopo che il programma aveva rivelato Colette Magny al grande pubblico; due poesie di Victor Hugo messe in musica e l’essenziale Mélocoton.

Le sue registrazioni furono pubblicate da Le Chant du Monde. Il suo album successivo, anch’esso omonimo, conteneva le sue canzoni “Vietnam 67” e “Viva Cuba“, insieme a una che celebrava uno sciopero dei lavoratori portuali, oltre ad altre ambientazioni di poesie e testi metafisici. Nel maggio del 1968 sostenne attivamente studenti e lavoratori nei sit-in e attraverso concerti di beneficenza. Scrisse la canzone “Les militants” per i manifestanti e in seguito pubblicò anche un album dal titolo Magny 68/69.

Non c’è bisogno di esitare fin da questo primo album, Colette Magny dimostra che il blues è una parte autentica della sua vita e perfino della sua anima. E sebbene l’etichetta sia di per sé ovviamente gravosa, non è affatto offensiva. Come sappiamo dalle sue interviste, Colette Magny era già a quell’epoca un’intenditrice e una vera appassionata di blues e jazz, ma i due titoli immortalati da Bessie Smith che osa citare qui dimostrano che il suo approccio al linguaggio non è puramente intellettuale: possiede la giusta colorazione vocale, il senso dello swing e il fraseggio flessibile che spesso mancano agli artisti francesi nei loro tentativi simili. In particolare, ” Nobody knows when you’re down and out ” (che non va confusa con lo spiritual negro “Nobody knows” e che significa più o meno “Nessuno ti conosce quando sei giù e fuori”) non è un plagio del suo illustre creatore, bensì una versione personale di questa canzone di miseria e depressione. Che dovrebbe essere la regola tra coloro che hanno la pretesa di essere blues, in particolare nelle nostre biografie di varietà, che vengono copiate pedissequamente da certi giornalisti con le orecchie di legno e lo swing dei cattolici francesi.
Ma non possiamo non parlare delle prime due canzoni francesi incise da Colette Magny (e scritte da lei). “Mélocoton” è così conosciuta che abbiamo quasi perso l’abitudine di ascoltarla. È un peccato, perché in non più di 1’40”, e con il suo stile ellittico, dà voce all’infanzia, ponendo al contempo umili domande. “Co-operation” è la prima delle sue canzoni “politiche” in senso stretto:
Puoi piangere, puoi urlare, puoi vomitare.
Non saprai mai perché sei nato
Quando l’umanità sarà finalmente saggia,
Passeremo dalla competizione nell’individualismo
all’individualità nella cooperazione…

Per sua stessa ammissione, Colette Magny non aprì un giornale fino all’età di 30 anni. Quando finalmente lo fece, le sue pagine erano piene della guerra d’Algeria. Prese consapevolezza dell’anticolonialismo e si impegnò nella Rivoluzione cubana, contro la guerra del Vietnam, per il movimento per i diritti civili americano e per le rivendicazioni del maggio ’68. Pubblicata da Le Chant du Monde, un’etichetta discografica vicina al Partito Comunista Francese, di cui fu brevemente membro, abbracciò i testi di Pablo Neruda e Amiri Baraka. Trasmetteva il suo messaggio con più forza che con il canto, e gridava, abbracciando il free jazz con l’aiuto del pianista François Tusques, era anche un’espressione di rabbia. Così, in Repression (1972), sotto una copertina di Pignon-Ernest che mostra il disegno di una pantera nera: “Repressione, sospetto / Dove stiamo andando, dove stiamo andando, attenzione / E se continua così / Un giorno vedremo / Forse i magistrati / Gli studenti delle superiori sedere contro sedere per strada”. Oppure, riecheggiando il grido delle mogli dei minatori in sciopero: “Buu, buu, buu yéyé!”

