Posts tagged ‘gloria berloso’

giugno 15, 2016

Romania: gotica e medioevale ma anche colorata e vivace con il Festival Medioevale di Bran.

Il Festival Medioevale che offre un’occasione per rivivere i tempi passati grazie a musica, balli e costumi dell’epoca

Castello

Castello-bran-dracula-Romania

La sala di musica con palco di trave contiene pezzi in stile rinascimentale, tedesco, fiorentino, stile barocco austriaco, pezzi di ceramiche italiane, inglesi e spagnole risalenti al periodo che va dal XVI al XVIII secolo.

Il castello di Bran, conosciuto ai più come il Castello di Dracula, è la fortezza più famosa e visitata della Transilvania e si trova a Bran, che si trova a pochi chilometri dalla città medievale di Brasov. Costruito nel ‘300 da Ludovico I D’Angiò come posto di guardia, il Castello di Dracula è arroccato su una parete rocciosa all’interno di una stretta gola. Questo ambiente drammatico e spettacolare ha aiutato ad accrescere l’alone di mistero e di leggenda che lo avvolgono. L’architettura del Castello di Bran si è evoluta nel corso dei secoli ma sono i caratteri gotici, le scalinate strette e tortuose, le camere a graticcio, i passaggi sotterranei e le torri che gli conferiscono un sapore misterioso e affascinante. Il castello, che oggi ospita il Museo di arte medievale, incarna la vivida immaginazione dell’autore irlandese Stoker che, pur non avendolo mai visto, lo ha inserito perfettamente nel suo romanzo gothic horror Dracula.

Il legame tra Dracula e il Castello di Bran è, purtroppo, più che un po’ debole. Vlad l’Impalatore, l’ispiratore di Dracula, fu uno dei sovrani medievali più raccapriccianti che ha combattuto una serie di campagne nella zona intorno al Castello durante XV secolo.

Infine, nel 1897, lo scrittore irlandese Bram Stoker pubblica un libro su Vlad Tepes III Dracula dando inizio al nuovo genere letterario chiamato “La letteratura del Vampiro”, che ancora oggi gode di una popolarità internazionale.

Il legame tra Dracula e il Castello di Bran è, purtroppo, più che un po’ debole. Vlad l’Impalatore, l’ispiratore di Dracula, fu uno dei sovrani medievali più raccapriccianti che ha combattuto una serie di campagne nella zona intorno al Castello durante XV secolo.

Infine, nel 1897, lo scrittore irlandese Bram Stoker pubblica un libro su Vlad Tepes III Dracula dando inizio al nuovo genere letterario chiamato “La letteratura del Vampiro”, che ancora oggi gode di una popolarità internazionale.

 

Gloria Berloso

Gloria Berloso

Maggio 3, 2016

LA MUSICA NELLA VITA MEDIEVALE – 6a parte – Il viaggio musicale nel passato

LA MUSICA NELLA VITA MEDIEVALE

Il viaggio musicale nel passato

con

Ensemble Canavisium Moyen Age

di

Gloria Berloso

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Symphonia

Attorno al XIII secolo lo strumento, le cui dimensioni sono notevolmente ridotte, prende il nome di symphonia (in francese chifonie): anche questo appellativo è probabilmente derivato dalla caratteristica polifonia dello strumento.

La symphonia è suonata da un solo strumentista e viene utilizzata dai menestrelli per accompagnare danze e chansons de geste; in breve la sua popolarità ne allarga l’uso a processioni religiose mystery plays. L’associazione, che si consolida nei secoli, con menestrelli, vagabondi e mendicanti (spesso ciechi, infatti era soprannominata “viola da orbi”) fa di questo strumento simbolo, alternativamente, di rusticità, ignobiltà, immoralità, povertà.

 

ENSEMBLE CANAVISIUM MOYEN AGE

Il gruppo ha intrapreso un affascinante ed interessante viaggio musicale nel passato con il loro metodico spaziare nel tempo alla ricerca ed alla riscoperta di forme musicali, purtroppo dimenticate.

Gli strumenti usati dall’Ensemble sono i liuti, i flauti traversi antichi, l’arpa, la symphonya, le percussioni, l’harmonium e il canto; si può ben comprendere la purezza della loro musica assolutamente medioevale in quanto esclude ogni influenza musicale più moderna. Suonano musica del 1200 e 1300, così come era eseguita in quel periodo e proprio per questa loro posizione sono accolti e studiati da musicologi e da studiosi. La struttura musicale delle ballate, dei madrigali, di liriche e di danze si riferiscono fedelmente, come ho già detto, a quel periodo.

Il loro ricettario propone forme di monodia recitata e cantata, le prime esperienze polifoniche a due voci, sino alla polifonia in tre voci di Francesco Landini, passando tra le liriche di San Francesco, Guido Guinizzelli, Jacopone da Todi, Guido Cavalcanti, Cecco Angiolieri, Dante Alighieri e agli anonimi del 1300, un percorso che coinvolge lo spettatore e lo trasporta nelle coorti, nelle chiese e sulle strade medievali, con particolare riferimento alla Via Francigena, Romea e al Cammino di Santiago.

L’ Ensemble, la loro storia in poche righe

Aki Osada

Aki Osada

AKI OSADALaureata in canto con il massimo dei voti all’Università Musicale di Hiroshima, dove ha frequentato anche i corsi di laurea specialistica e dottorato. In Italia ha seguito un corso di perfezionamento di canto barocco con Cristina Miatello. Ha frequentato i corsi della scuola civica di musica antica di Milano, dell’Accademia Gaffurio di Lodi, del conservatorio di Verona, seguendo le lezioni di Cristina Miatello, Roberto Gini, Lorenzo Ghielmi, Laura Alvini, e Diego Fratelli, relativi alla musica del Seicento e del Settecento e al repertorio liederistico. Recentemente ha partecipato a diversi corsi di canto barocco tenuti da Lia Serafini e Barbara Zanichelli. In Giappone ha tenuto numerosi concerti di lieder moderni e di cantate barocche italiane. A Tokyo (Giappone) ha tenuto un concerto dedicato a Giacomo Carissimi sotto la direzione di Gianluca Capuano assieme al tenore Sakurada Makoto. Nell’occasione è stato eseguito anche l’oratorio Jefte, per il quale ha interpretato la parte della figlia di Jefte. In Italia ha lavorato con vari gruppi italiani (i Madrigalisti Ambrosiani di Milano, l’Accademia di S. Rocco di Venezia, La Stagione Armonica di Padova, la Reale Corte Armonica Caterina Cornaro di Asolo, ecc.). Ha partecipato alla manifestazione Musica e Poesia a S. Maurizio di Milano (2002) e al Festival di musica antica di Modena e Sabbioneta (2002). Insieme a Cristina Miatello, ha inciso per Tactus (2001). Ha tenuto diversi concerti sia di musica barocca (a Venezia nel 2004), sia di lieder giapponesi a Venezia e Ravenna (2004), con Simeone Cordera a Romano Canavese, Torino (2014) e a Torino e Colleretto Castelnuovo, Torino (2015). In Giappone è stata lettrice di educazione musicale presso il Diploma universitario dell’Università Notre Dame di Hiroshima e si segnala una certa esperienza nel campo dell’insegnamento della musica a bambini e amatori (pianoforte, solfeggio e canto, anche corale). In Italia, attualmente, insegna tecnica vocale ai diversi cori e associazioni corali e tiene corsi di canto corale per bambini e adulti.

Tiziano Nizzia

Tiziano Nizzia

TIZIANO NIZZIA Ha studiato pianoforte e composizione e si è diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro presso il Conservatorio “G.Verdi“ di Torino sotto la guida del maestro Paolo Tonini Bossi. È in possesso della Maturità Scientifica. Si è specializzato in Musicoterapia presso “l’Associazione Professionale italiana Musicoterapisti”. Dal 1985 al 2000 è stato direttore Artistico e Maestro della Compagnia di Canto Corale, formazione corale che si dedica alla musica rinascimentale sacra e profana. Dal 2000 al 2006 è stato Maestro del Coro dell’Orchestra Sinfonica Giovanile del Piemonte con il quale ha tenuto molti concerti in Italia e all’Estero, eseguendo fra l’altro i “Carmina Burana” di C. Orff, il “Requiem” di W. A. Mozart, la “Nona Sinfonia” di L. van Beethoven, la “Misa Tango di L. Bacalov diretta dall’autore, la “Misa Criolla” di A. Ramirez, la “Messa Solenne di S. Cecilia” di C. Gounod. È autore di pubblicazioni didattiche e per pianoforte presso le case editrici Carrara di Bergamo e Omega di Torino. Dal 2013 collabora con l’artista Mauro Martin come compositore del commento musicale per produzioni video artistiche.

Daniele Montagner

Daniele Montagner

DANIELE MONTAGNER Italiano di nascita, classe 1963, studia flauto, composizione e direzione d’orchestra e musica jazz tra Torino e Milano, e contemporaneamente si dedica agli studi di chimica. Ancora studente insegna Flauto in alcuni Istituti Musicali della città e viene invitato a collaborare con l’Orchestra Sinfonica della RAI di Torino invitato dal primo flauto Giorgio Finazzi. Ha suonato in prima esecuzione cittadina (Torino) opere di H.W.Henze, C. Maresca e in Prima esecuzione assoluta “Lasciatemi Sognare, per flauto e pianoforte di A. Testa, ispirata dal suo stile espressivo e flautistico. Al Festival Internazionale di Agliè suona invitato da Severino Gazzelloni, uno dei più grandi flautisti del 900. Studia composizione sperimentale da autodidatta riprendendo gli studi che da Pitagora conducono a Scriabin. Chiamato a suonare con successo all’”Oekowerk Festival” di Berlino e al “Sound Symposium 9” in Canada. Trascorre un periodo a Miami Beach, lavorando insieme a Steven Halpern, l’inventore della Healing Music. Fra le sue produzioni discografiche indipendenti citiamo Arborea, un live notturno registrato in un bosco, 7 Scarlet Door per flauti e sintetizzatori e Sogno(Dream), esperienza musicale multietnica, insieme al tastierista belga Vadna Obmana, punto di riferimento per la Ambient Music europea, registra il CD Lanscape in Obscurity per l’etichetta statunitense Hypnos, ottenendo vasti riconoscimenti. Geniale interprete, originale e fantasioso, immette nella musica passione e rispetto della partitura forte degli approfonditi studi di direzione d’orchestra effettuati con J. Kalmar alla mitica scuola di H. Swarowsky(Vienna). Il suo motto è “…essere un servitore dell’Arte, fuori da ogni vanità o utilità personale…”. Ha scritto musica per svariate occasioni musicali: dalla Rassegna Musicale del Conservatorio “G.Verdi” di Torino, alla Rassegna Internazionale di Composizione “A.Gigli” di Bologna, Al Festival di Lucca, “Scambio Internazionale tra la cultura latino-americana e quella europea”, al “Sound Symposium” in Canada. Del suo flauto hanno detto: “il flauto di Daniele Montagner riesce ad ottenere suoni speciali. Ho amato moltissimo il suo flauto che mi ha toccato le corde del cuore…”, della sua musica: “…Semplicemente meraviglioso! È musica con l’intenzione più pura della musica, effettivamente è qualcosa di assai raro e prezioso.

Paolo Lova

Paolo Lova

PAOLO LOVA Liuto medievale, ud, saze, liuti arabi, egiziani, lavta, citola,quinterna. Ha studiato liuto medievale e mandolino barocco presso il Conservatorio Pedrollo di Vicenza e musica di insieme presso il Centro Studi Piemontese di Musica Antica di Biella con Davide Rebuffa., il Conservatorio Vivaldi di Alessandria e diverse Master class con Paul Beier, Francesco Marincola, Terrel Stone, Paul O’Dette, Stefano Albarello. Da anni si dedica alla ricerca storica di manoscritti antichi e alla loro trascrizione eseguendo in concerto musica medievale originale, creando particolari arrangiamenti che pur mantenendo la loro origine storica offrono all’ascoltatore un vero e proprio viaggio sonoro nel tempo. Collaborazioni con: Giovanna De Liso, Stefania Priotti, Mauro Basilio, Elisa Fighera, Anna Siccardi, Tabitha Maggiotto, Ethel Onnis. Gabriele Francioli e Gianni Scarabottini, Artisti coro della Scala di Milano: Silvia Chiminelli, Olga Semenovai, Nina Almark ; Triaca Musicale: Mara Colombo, Maria Chiara Demagistri, Costanza Daffara, Patrizio Rossi. Fondatore dell’Ensemble Pricipio di Virtù (Katia Zunino arpa – Piero Leonardi voce- Massimiliano Andreo percussioni), che ha vinto il premio Italia Medievale (ed. 2006) ed il Festival dei menestrelli di Offagna (ed. 2008). 2011 partecipazione al Festival Musique du Monde a Djerba (Tunisi).

ricky arpa - Copia

Ricky Mantoan

RICKY MANTOAN Polistrumentista conosciuto sia in Italia che all’estero come pioniere della musica Folk e Country, compositore e arrangiatore di vivace creatività, è un musicista che ha saputo fare della musica un vero e proprio percorso di vita. Dal 1978 ha diffuso per la penisola, col suo gruppo “Branco Selvaggio”, il messaggio della musica Country-Rock. Le sue attitudini musicali lo hanno portato, negli anni ’80 e ’90 a collaborare in varie tournèes e in studio d’incisione con alcuni dei più bei nomi della musica americana di matrice californiana (The Byrds, Flying Burrito Bros., Roger McGuinn, Skip Battin, Gene Parsons ecc.). Negli anni, a fianco di questa attività, Ricky, ha maturato una dimensione musicale più intima e meditata con lo studio dell’arpa celtica. Con lo studio e la pratica di questo affascinante strumento egli si è accostato a livello compositivo a tematiche medievali e rinascimentali dove la sua visione del magico e del sogno sono per lui dimensioni reali. Alla maniera degli antichi bardi, le storie narrate attraverso l’arpa disegnano armonie dalle quali traspaiono emozioni profonde che invitano al rispetto e alla delicatezza dei sentimenti, a saper scorgere, anche nelle vicende ed esperienze più semplici della vita, la Poesia e l’Amore…

Fonti bibliografiche
Medieval music, Wikipedia (ENG)
Musica medievale, Wikipedia (ITA)
Strumenti medievali, Wikipedia (ITA)
Bibliografie esterne
(IT) Giacomo Baroffio, Cantemus Domine gloriose. Introduzione al canto gregoriano, Urban, 2003.
IT) Daniel D. Saulnier, Il canto gregoriano. Storia, liturgia, tecniche di esecuzione.  Piemme, 2003.
(IT) Emidio Papinutti, Lo spirito del canto gregoriano, Urban, 2003.
(IT) Willi Apel, Il canto gregoriano. Liturgia, storia, notazione, modalità e tecniche compositive., LIM, 1998.
(IT) Raffaele Arnese, Storia della musica del Medioevo europeo, Olschki, 1983.
(IT) Elena Ferrari Barassi, Strumenti musicali e testimonianze teoriche del Medioevo, Fondazione Claudio Monteverdi, 1979.
(IT) AA. VV., L’Ars Nova italiana del Trecento, Forni, 1970.
(IT) Gloria Berloso, Biografia Ricky Mantoan, 2013

Fine della sesta ed ultima parte

Autore dell’opera: Gloria Berloso

Gloria Berloso

Gloria Berloso nasce a Gorizia, Friuli Venezia Giulia. La musica è la sua seconda lingua sia che l’ascolti sia che la interpreti. Dal 1984 promuove la cultura e l’insegnamento della storia della musica con concerti, libri, seminari, dibattiti e dischi. Secondo Gloria una componente essenziale, che fa la differenza rispetto altre realtà, è l’umanità. Per lei tutte le persone coinvolte in un progetto di diffusione artistica e culturale portano un messaggio di “crescita culturale”. La musica nella vita medievale ed “Il viaggio musicale nel passato” sono stati ricostruiti con una ricerca accurata: è un’opera di 116 pagine scritte e numerose immagini, e con l’ascolto di canti, madrigali, ballate del periodo tra il 1200 e 1300 attraverso gli artisti sopra citati. L’impegno che si offre al lettore è legato alla possibilità d’ascoltare melodie di sapore antico con strumenti veri nella meravigliosa interpretazione di un ensemble di maestri di assoluto valore artistico.

 

Maggio 3, 2016

LA MUSICA NELLA VITA MEDIEVALE – 3a parte – Il viaggio musicale nel passato

LA MUSICA NELLA VITA MEDIEVALE

Il viaggio musicale nel passato

con

Ensemble Canavisium Moyen Age

di

Gloria Berloso

IVREA MEDIOEVALE

Nicolas Bochsa (1789-1856) fu uno dei più grandi arpisti del XIX secolo così come il suo allievo Elias Parish Alvars.

Nel 1811 nacque a Londra l’arpa a doppio movimento, che consentì l’esecuzione in tutte le tonalità grazie alla possibilità di innalzare la corda di due semitoni; questa tecnologia è tutt’ora in uso a brevetto del francese Sébastien Érard, che nel 1786 aveva già realizzato l’arpa a sistema unico. L’arpa moderna fu poi perfezionata nel corso del medesimo secolo. È proprio in Francia che possiamo annoverare una grande diffusione di composizioni per l’arpa, tra le quali Danses arpa di Debussy, Introduction et allegro di Ravel.

L’arpa è costituita complessivamente da 1.415 pezzi differenti che sono necessari alla sua fabbricazione.

L’Arpa celtica

L’arpa celtica, o arpa gaelica (detta in gaelico scozzese clàrsach e in irlandese cláirsach), è uno strumento a corde tipico del folklore dei paesi europei di area celtica. L’arpa triangolare celtica proviene dalla Scozia, dove compare durante l’ottavo secolo; si è successivamente diffusa in Irlanda dal XII secolo e poi nel Galles e in Bretagna.