La Magny non ha fatto nulla per compiacere nessuno, eppure è ammirata. Ad esempio, dal Rapper Rocè che l’ha fatta conoscere a un nuovo pubblico. La sua compilation, Dai dannati della terra, dedicata alla musica di protesta del mondo francofono dal 1969 al 1988, è stata molto apprezzata al momento della sua uscita nel 2018. Include “La Pieuvre” (Il polpo), una canzone del 1969 in cui Colette Magny denuncia il capitalismo industriale, esclamando: “Grazie, Rhône-Poulenc!”. Come i rapper francesi, anche lei si appropriò della musica americana per dare sfogo alle proprie ribellioni. Analogamente, nel 2018 è stata pubblicata un’antologia di dieci CD delle sue opere (1958-1997), ora disponibile sulle piattaforme di streaming. Bisogna avere il coraggio di immergersi in essa, di confrontarsi con l’intensità cruda della sua rabbia. Soprattutto perché, visti gli eventi attuali, avrebbe gridato ancora più forte.

Nel 1967, la sua canzone principale era Vietnam ‘67, dedicata alla difesa della liberazione del Vietnam, in cui narra dal punto di vista di una vietnamita. Stranamente, una frase riecheggia Mélocoton : “ fratellanza sempre, ma con gli oppressi ”.

Colette Magny registrò quindi diversi brani incontrando le persone, dando voce a coloro che considerava oppressi e da cui trasse anche ispirazione. L’oppressione dei deboli, la lotta dei più poveri, la rivolta contro l’ingiustizia del mondo dei potenti sono rimasti il ​​filo conduttore di tutta la sua carriera. L’aspetto negativo è che verrà etichettata come una “cantante per le fabbriche in sciopero” e una persona di sinistra!

Negli anni ’70 visse alti e bassi. Insieme a Maxime Le Forestier e alla sua compagna Mara, combattè per il Cile cantando tre canzoni di Violetta Parra e Victor Jara. Lei è parte di tutte le lotte, di tutte le insubordinazioni. Ritornò in Nord America, ma nell’America nera, con l’album Répression nel 1972.

Colette Magny è coinvolta in tutte le rivolte e ogni lotta dà origine a una canzone che è come un manifesto della sua rabbia o del suo sostegno: la causa basca con Camarade curé nel 1972, Mahmoud e Jacob nel 1977, che denuncia due esclusioni, quella del palestinese e dell’ebreo, La pieuvre, canzone ironica sulle condizioni dei lavoratori nella grande industria.

Parallelamente moltiplicò le sperimentazioni musicali con mix, collage sonori e campionamenti (il che spiega la sua notorietà presso alcuni rapper) e partecipò a una big band a geometria variabile dell’AR-FI il cui nome era tutto un programma (associazione alla ricerca di un folklore immaginario), creata a Lione nel 1977 e che suonò nelle case degli immigrati. Colette Magny continuò su questa strada e pubblicò tre album negli anni ’80, tra cui Thanaka ; non avendo il permesso di includere tutti i suoi testi, il disco fu pubblicato comunque, ma con un lato vuoto! Si trattava anche di Kevork, o il crimine di vagabondaggio del 1989, in cui troviamo il titolo Quando ero bambino, che evoca uno stupro. In seguito, avrebbe dichiarato alla radio di essere stata violentata da suo zio all’età di otto anni e mezzo e di essere diventata molto corpulenta in seguito, condizione che avrebbe mantenuto per il resto della sua vita.

Troppo radicale, troppo esigente, scomparve dalla scena mediatica e poi dai palcoscenici, nonostante il concerto tributo a Marsiglia nel 1996, ma non fu mai dimenticata perché in molti parlarono di Colette dopo la sua morte. Una verità che resiste al tempo. Nel panorama di una banalità standardizzata che satura il mercato musicale, la voce di Colette Magny si impone ancora come un colpo di tuono: destabilizzante eppure catartica. Volendo scegliere un’unica traccia capace di folgorare anche i più scettici tra i 193 brani dell’antologia, la scelta cadrebbe inevitabilmente su “Tu es ma graine” (1977). In questa riflessione sui legami umani, bilingue e viscerale, la Magny parte dalla quiete di una confidenza sussurrata, attraversa il brivido di una risata disperata e culmina nel tumulto di una tempesta ululante. Vi si ritrova l’essenza profonda di uno spirito libero che, ignorando mode ed epoche, continua a scuoterci e a travolgerci.

Gloria Berloso