L’arpa celtica si differenzia dall’arpa classica usata nelle orchestre sinfoniche per vari motivi:

  1. è più piccola rispetto all’arpa classica,
  2. a differenza della grande arpa da concerto, l’arpa celtica non ha i pedali, ma ha le chiavi, chiamate lever, con cui si ottengono i semitoni,
  3. le corde delle arpe celtiche antiche erano metalliche oppure di budello di pecora; oggi possono essere anche in nylon oppure in carbonio, e si possono suonare con i polpastrelli, mentre le corde in metallo si suonano con le unghie.

Gli antenati dell’arpa celtica devono essere ricercati tra le arpe dei Babilonesi, degli Assiri e degli Egizi.

La più antica arpa celtica arrivata a noi è quella del Re Brian Borù, conservata al Trinity College di Dublino, databile intorno al XIV secolo.

Intorno all’anno Mille i bardi Celti possedevano due tipi di arpa: una con le corde in metallo e un’altra con le corde in budello e la cassa di risonanza intagliata da un tronco di salice.

Gli arpisti formavano una corporazione di tipo ereditario ed erano organizzati come un ordine religioso. L’arpista era tenuto in grande considerazione in tutte le corti dove esercitava la sua arte, accompagnando con la musica le sue innumerevoli storie che parlavano di amore, di guerra, di amicizia, di magia. Era tale la sua influenza sul popolo che nel XV e nel XVI secolo molti sovrani emanarono leggi per limitare il potere dei bardi.

Gli ultimi bardi irlandesi furono O’Neill, Hempson, ma soprattutto Turlough O’Carolan, arpista cieco, vera pietra miliare e riferimento ancora attuale per gli arpisti dei nostri tempi. Dopo di loro, l’arpa celtica conobbe un periodo di declino durato diversi secoli.

Nel 1950 in Bretagna si assiste ad un revival dell’arpa celtica per merito di Denise Mégevand, professoressa di arpa di Alan Stivell, il quale diventerà il bardo degli anni ’70 riportando in auge musiche e repertori che erano stati fino a quel momento ignorati dal pubblico giovanile del tempo e disprezzati dagli arpisti classici.

Oggi sono moltissimi gli arpisti che suonano questo strumento e si occupano di musica tradizionale: tra gli altri, Grainnè Hambly, Janet Harbison, Alan Stivell, Cormac de Barra, Enzo Vacca, Dominig Bouchaud, Vincenzo Zitello, Ettore Netti ed Enrico Euron.

L’arpa irlandese è anche raffigurata nel simbolo della tipica birra irlandese: la Guinness.

I generi della musica medievale e la notazione musicale nel Medioevo

In questa epoca, la musica è sacra e profana, anche se quasi nessun brano di musica antica profana è sopravvissuto, e poiché la notazione è sviluppata relativamente tardi, la ricostruzione di questa musica, in particolare prima del XII secolo, è attualmente oggetto di congetture.

Durante il periodo medievale state gettate le fondamenta per le notazioni pratica e teorica che stanno alla base della musica occidentale, compresa quella odierna.

La prima musica medievale non ha avuto alcun tipo di sistema di notazione. I brani sono stati principalmente monofonici e trasmessi dalla tradizione orale. Tuttavia, la necessità di una sorta di notazione divenne evidente nella tradizione sacra del canto. Come la liturgia cristiana è diventata più complessa e variegata, con difficoltà di memorizzazione maggiore per l’esecutore. Il primo passo per risolvere questo problema è venuto con l’introduzione di vari segni scritti sopra i testi di canto, chiamati neumi. L’origine dei neumi non è chiara e soggetta a qualche discussione, però, molti studiosi concordano sul fatto che i loro antenati più vicini sono i classici greci e romani con segni grammaticali che indicavano i punti importanti del canto registrando l’ascesa e la caduta della voce. I due segni fondamentali classici erano le actus, /, che indicavano una raccolta di voce, e la miastenia, \, che indicava un abbassamento.

Questi poi evolsero in simboli di base per la notazione neumatica, il Virga (o “verga”) che indica una nota superiore e ancora sembrava l’acutus da cui derivava, e il punctum (o “dot”) che indica una nota più bassa e, come suggerisce il nome, ha ridotto il simbolo gravis ad un punto. Questo tipo di notazione sembra essersi sviluppata non prima del secolo VIII, ma nel IX secolo si è saldamente affermata come il principale metodo di notazione musicale. La notazione di base del Virga e il punctum sono rimasti i simboli per singole note anche se comparvero altri neumi più sviluppati. Questi neumi erano essenzialmente le combinazioni dei due segni originali. Va notato che questa notazione neumatica di base poteva solo specificare il numero di note e se volevano indicare toni alti o bassi. Non c’era modo di indicare ogni passo esatto, ogni ritmo, o anche la nota di partenza. Queste limitazioni sono un ulteriore indizio che i neumi si svilupparono come strumenti per sostenere la pratica della tradizione orale, piuttosto che a sostituirla. Tuttavia, anche se è nato come un semplice aiuto della memoria, la necessità di adottare una notazione più specifica divenne ben presto evidente.

Lo sviluppo successivo della notazione musicale è stata rappresentata dall’introduzione dei “neumi rialzati”, in cui i neumi sono stati accuratamente posizionati a diverse altezze in relazione gli uni agli altri. Questo ha permesso ai neumi di dare un’indicazione approssimativa della dimensione di un dato intervallo di tempo così come la direzione. Questo ha portato rapidamente a una o due linee, ognuna delle quali rappresenta una particolare nota, di essere immessi nella musica con tutti i neumi relativi. In un primo momento, queste righe non avevano alcun significato particolare, mentre invece una lettera posta all’inizio indicava che nota era stata rappresentata.

Il completamento della notazione è solitamente attribuita a Guido d ‘Arezzo (c. 1000-1050), uno dei più importanti teorici musicali del Medioevo. Va notato che, mentre le fonti più antiche attribuiscono lo sviluppo a Guido, alcuni studiosi moderni suggeriscono che ha agito più come un codificatore di un sistema che era già in fase di sviluppo. Ad ogni modo, questa nuova notazione consentì ai cantori e ai musici di imparare anche pezzi completamente sconosciuto in un tempo relativamente più breve di quello che la tradizione orale richiedeva. Tuttavia, anche se la notazione nel canto aveva compiuto progressi in molti modi, uno dei problemi fondamentali non era ancora stato risolto: il ritmo. Il sistema di notazione neumatica, anche nel suo stato completamente sviluppato, non definisce chiaramente ogni tipo di ritmo per il canto in note.

La teoria musicale

La teoria musicale del periodo medievale ha visto numerosi miglioramenti oltre la prassi precedente, sia per quanto riguarda il materiale, la struttura. Per quanto riguarda il ritmo, invece, questo periodo vide drammatici cambiamenti sia nella sua concezione sia nella notazione. Durante il medioevo non vi era alcun metodo per trascrivere il ritmo, e quindi la pratica ritmica di questa musica antica è soggetto a acceso dibattito tra gli studiosi. Il primo tipo di scrittura per codificare un certo ritmo fu sviluppato solo nel corso del XIII secolo e si basava su una serie di modi di trasporto. Il ritmo fu codificato per la prima volta dal teorico della musica Johannes de Garlandia, autore del De mensurabili musica (ca. 1250), il trattato che definiva e più completamente chiariva una possibile codificazione del ritmo. Nel suo trattato di Johannes de Garlandia descrive sei specie di codificazioni. Ogni codificazione prevedeva un modello in battiti, tempora, all’interno di una comune unità di tre tempora (un perfectio) che si ripeteva ancora e ancora. Inoltre, la notazione senza testo si basava sulle catene di legature (le notazioni caratteristiche con cui i gruppi di note sono tenuti insieme).

Una volta che un ritmo era stato assegnato ad una linea melodica, c’era una piccola deviazione da quel ritmo stesso, anche se gli adeguamenti ritmici potevano essere indicati dai cambiamenti delle legature, fino al punto da cambiare in un altro modo il ritmo. Il prossimo passo in avanti in materia di ritmo venne dal teorico tedesco Franco di Colonia. Nel suo trattato Ars Cantus mensurabilis, scritto intorno al 1280, egli descrive un sistema di notazione di forma diversa in cui le note erano del tutto differenti dai valori ritmici. Questo è un cambiamento notevole rispetto al precedente sistema di de Garlandia. Ciò rappresentò una innovazione che ebbe un massiccio impatto sulla successiva storia della musica europea. La maggior parte della musica scritta superstite del XIII secolo utilizza il metodo di de Garlandia. Il passo successivo nell’evoluzione del ritmo fu compiuto solo dopo l’inizio del XIII secolo con lo sviluppo dello stile Ars Nova.

Il teorico di questo nuovo stile è Philippe de Vitry, famoso per aver scritto la Ars Nova, un trattato del 1322. Questo trattato sulla musica ha dato il nome allo stile di questo periodo intero. Inoltre, il suo contributo alla notazione del ritmo rese possibile la scrittura della musica nei successivi cento anni. In un certo senso il moderno sistema di notazione ritmica è iniziato con Vitry, che ha rotto completamente dai precedenti sistemi di notazione. Questo nuovo stile è stato chiaramente costruito sopra il lavoro di Franco di Colonia. Nel sistema di Franco, il rapporto tra una breve e un semibreve è stato equivalente a quello tra un breve e una lunga. Il tempo era composto da tre semibrevi.

Questa divisione ternaria era valida per tutti i valori delle note. Al contrario, invece, il periodo dell’Ars Nova introdusse due importanti modifiche: la prima è stata una suddivisione ancora più piccola di note (semibrevi, potrebbe ora essere diviso in minime), e il secondo è stato lo sviluppo di “Mensuration”. Con Ars Nova, la ripartizione perfetta del tempo non era l’unica opzione. Vitry sosteneva che il breve poteva essere divisa, per una composizione intera, o una parte di composizione, in gruppi di due o tre semibrevi più piccole. In questo modo, il tempus (il termine che passò ad indicare la divisione del breve) poteva essere “perfetto” (Perfectus Tempus) con suddivisione ternaria, o “imperfetto” (imperfectus Tempus) con suddivisione binaria.

In modo simile, la divisione della semibreve (denominato Prolazione) poteva essere divisa in tre minimi (prolatio Perfectus o Prolazione maggiore) o due minimi (prolatio imperfectus o Prolazione minore) e, al livello superiore, la divisione di periodi lunghi (chiamato modus) poteva essere fatto di tre o due brevi (Perfectus modus o modalità perfetta, o imperfectus modus o modo imperfetto, rispettivamente).

Va notato che, mentre molte di queste innovazioni sono attribuiti a Vitry, e un po’ presenti nel trattato Ars Nova, un contemporaneo e conoscente personale di de Vitry, chiamato Johannes de Muris (Jehan des Mars), offrì il più completo e sistematico trattato delle notazioni tratto da Nova Ars. Il trattato tuttavia figurò come di autori anonimi, ma questo non toglie nulla alla sua importanza per la storia della notazione ritmica.

Per tutta la durata del periodo medievale, la musica sarebbe stata composta principalmente in tempus perfetto, con effetti speciali creati da sezioni di Tempus imperfettus; per questo inoltre c’è una grande controversia in corso tra i musicologi.

Lo stile Ars Nova è rimasto il sistema ritmico principale fino alle opere fortemente dell’Ars subtilior alla fine del XIV secolo. Questo sotto-genere spinse la libertà ritmica fornita da Ars Nova ai suoi limiti, con alcune composizioni con voci diverse scritte nelle firme tempus diverse contemporaneamente. La complessità ritmica che è stata realizzata in questa musica è paragonabile a quella del XX secolo.

Di pari importanza per la storia della teoria musicale occidentale, sono stati i cambiamenti della tessitura, che è venuto con l’avvento della polifonia.

Questa nuova pratica era nota con il nome di organum. L’Organum poteva essere ulteriormente classificati a seconda del periodo in cui veniva scritto. L’organum primi, come descritto nella Enchiriadis può essere chiamato “organum stretto“; l’Organum Strict poteva a sua volta essere suddiviso in due tipi: Diapente (organum durante l’intervallo di una quinta) e diatesseron (organum durante l’intervallo di un quarto). Tuttavia, entrambi questi tipi di organum avuto problemi con le regole musicali del tempo. Se uno di loro era usato in parallelo ad un canto originale per troppo tempo (a seconda della modalità) si sarebbe comportato come un tritono. Questo problema è stato un po’ superato con l’uso di un secondo tipo di organum. Questo secondo stile organum è stato chiamato “organum libero“. Il suo elemento distintivo è che le parti non solo si potevano muovere in parallelo, ma potevano anche muoversi in obliquo, o in contrasto con il movimento. Ciò ha reso molto più facile l’evitare il temuto tritono.

Lo stile di organum finale che si sviluppò successivamente era conosciuto come “organum melismatici“, fu caratterizzato da una partenza piuttosto drammatica dal resto della musica polifonica. Questo nuovo stile non era nota contro nota, ma era piuttosto una linea sostenuta accompagnata da una linea florida melismatici. Questo tipo di organum finale fu ripreso anche dal più famoso compositore polifonico di questo tempo, Léonin. Inoltre, questo tipo di polifonia influenzò tutti gli stili successivi, con più tardi i generi di mottetti polifonici a partire da una metafora delle attuali organums Notre Dame.

Un altro elemento importante della teoria musicale medievale fu l’unico sistema tonale adottato all’epoca. Durante il Medioevo, questa disposizione sistematica caratterizzata di una serie di passaggi e di tutta la procedura è ciò che noi oggi chiamiamo una scala, era conosciuto come una modalità.

La finalis era il tono che funge da punto focale per le modalità. Era anche utilizzato quasi sempre come il tono finale (di qui il nome). Il tono di recitazione (a volte indicato come il tenore o confinalis) era il tono che serve come il principale punto focale nella melodia (soprattutto internamente). In genere è anche il tono più spesso ripetuto in pezza, e infine l’intervallo (o ambitus) che era la tonalità massima proscritto per un dato modo. Gli otto modi potevano essere ulteriormente suddivisi in quattro categorie in base al loro definitivo finalis. Teorici medievali li hanno chiamati coppie maneriae e classificati in base al numero ordinale greco. Quelle modalità che sono d, e, f, g e la loro finale sono inseriti nella protus gruppi, deuterus, tritus, e tetrardus rispettivamente. Questi potevano poi essere ulteriormente suddivisi a seconda se la modalità fosse “autentico” o “plagale“.

La teoria della musica medievale e Guido d’Arezzo e l’esacordo

Guido d’Arezzo nacque intorno al 995 d.C. in un villaggio vicino a Pomposa (Ferrara). Entrò nel monastero benedettino dell’abbazia di Pomposa e poi si trasferì ad Arezzo, dove maturò il suo nuovo metodo per l’apprendimento del canto liturgico, che espose al papa Giovanni XIX, il quale ne favorì la propagazione.

Le sue opere:

  • il micrologus de musica, considerato il più importante trattato del Medioevo,
  • il prologus in anthiponarium in cui l’antifonario viene dato nella nuova notazione. Inoltre diede un nome ai neumi e ciò perché sosteneva che il cantore doveva conoscere il canto in assenza di una notazione ed essere capace di intonarlo. L’obiettivo di Guido D’Arezzo era quello di trovare un sistema che consentisse al cantore di intonare un canto senza averlo mai visto prima. Per imparare le note, bisognava dare loro un nome, dunque il canto doveva essere scisso dal testo. Allora, prese l’inno a S. Giovanni, molto conosciuto perché S. Giovanni era il protettore dei cantori, staccò dal contesto le sillabe e le note iniziali dei versetti costituirono un esacordo:
  • Guido d’Arezzo fu una figura importante nella storia della notazione musicale, soprattutto per l’impostazione del modo di leggere la musica: inventò il tetragramma e utilizzò la notazione quadrata.
  • (UT) QUEANT LAXIS
  • (RE) SONARE FIBRI
  • (MI) RA GESTORUM
  • (FA) MULI TUORUM
  • (SOL) VE POLLUTI
  • (LA) BII REATUM
  • (S) ANCTE (J)OANNES Traduzione: affinché i fedeli possano cantare con tutto lo slancio le tue gesta meravigliose, liberali dal peccato che ha contaminato il loro labbro, o S. Giovanni.Guido d’Arezzo individuò tre tipi di esacordo
  • Successivamente, ut, troppo difficile da pronunciare, venne trasformato in do da Giovan Battista Doni, prendendo spunto dall’inizio del suo cognome. Guido D’Arezzo realizzò anche il sistema esacordale che non fu un sistema teorico, ma un metodo didattico, con la funzione pratica di aiutare i cantori ad intonare i canti. Organizzò la successione delle note in esacordi perché la maggior parte dei canti stavano nell’ambito di 6 note ed erano le sei note che stavano nel tetragramma.
  • Esacordo naturale: do-re-mi-fa-sol-la
  • Esacordo molle: fa-sol-la-sib-do-re
  • Esacordo duro: sol-la-si-do-re-mi

Guido ebbe un’intuizione geniale perché decise di chiamare ut, re, mi, fa, sol, la non solo le note dell’esacordo naturale, che corrispondevano come altezze reali a do, re, mi, fa, sol, la, ma anche le note dell’esacordo molle. In sostanza, siccome un canto stava nell’ambito di un esacordo, se stava da fa a re, Guido faceva intonare ut, re, mi, fa, sol, la anche se l’altezza reale era sol, la, si, do, re, mi. Questo perché tutti e tre gli esacordi hanno il semitono fra il 3° e il 4° suono. Chiamando tutti gli esacordi ut, re, mi, fa, sol, la, il semitono cadeva e veniva chiamato sempre mi-fa, quindi il cantore sapeva che, quando intonava mi-fa, aveva un semitono, quindi se c’era un canto che andava dal sol al mi, i cantori cantavano ut, re, mi, fa, sol, la e sapevano che quando cantavano mi-fa dovevano fare un semitono. Con Guido d’Arezzo nasce l’idea che utilizzando una notazione leggo le note e imparo un canto, quindi lo posso fare anche da solo, senza bisogno che qualcuno me lo insegni. Tutto funziona benissimo finché il canto sta nell’ambito di un esacordo. A questo punto si pone il problema della mutazione cioè il problema di cambiare, di mutare il nome delle note. Allora Guido D’ Arezzo stabilì a che punto si doveva cambiare il nome delle note e fissò questa regola da un 1° esacordo ad un secondo esacordo. Si cambiava l’altezza del semitono in modo che il semitono venga sempre chiamato mi-fa. Quindi tutte le volte che si passa da un esacordo all’altro, quindi tutte le volte che c’è la mutazione, la successione è sol- mi- fa. Questo è il motivo per cui questo metodo si chiama solmisazione. I suoni assumevano, così, nomi diversi in base al posto che occupavano nel sistema degli esacordi: ad esempio, il primo sol veniva chiamato “ut”; il secondo “sol-re”, poiché nel passaggio tra il primo esacordo ed il secondo, il la, seguito da sibem, veniva chiamato mi e di conseguenza il sol diventava re; il terzo sol, poi, veniva chiamato “sol-re-ut”, perché nel passaggio dal secondo al terzo esacordo (che conteneva sibeq-do), il sol diventava ut.

Per facilitare ai cantori la pratica della solmisazione venne inventata la mano guidoniana: sulla mano sinistra veniva messa la notazione alfabetica di Oddone da Cluny (= lettere maiuscole = ottava grave; minuscole = ottava media; doppie minuscole = ottava acuta). Guardando questa mano doveva essere più facile praticare la solmisazione. La mano guidoniana aiutava, dunque, la pratica della solmisazione.

 

 

Fine terza parte

Note e bibliografia riportate nell’ultima parte.

Gloria Berloso

Gloria Berloso

febbraio 29, 2016

Una canzone può cambiare la sorte di una persona?

Nella storia della musica ci sono molte canzoni che hanno segnato l’esistenza dei loro autori. Cercherò di ricordarne alcune che hanno avuto riscontro in una parte di pubblico soprattutto giovanile, sensibile e pacifista.
Senza andare in ordine nel tempo ma riferendomi agli anni sessanta e settanta, mi vengono in mente le canzoni che maggiormente sono entrate nel cuore e nella mente di milioni di persone in tutto il mondo e non sono più uscite. Naturalmente mi riferisco a quei brani che in maniera decisa si scontravano con il pensiero politico, la guerra, il razzismo, la libertà di pensiero.
Tutti sappiamo che i maestri, allora censurati, combattuti, perseguitati sono stati ancor prima degli anni sessanta, Woody Guthrie e Pete Seeger. E proprio da una ballata di Arlo Guthrie, figlio di Woody che vorrei partire. La canzone, lunga 18 minuti, racconta la storia vera di Arlo, arrestato nel novembre del 1965 in un centro di reclutamento a Manhattan, dopo una visita psichiatrica per verificare i requisiti militari e la capacità conseguente di uccidere bambini, violentare donne e sterminare interi villaggi.

Arlo Guthrie

Arlo Guthrie

La canzone è naturalmente Alice’s Restaurant scritta nel 1967 e alla quale si ispira l’omonimo film del 1969 di Arthur Penn, che diventa molto popolare tra i figli dei fiori ma anche un punto di riferimento, per il dialogo, la libertà e la fraternizzazione. Per chi non lo sapesse il ristorante si trovava in una chiesa sconsacrata di Great Barrington nello stato del Massachusetts.
Un’altra canzone che dovrebbe essere riascoltata spesso e nel tempo è sicuramente Ohio, scritta da Neil Young e pubblicata come singolo nel 1970 da Crosby, Stills, Nash & Young. Il brano racconta quanto avvenuto nel campus della Kent University nello stato dell’Ohio il 4 maggio 1970, quando la Guardia Nazionale sparò ad altezza uomo contro i manifestanti, uccidendo quattro studenti. Il governatore d’allora ne chiese l’immediata censura ritenendola un incitamento alla violenza. Forse molti non sanno che la Guardia Nazionale era una forza militare di riserva e fu utilizzata proprio negli anni sessanta e settanta contro le manifestazioni studentesche. Alla Guardia Nazionale facevano soprattutto parte i figli privilegiati di una ben determinata classe sociale e in questa maniera non venivano arruolati nell’esercito in partenza per il Vietnam.


Young affermò nelle note interne dell’antologia Decade del 1976 come i disordini alla Kent State University fossero stati “probabilmente la più grande lezione mai ricevuta circa la violazione dei diritti civili su suolo americano”, e ricordò che David Crosby pianse quando finirono di registrare il brano.
Dopo questa canzone, il movimento statunitense di controcultura considerò C.S.N.Y. dalla propria parte, dando ai quattro musicisti lo status di leader e portavoce delle istanze libertarie del movimento contestatario per tutto il decennio successivo.
Un’altra canzone scritta per diretta esperienza della sua autrice Joan Baez, è Where Are You Now, My Son? Una chiara e netta denuncia alle bombe sganciate dai suoi connazionali nel dicembre 1972 ad Hanoi. Le urla di una madre che sembra canti mentre dice I miei figli, i miei figli, dove siete ora figli miei? I suoi figli erano da qualche parte, in una tomba di fango e lei come un vecchio gatto li cercava dove li aveva visti prima delle bombe.
Questa canzone e la registrazione diretta sul luogo del massacro provocarono una reazione tale nella destra statunitense tanto che Joan Baez già perseguitata per anni, e incarcerata nel 1967 dove partorì suo figlio nel 1969, continuò ancora di più il suo impegno contro la guerra.

JOAN BAEZ

JOAN BAEZ

Nel 1969 uscì un album con una ballata che occupava tutto il lato B del disco. S’intitolava Monster e fu considerato un capolavoro assoluto degli Steppenwolf, gruppo formato da John Kay (voce) e da Jerry Edmonton (batterista). Anche questo brano era lungo venti minuti circa e ripercorreva la storia degli Stati Uniti con l’arrivo dei profughi religiosi che rubavano la terra ai nativi per costruire la grande nazione e raccontava degli abusi, della corruzione, della guerra civile.
La musica di John Kay ha sempre avuto un sottofondo di coscienza sociale. Da ragazzo fuggì dalla Prussia Orientale con la madre e successivamente seguì la strada del Rock’n’roll mentre ascoltava la radio delle forze armate degli Stati Uniti nella Germania Ovest. Queste prime esperienze lasciarono un segno indelebile su Kay e aprirono la strada ad un impegno per la musica potente e testi significativi. Questo impegno fu cementato nel 1965, quando Kay partecipò ad un seminario di canzoni d’attualità al Newport Folk Festival con Bob Dylan e Phil Ochs. La musica degli Steppenwolf diventò la colonna sonora della guerra del Vietnam e Monster l’inno dei manifestanti.

Steppenwoolf

Steppenwoolf

Un’altra canzone che segnò la vita di John Lennon, componente dei Beatles e baronetto inglese, fu sicuramente Give Peace a Chance nel 1969. Il brano che divenne un messaggio universale di milioni di persone in ogni parte del mondo, cantato nelle manifestazioni pacifiste assieme alla già celebre We Shall Overcome. La vita di Lennon dopo lo scioglimento con i Beatles e il trasferimento negli Stati Uniti cambiò radicalmente. Costretto nel nuovo paese per i suoi ideali politici, iniziò proprio con questa canzone ed in seguito con Imagine e molte altre, una crociata pacifista contro la guerra in Vietnam. Iniziò inoltre a difendere i musicisti dai predoni delle case discografiche aderendo al Rock Liberation Front, a solidarizzare con Le Pantere Nere, a partecipare ai raduni, a deprecare la repressione violenta nelle carceri con la canzone Attica State, a condannare il colonialismo britannico nell’Irlanda del Nord. Con Yoko Ono condusse una battaglia assolutamente storica ma ebbe vita molto dura dato che fu spiato fino alla sua morte avvenuta nel dicembre del 1980 ad opera di un pazzo che gli ha sparato. Naturalmente questo omicidio resta ancora oggi una incognita per il semplice fatto che Lennon fu sorvegliato a vista, ottenne la cittadinanza americana nel 1975 dopo una prova di forza con le autorità che nel 1973 gli intimarono di allontanarsi dal paese.

John Lennon

John Lennon

Una canzone che cambiò la vita al suo autore fu nel 1969 Le Métèque, tradotta in italiano da Bruno Lauzi con l’assistenza del suo autore Moustaki stesso che l’italiano lo parlava in casa da piccolo, essendo la sua una famiglia di ebrei sefarditi originari di Corfù, isola greca ionica dove però l’italiano era lingua corrente e storica. Métèque in italiano si traduce con meticcio. Nell’antica Atene i meteci erano gli stranieri greci residenti nelle città dell’Attica per un periodo determinato. Questi stranieri erano obbligati a iscriversi ad una lista, avere un protettore e pagare una tassa. Nella tripartizione delle classi, i meteci stavano in mezzo tra i cittadini e i non liberi.
George Moustaki con questa canzone volle rispondere ad una amica che lo aveva chiamato appunto métèque, non riconoscendolo francese puro ovvero immigrato. La canzone quindi nascondeva un significato profondo, diventò un inno all’essere straniero con la semplicità delle parole al fine di farsi capire meglio alla donna che lui desiderava.
Nacque un capolavoro.
Moustaki aveva la gran dote dell’intelligenza e dell’equilibrio e continuò rigorosamente la sua strada senza scendere a compromessi ideologici e commerciali, non preoccupandosi di scontentare coloro che lo avevano esaltato, per seguire solamente il suo istinto, la sua vena.
Ancora oggi la maggior parte della gente ricorda Lo Straniero:

Geoge Moustaki

George Moustaki

CON QUESTA FACCIA DA STRANIERO
SONO SOLTANTO UN UOMO VERO
ANCHE SE A VOI NON SEMBRERA’
CON GLI OCCHI CHIARI COME IL MARE
CAPACI SOLO DI SOGNARE
MENTRE ORAMAI NON SOGNO PIU’
META’ PIRATA META’ ARTISTA
UN VAGABONDO UN MUSICISTA CHE RUBA
QUASI QUANTO DA’
CON QUESTA BOCCA CHE BERRA’
DA OGNI FONTANA CHE VEDRA’
E FORSE MAI SI FERMERA’
CON QUESTA FACCIA DA STRANIERO
HO ATTRAVERSATO LA MIA VITA
SENZA SAPERE DOVE ANDARE
È STATO IL SOLE DELL’ESTATE
E MILLE DONNE INNAMORATE A MATURARE LA MIA ETA’
HO FATTO MALE A VISO APERTO
E QUALCHE VOLTA HO ANCHE SOFFERTO
SENZA PERO’ PIANGERE MAI
E LA MIA ANIMA SI SA
IN PURGATORIO FINIRA’
SALVO UN MIRACOLO ORAMAI
CON QUESTA FACCIA DA STRANIERO
SOPRA UNA NAVE ABBANDONATA
SONO ARRIVATO FINO A TE
E ADESSO TU SEI PRIGIONIERA
DI QUESTA SPLENDIDA CHIMERA E
DI QUESTO AMORE SENZA ETA’
SARAI REGINA E REGNERAI
LE COSE CHE TU SOGNERAI
DIVENTERANNO REALTA’
IL NOSTRO AMORE DURERA’
PER UNA BREVE ETERNITA’
FINCHE’ LA MORTE NON VERRA’
IL NOSTRO AMORE DURERA’
PER UNA BREVE ETERNITA’
FINCHE’ LA MORTE NON VERRA’

In questo articolo ho descritto le mie conoscenze personali nell’intento di risaltare un contenuto sociale ancora indistinto, da trovare e ricercare in certi momenti per uscire dal groviglio psicologico della mia educazione mai sinceramente definita per posarsi su constatazioni di sofferenze umane e di dolore.

Gloria Berloso

Gloria Berloso

gennaio 11, 2016

Starman David Bowie se n’è andato

Non sapevo che ora fosse, le luci erano basse, mi appoggiai comodamente, ascoltando la radio. Dei musicisti jazz suonavano rock and roll e molto soul, dissero. Poi il suono parve farsi sempre meno forte ritornò come una voce piana in un’onda di fase. Non erano di certo dei disc-jockeys, quelli: era una strana burla cosmica.

In cielo c’è un ultra terrestre, un uomo delle stelle. Vorrebbe venire a farsi conoscere, ma pensa che le nostre menti salterebbero a causa sua. Un ultra terrestre sta attendendo in cielo. Ci ha detto di non sbagliare, perché sa che è necessario. Mi ha detto: “lascia che i bambini perdano, lascia che i bambini facciano, lascia che i bambini ballino”. Sentivo il bisogno di telefonare a qualcuno, così ho chiamato te.

Hey, incredibile, l’hai sentito pure tu?

Se accendi il televisore, può darsi che lo prendiamo sul secondo canale. Guarda fuori la finestra, vedo la sua luce. Se riusciamo a fargli dei segnali, è possibile che atterri questa notte. Ma non dirlo a papà, perché ci chiuderebbe dentro per paura.

Reise ins Labyrinth, Die USA 1986 Regie: Jim Henson Darsteller: David Bowie Rollen: Koboldkoenig Jareth

Reise ins Labyrinth, Die USA 1986 Regie: Jim Henson Darsteller: David Bowie Rollen: Koboldkoenig Jareth

David Bowie, spesso disilluso ha abbandonato varie volte le scene. Il suo animo sensibile e i paurosi esaurimenti nervosi vinti dalla sua creatività lo hanno portato a ritornarci sempre con un gusto ed un culto dell’estetica che pochi artisti sono riusciti ad esaltare al pari suo. Bowie è sempre stato pronto a fare del nuovo, dello strabiliante, del rock che non risentiva delle influenze Dylaniane. Le sue canzoni sono fascinose, provocatorie, eccellentemente ben strutturate dal punto di vista musicale e in netto contrasto con l’ambiente americano. C’è tristezza quando dedica alcune note a Bob Dylan; ammirazione e tanta ironia nelle note dedicate a Andy Warholl; c’è rottura dopo i contrastanti rapporti con l’ex amico Lou Reed con la canzone del travestito Queen Bitch. Bowie è il marziano che diventa il simbolo del neo edonismo inglese con tutta la sensualità di Oscar Wilde, scrittore maledetto e rinnegato di Doryan Gray.

David Bowie 2Dorian Gray è Bowie per il quale il narcisismo Wildiano non può far a meno di tingersi di toni avveniristici. All’estrema fragilità e debolezza del personaggio Bowie non resta che l’ironia, il sarcasmo su di sé e sul suo successo nell’enorme circo che è il rock dove David è il clown, il travestito, il marziano, il cosmico menestrello.

Nel bellissimo disco Ziggy Stardust. uscito negli anni ’70 parla di sé, della sua bellezza, del suo super io, di Doryan Gray, e anche se i loro nomi non compaiono, il brano ne è intriso sino a trasudare gli effetti in un edonismo lampante.

David Bowie non ha mai però imposto nulla al pubblico, lui crea per il pubblico, cerca di provocare la curiosità e l’immaginazione, è libero da qualsiasi mercificazione. Lo ho dimostrato con il suo ultimo video in un letto d’ospedale. Per quanto ogni giudizio sul personaggio Bowie sia azzardato, credo che rimanga uno dei più grandi artisti in cui la comunicatività è spinta al massimo.

Non intendo dare delle indicazioni su cosa ascoltare di David Bowie; credo valga la pena di ascoltare tutto ciò ha creato, non solo la sua ultima opera Blackstar. La sua musica è per dirla con un termine inglese, exciting, una sorta di eccitazione che ne deriva dall’ascoltarla che non è tutta e solo fisica ma va al di là dei cinque sensi, ed arriva ad investire le sfere profonde del nostro cervello.

La sua voce ha sempre avuto una efficacia tutta sua ed un fascino magnetico; sempre modulata con immensa maestria, toccando ora toni bassi e gravi, ora raggiungendo falsetti leziosi e quasi femminili.

Avessi potuto catturare anche una sola goccia di tutta l’estasi che ci pervase quel pomeriggio, poter disegnare quell’amore su di un pallone bianco, e farlo volare dalla cima più alta di tutte le cime che l’uomo ha celato dietro il suo cervello.

Gloria Berloso

 

ottobre 10, 2015

Zeki Çağlar Namlı, l’inventore dello stereo naturale su chitarra e Baglama.

Zeki Çağlar Namlı, è nato nel 1981 a Trabzon ed ha iniziato a studiare musica quando aveva 8 anni; si avvicinò al Baglama quando ne aveva 14 .

Zeki Çağlar Namlı Model Bağlama

Zeki Çağlar Namlı Model Bağlama

Anche se non ha ricevuto un’educazione Baglama molto intensa, è stato in grado di assimilare le tecniche tradizionali e molto abilmente di percorrere una insolita strada combinando nuove tecniche. Nello stesso periodo si è inscritto al Conservatorio Statale di Musica in Turchia.

In questi anni ha riscoperto e ridefinito il Baglama, creando un nuovo stile musicale, che spazia dal jazz alla world music, un nuovo tono di colore e una tecnica particolare.

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Il Baglama è uno strumento a corde usato dai popoli del Mediterraneo Orientale, da alcune regioni dell’Asia Centrale e del Medio-Oriente. Dal turco baglamak significa legare. Molti degli strumenti che in qualche modo assomigliano al Baglama, sono stati trovati negli scavi archeologici in Anatolia tra i cumuli dei Sumeri e degli Ittiti.

Baglama

Baglama

 
Secondo Namlı, la musica è un tutt’uno. Con lo stile sviluppato negli anni di studio, ha creato un sacco di composizioni e ha dato numerosi concerti.

L’invenzione stereo naturale per gli strumenti a corda, iniziata nel 2000 è stata completata nel 2002 e Namlı ha ottenuto il brevetto per questa invenzione. Con questo sistema, che ha applicato su due strumenti, Stereo Baglama e Chitarra Stereo, gli strumenti possono essere ascoltati come in un impianto stereo naturale dove l’ottava musicale si espande ed emerge un nuovo suono che porta anche ad una modifica della tecnica della musica strumentale.

Zeki Çağlar Namlı

Zeki Çağlar Namlı-Album

Il suo primo album, “La Lune”, uscito nel 2006 comprende composizioni strumentali. Mentre le composizioni nell’album più recente (2015) sono già trasmesse da molte radio internazionali, con
lo stereo naturale Baglama; una delle sue composizioni è inserita nei cataloghi degli strumenti innovativi in vari campi. In questi anni ha accompagnato molti artisti in concerti ed dischi, ha preso parte in opere comuni a breve termine. La maggior parte di questi lavori sono stati inclusi negli album di completamento.

Uno di questi è la composizione chiamata “Senden Sonra: all’inizio del disco “Homegrown Istanbul.” Nel 2007, al fine di rafforzare il rapporto tra musica popolare e la musica strumentale, ha creato un programma televisivo concept in un format stile concerto chiamato “Müziğin Diliyle” (con la Lingua della Musica) ed ha iniziato le riprese demo alla fine del 2008.
In questo programma, i musicisti interpretano le immagini di fronte a loro con la Musica, improvvisando.

Nel 2010, ha pubblicato l’album dove duetta con Dominique Di Piazza, un notevole nome nel mondo della chitarra basso.

album
Nel 2012, il programma “Müziğin Diliyle,” (con il linguaggio della musica) e il modo di sviluppare i suoni da lui, ha iniziato ad essere trasmesso. Namlı non ha solo suonato, ma è stato anche il presentatore della programma. Egli ha interpretato le questioni relative alla vita, la musica e
problemi popolari in tutto il mondo, con quasi cinquanta ospiti internazionali.
Finora ha fatto un notevole sforzo per migliorare il potenziale suono, la musica e la tecnica dello strumento che suona e il lavoro è in continuo miglioramento.
In questi anni ha reinventato e ridefinito un nuovo timbro, ovvero una nuova tecnica in larga scala creando un nuovo stile nel mondo della musica jazz.
La musica di Namli è semplicemente unica. Numerosi sono i concerti che Namli ha dato in tutto il mondo.

Con questi strumenti etnici, a parte la musica tradizionale della propria terra, con l’impianto stereo avanzato ed universale, la tecnologia si trova a lottare per l’armonia e la struttura melodica. Questo processo, anche se in ritardo perché si è cercato di superare gli sforzi personali con strumenti etnici, per adattarsi ai tempi degli ultimi sviluppi là dove la percezione della musica, la comprensione universale della musica sta cercando di prendere parte a diverse interpretazioni.

Oggi l’armonia si sposa con le tecniche di improvvisazione delle sfide più importanti nella riflessione di strumenti etnici; conoscenze musicali limitate ed acquisite in precedenza dal musicista, i metodi sbagliati, le teorie, trovano all’interno delle tecniche di suono, la comprensione della musica. In questo senso, i dati scientifici più accurati e l’attuazione di educazione musicale è molto importante: lavorare con il metodo universale di strumenti etnici e uno strumento che in sé non perde nulla della musica tradizionale, ma piuttosto aggiunge.
Questa evoluzione, anche se molto difficile e dolorosa, è essenziale in termini di apertura del fronte allo sviluppo dello strumento e certamente, un giorno diventerà comune.
L’armonia è la musica della natura, Namli è stato il primo a scoprirlo. In questo senso, invece di formazione fornita attraverso una sola decisione, le sequenze principali secondarie e modali si intrecciano, in modo che tutti gli elementi di base della musica tonale, tutte le voci devono essere somministrate all’inizio della formazione sugli standard.

Canım Kızım – Emre Karabulut & Zeki Çağlar Namlı 2015

Autore : Gloria Berloso

settembre 28, 2015

iostoconletartarughe, il libro di Simonetta Bumbi – Riedizione

Prossima Pubblicazione

“EMIGLI EDITORE”

(stavolta ci abbiamo messo il cuore)

iostoconletartarughe

iostoconletartarughe

settembre 16, 2015

Premio Buscaglione Edizione 2015

premiofred_iscrizioni

Dal 15 settembre, sono aperte le iscrizioni al Premio Buscaglione, il concorso a cadenza biennale dedicato alla figura artistica di Fred Buscaglione che nelle prime tre edizioni si è affermato come una delle più interessanti manifestazioni italiane dedicate alla canzone d’autore. Un Premio giovane e dinamico, il primo in Italia ad aver dato la possibilità di iscriversi sul web, gratuito ed aperto a tutti.

Il Primo Premio consisterà in 3000 euro e nella possibilità di esibirsi in 5 dei festival partner della rassegna, il Premio della Critica darà diritto a 1500 euro e alla possibilità di esibirsi in 10 dei festival partner della rassegna, il Premio La Tempesta Dischi consentirà di vedere un proprio brano inserito all’interno della compilation prodotta annualmente della più prestigiosa etichetta indipendente Italiana ed infine il Premio King Kong – Radio 1 consentirà di presentare il proprio progetto all’interno della celebre trasmissione condotta da Silvia Boschero.

La nuova edizione segue di qualche mese la pubblicazione della compilation “Sotto il Cielo di Fred – un tributo a Fred Buscaglione”, realizzata per finanziare il Premio e a cui hanno partecipato, manifestando il proprio sostegno alla rassegna, artisti del calibro di Brunori sas, Dente, Bugo, Lo Stato Sociale, Perturbazione.

Fred Buscaglione

Fred Buscaglione

http://https://drive.google.com/folderview?id=0B-wvRS5BoH_bQ0tYWEs4R2ZOams&usp=sharing

www.libellulapress.it

ilblogfolk di Gloria Berloso

settembre 16, 2015

Galilei censurato per la prima volta in mostra a Orvieto per la Biennale dell’Eresia

Galilei censurato per la prima volta in mostra a Orvieto per la Biennale dell’Eresia

25, 26, 27 settembre Orvieto, Biblioteca L. Fumi (P.zza Febei 1, Orvieto)
Sidereus Nuncius

Sidereus Nuncius

Il Sidereus Nuncius originale, esposto per la prima volta alla Biennale dell’Eresia #ereticofuturo
Presso la Biblioteca L. Fumi, visibile al pubblico l’originale di uno dei testi più rivoluzionari di tutti i tempi, messo all’indice dalla Chiesa Cattolica nel 1610
Il 25, 26 e 27 settembre 2015, in occasione della Biennale dell’Eresia #ereticofuturo – tre giorni di incontri e scambi a Orvieto per sensibilizzare istituzioni e governatori, intellettuali e produttori sul grande tema dell’Eresia come innovazione, con ospiti del calibro di Mariana Mazzuccato e Giulio Giorello –  sarà possibile vedere da vicino un’originale del Sidereus Nuncius di Galileo Galilei.
Un’opera rivoluzionaria e fondamentale alla scienza moderna, che fece aprire gli occhi sull’Universo rendendolo “visibile” per tutti.
Un testo che svelò al mondo l’esistenza dei 4 satelliti di Giove, i crateri lunari, confermando la teoria eliocentrica avversa alla Chiesa Cattolica, che impose la sua messa all’indice, censurando uno dei saggi più importanti dell’astronomia di tutti i tempi.
Oggi a distanza di oltre 400 anni dalla sua pubblicazione, la copia originale del Sidereus Nuncius di Galileo Galilei viene esposto al pubblico a Orvieto, dal 25 al 27 settembre 2015 presso la Biblioteca L. Fumi in occasione della Biennale dell’Eresia coordinata dal giornalista e intellettuale Michele Mezza.
Tra i massimi pensatori italiani di tutti i tempi, “eretico”, innovatore e visionario, Galileo Galilei sarà lume, insieme alla figura rivoluzionaria di Giordano Bruno, della Biennale dell’Eresia #ereticofuturo: un grande melting pot di idee e proposte che vede protagonisti gli “eretici contemporanei” e mira ad aprire uno squarcio nella pratica di eresia per creare una vera scuola di  innovazione  creativa che parli al mondo concreto…per tentare l’impossibile.
Perché, come disse un altro grande pensatore come Alan Turing, padre del moderno computer ed eretico dei suoi tempi: “L’innovazione cresce lungo l’incerta linea che separa, l’iniziativa dalla disubbidienza”.
Ufficio Stampa HF4
settembre 13, 2015

Intervista ai Nnebia, rock band finalista a Lanterne Rock, Premio Nazionale della canzone d’autore di Vische e del Canavese.

Gloria Berloso, Davide Giannotto,David Bonato e i Nnibia

Gloria Berloso, Davide Giannotto,David Bonato e i Nnibia

Si è chiusa  la terza edizione del Premio Nazionale della Canzone d’Autore di Vische e del Canavese all’interno del Lanterne Rock Festival a Vische (TO).

Premiati dalla giuria e dai Perturbazione (che si sono esibiti come ospiti speciali) ecco i nomi dei vincitori: Nico Maraja da Roma è giunto terzo classificato, secondo posto per Degian da Brescia mente il primo posto è stato assegnato al ferrarese Icio Caravita.

Caravita segue nel palmares le affermazione de Lastanzadigreta (2013) e Lorenzo Malvezzi (2014).

La manifestazione si è svolta con una buona affluenza di pubblico soprattutto per la rock band torinese dei Proclama (sabato 5 circa 2000 persone) e per la toccante esibizione acustica dei Perturbazione che hanno scaldato i presenti con una performance d’altissimo livello.

Da citare l’altissimo livello artistico dei partecipanti al Premio Nazionale della Canzone d’Autore di Vische e del Canavese giunti da tutta Italia, Sardegna compresa.  Oltre ai tre vincitori già segnalati si sono sfidati Andrea De Balsi (Caserta), Antonio Nola (Treviso), Chiara Lobina (Genova), Elisabetta Gagliardi (Alessandria), Pasquale Demis Posadinu (Sassari), Nnebia (Mantova).

La giuria era composta dalla giornalista musicale Gloria Berloso (Bravonline), dal produttore discografico Fabio Lionello (Tam Tam Production), dal dj radiofonico Marco Balma (Urban The Best), dal fotografo Sergio Cippo e dall’insegnate di lettere e scrittrice Maria Teresa Binello. Coordinamento affidato all’ufficio stampa del Festival David Bonato (davvero comunicazione/Vrec)

Il Festival Lanterne Rock ed il Premio Nazionale per la Canzone d’Autore di Vische e del Canavese è una manifestazione aperta a tutti gli autori, cantautori, solisti o gruppi musicali, con contratto discografico in essere o liberi da vincoli contrattuali. Il concorso ha lo scopo di valorizzare e promuovere artisti e progetti musicali innovativi e di qualità.

L’evento è stato patrocinato da: Regione Piemonte, Comune di Vische ed organizzato dall’Associazione Culturale Promozione Artistica Eventi ed è stato presentato dal bravissimo Flavio Piovano,

Dopo l’intervista al vincitore, Icio Caravita, pubblicata l’otto di settembre, qui sotto pubblico l’interessante intervista all’unico gruppo rock presentatosi quasi al completo sul palco: Nnebia. Cito anche una loro breve biografia come segue:

I Nnebia sono una band rock indipendente italiana nata a Mantova nel 2006. Attualmente la line up è formata da Davide Giannotto (voce e secondo chitarrista del gruppo), Nicola Caleffi (pianoforte, tastiere e synth), Francesco Salis (chitarra solista), Gabriele Grespan (basso), Elia Ziviani (batteria e percussioni).

Nel 2008 incidono un primo EP, mai ufficialmente pubblicato, che li porta ad aprire i concerti di Fratelli Calafuria, Ministri, Negrita, Cisco e Nomadi. Nel 2010 inizia un intensa attività live, che vede consacrate le qualità sceniche della band con l’esibizione all’Alcatraz durante la finale di Emergenza Festival (2011).

Nel 2012 la band inizia la produzione artistica ed esecutiva di diversi brani: “La parata del nulla”, documentario in musica, “Memorie made in Italy” cantata insieme al rapper Virgo, “Solo mezz’ora” con il quale si aggiudicano il primo premio nella 59ª edizione del festival di musica internazionale Gondola d’Oro, come nuove proposte (Gondola d’Argento).

I brani andranno a comporre il loro primo album, “Alto Tradimento” grazie al supporto tecnico, artistico e professionale dell’associazione culturale ContamiNazione da loro fondata.

L’INTERVISTA A CURA DI GLORIA BERLOSO REGISTRATA A VISCHE DA DAVIDE BONATO (DAVVERO COMUNICAZIONE) A:

DAVIDE GIANNOTTO portavoce e autore dei NNEBIA

Davide Giannotto (Nnebia)

Davide Giannotto (Nnebia)

G.B. 1) Che cos’è per te la musica?

D.G. La musica è un vettore di espressioni, esprime quello che abbiamo dentro, i nostri concetti. E una domanda difficile nel senso che è tante cose. Direi che principalmente è questo.

G.B. 2) Scrivere canzoni è in genere un’attività solitaria ma alle volte può essere necessario un team di supporto. C’è qualcuno che ti aiuta o ispira?

D.G. Parlo al plurale, che ci ispirano ci sono tantissimi artisti musicali ma anche artisti di altro tipo. Ci ispira il mondo che ci sta attorno e ci stimola però il team di supporto per me che sono l’autore magari dei testi e magari della canzone strutturata nei quattro accordi, è fondamentale nel senso che la band, il team che ha scelto, perché noi ci siamo scelti, è fondamentale perché non faremmo il risultato del nostro suono, dei nostri testi e di tutto il pezzo a 360°; di tutto il lavoro è frutto sicuramente del team.

G.B. 3) Fabrizio De André sosteneva che il lavoro del critico musicale è un’arte complessa che differenzia l’arte vera da quella falsa. Che ne pensi a tal proposito?

D.G. Il lavoro del critico musicale hai detto, la citazione non la conoscevo. Il lavoro del critico non è un lavoro semplice nel senso che dipende per chi lavora, credo io. Il critico alla Mollica, il critico che ti deve fare l’articolo per il giornale tende a parlare sempre bene e in maniera positiva, poi c’è la critica magari come c’è stata posta ieri, che è una critica volutamente costruttiva. Ecco, io mi auguro che il critico sia più vicino a quella che ci è stata fatta ieri nel senso che ci ponga le cose come stanno su una base, mi auguro io, di esperienza: ti critico perché ho il diploma di conservatorio, perché lavoro nel settore, perché sono una professoressa di italiano e ti faccio la puntualizzazione sull’italiano che è importante. Perciò l’arte vera da quella falsa, credo abbia anche una metafora all’interno di questa frase. È una domanda difficilissima… (G.B. Anche perché Fabrizio logicamente si metteva nei panni della critica che secondo me è un po’ sottovalutata dalla maggioranza degli artisti). D.G. Certo. Se i presupposti dell’arte e dell’artista sono puri al 100%, come noi proponiamo come team, come siamo e come pensiamo, io mi auguro che la critica sia a pari livello, sia pura.

G.B. 4) Il suono e la voce sono elementi essenziali per esprime al meglio quello che vogliamo e desideriamo comunicare ma devono essere veri. Negli ultimi anni in Italia, il linguaggio, elemento basilare ed importante, è stato usato contro la falsa comunicazione ed in formato di stereotipi, frasi fatte e banalità. Qual è il ruolo del cantautore oggi, esiste un nuovo linguaggio?

D.G. La cosa bella e brutta del linguaggio che è mutevole, credo io; mutevole nel senso come ogni cosa mutabile è soggetta a evoluzioni. Gli stessi stimoli che generano l’arte sono gli stimoli che vanno anche a modificare il linguaggio. Perciò si, secondo me si formano dei linguaggi quando neanche ce ne accorgiamo. Facciamo un esempio banalissimo: abbiamo fatto un’intervista in una radio piccola della nostra zona, perché avevamo fatto un pezzo con un rapper. Lui (radio-cronista) ha subito pensato che il pezzo l’avesse scritto il rapper dicendo “ormai il loro cantautorato è il rap”, in verità no perché il pezzo l’ho scritto io. Però ho voluto utilizzare quel tipo di linguaggio perché mi permetteva di sviluppare (prendila con le pinze) una poetica più di strada e parlando di concetti che non sono assolutamente di strada perché un concetto che parla di tematiche di ingegneria ambientale. Perciò ho deciso di adottare quel tipo di poetica e farla cantare a chi fosse in grado di cantare il rap perché non sarei in grado di cantarla come l’ha cantata Virgo ed era il linguaggio più giusto. Perciò il linguaggio è mutevole, muterà sempre. Il linguaggio dei cantautori che ammiro sarà un linguaggio che muterà sempre. Cito Brunori sas, cantautori stranieri, mi viene da pensare sempre ai classici, adesso mi trovo un attimo spiazzato al riguardo. Vedi Sas, ha fatto un cantautorato che può ricordare qualcuno ma è diverso magari da Rino Gaetano che appena lo ascolti dici: cazzo, questo è Rino Gaetano. No, è Brunori sas, che ha un suo linguaggio, una sua intenzione.

G.B. 5) Come vi definite?

D.G. Noi abbiamo deciso un linguaggio rock che avesse delle sfaccettature cantautorali. Il tipo di rock è molto vasto, in realtà è il rock a cui noi ci ispiriamo, c’è dentro di tutto, parte dal rock anni ’70 al rock più moderno perciò direi che è un rock con delle sfaccettature vintage ma anche moderne con un linguaggio spesso più cantautorale che più pop-rock. (GB. Rock anni ’70? A quali gruppi, americani, inglesi …) D.G. Tanti. La maggior parte sono i grandi classici. Si parte dalle radici, dal blues. Si arriva ai Led Zeppelin, ai Pink Floyd, Deep Purple e poi si arriva ai più moderni ma anche i cantautori perché è quello di cui siamo fatti. Il linguaggio italiano è fatto di questo.

Le canzoni presentate in concorso: Cattive abitudini, Rock and roll inferno, Tachicardia.

Autore: Gloria Berloso