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giugno 11, 2016

Ritorna FOLKEST – LA FIESTE DA SEDON musica popolare friulana

LA FIESTE DA SEDON

Anteprima Folkest 2016 – Festa della musica popolare friulana

Castello di Ragogna

12 giugno 2016

del favero e c.

Folkest offre un primo assaggio del suo fitto Festival con un’anteprima che è ormai diventato un appuntamento con la tradizione e la cultura popolare friulana: attorno al gruppo musicale La Sedon Salvadie e al suo concerto, domenica 12 giugno al Castello di Ragogna in programma una grande Festa della musica popolare che coinvolge tutti i musicisti che hanno fatto parte di questa formazione, i loro personali progetti artistici, gli amici e gli amici degli amici. Dopo il successo, infatti, delle prime dieci edizioni dell’annuale festa de La Sedon, questo appuntamento raccoglie da quest’anno intorno a sé alcune realtà molto significative della cultura friulana come l’Associazione Glesie Furlane di Villanova di San Daniele del Friuli e la Clape Culturâl Patrie dal Friûl di Udine, editrice dello storico periodico La Patrie dal Friûl, che si affiancheranno all’Associazione Culturale Folkgiornale nell’organizzazione di questo festival dedicato alla musica tradizionale friulana, nell’intento di farlo diventare un autentico punto d’incontro tra diverse realtà musicali e culturali del Friuli, unite anche nell’omaggio a Bertrando di Saint Genes, il più grande Patriarca di Aquileia, del quale ricorre l’anniversario della scomparsa nei prati della Richinvelda in queste stesse giornate.

Carantan

Il gruppo musicale La Sedon Salvadie, considerato oggi il maggior rappresentante della scena musicale tradizionale e dell’evoluzione della musica folk friulana, è da sempre legato al territorio del Comune di Ragogna, sia perché uno dei suoi fondatori era residente proprio a Ragogna, sia perché qui furono effettuate molte ricerche negli anni Ottanta, a metà anni Novanta e anche recentemente.

La Sedon Salvadie ha da poco girato la boa dei trent’anni di attività, anni che hanno visto il gruppo esibirsi in tutto il mondo e collaborare anche con musicisti molto importanti (Angelo Branduardi, Massimo Bubola, The Chieftains, Carlos Nuñez e Inti Illimani tra gli altri). Dalle file de La Sedon Salvadie hanno preso le mosse le formazioni più significative dell’attuale panorama musicale friulano:  Andrea Del Favero, Giulio VenierLino Straulino, Emma Montanari, Marisa Scuntaro, Dario Marusic, Glauco Toniutti. Tutti hanno militato o militano in questa formazione e hanno dato o danno vita a molti altri gruppi e realtà di ricerca e di riproposta, quali Carantan, Braul, Tischlbong, Montanari Grop, Furclap, Nosisà, Lino Straulino… Trent’anni di storia, visti con gli occhi di tre generazioni di musicisti, diventano così l’occasione per ripercorrere le tappe della riscoperta e dell’evoluzione della musica popolare friulana, dal rischio di oblio degli anni Settanta, fino al grande impatto con i media, alle tournée in tutto il mondo, alle apparizioni televisive e agli special dedicati, oltre le prestigiose collaborazioni alcune delle quali saranno presenti alle giornata de La Fieste da Sedon.

Il tutto sarà inserito negli spazi giusti all’interno del castello e nelle aree disponibili, con un impatto che tenga conto del valore del monumento all’interno del quale ci si andrebbe a muovere, secondo una valutazione da fare all’atto della stesura del progetto definitivo della manifestazione, inserendo con lo stesso criterio anche eventuali stand. Elemento fondamentale e caratterizzante del castello Superiore di Ragogna è il mastio, conosciuto anche come torre, utilizzato dai Conti di Porcia fino alla seconda metà del XVIII e poi lasciato lentamente cadere in rovina. Alla fine nel 1976 il terremoto lo distrusse quasi completamente.

Oggi il mastio si presenta completamente ricostruito, anche se profondamente modificato per quanto riguarda la disposizione interna dei locali. La progettazione infatti ha tenuto conto del recupero di alcune parti originarie di muratura al piano terra in funzione di quello che dovrebbe essere il futuro Museo del Castello.

Alla realizzazione dell’evento contribuiranno varie realtà: oltre all’associazione Culturale Folkgiornale, Associazione Glesie Furlane di Villanova di San Daniele del Friuli e la Clape Culturâl Patrie dal Friûl, con il patrocinio della Provincia di Udine e della Comunità Collinare del Friuli, che da anche il contributo, il Comune di Ragogna (con il patrocinio all’iniziativa e la concessione d’uso del castello), la Edit Eventi di Spilimbergo che curerà Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni, inserendo le manifestazione tra gli appuntamenti di maggior spicco di un festival internazionale come Folkest.

castello di ragogna

Lino Straulino

Lino Straulino

 

 

 

 

 

 

 

Domenie ai 12 di Jugn dal 2016.

Domenica 12 giugno 2016.

Program da zornade

Programma della Giornata

10.00 messe pal Beât Bertrand cu lis

Lino Straulino

Bintars

musicheis da vecje tradizion dal Patriarcjat (santa messa per il Beato Betrando di Aquieia con le musiche della vecchia tradizione del Patriarcato di Aquileia).

11.15 visite al cjistiel, par cure dal Grup Archeologjic Reunia (visita al castello a cura del Gruppo Archeologico Reunia).

11.45 aperitîf salvadi (aperitivo selvatico)

12.15 a gustà cu la Sedon (a pranzo con la Sedon Salvadie)

Tal salon dal cjistiel (Nel salone del castello)

14.30 Andrea Del Favero e Glauco Toniutti – savôrs e sunôrs dal Friûl, ienfri musiche e ricetis dai cogos     da storie dal Friûl (Andrea Del Favero e Glauco Toniutti – sapori e suoni dal Friuli, tra musiche e ricette dei cuochi della storia del Friuli)

15.45 Memoreant Beltram: storiis sul Patriarcje  (In ricordo di Bertrando: storie sul Patriarca)

Tal curtîl dal cjistiel

Nel cortile del castello

concierts dai grups musicâi

concerti con i gruppi musicali

16.00 Carantan

16.45 I Bintars

17.30 Lino Straulino

18.15 La Sedon Salvadie

19.00 Si sune e si fâs fieste ducj insieme

Si suona e si fa festa tutti insieme

Si mangje e si bêf par furlan.

Si mangia e si beve in friulano

Si podaran comprà discs e libris su la culture Furlane.

Potrano essere acquistati dischi e libri sulla cultura Friulana.

aprile 5, 2016

Del Sangre – Il Ritorno dell’Indiano

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Del Sangre

 

Il volto indiano di Geronimo rimanda ad una vecchia foto virata color seppia, colore della sabbia rossa del deserto americano, quello immaginato e sognato, quello dei canyon e delle rapide, quello del Mississippi e quello della polvere incollata alla faccia dei cercatori d’oro e dei poveri disperati diseredati di tutte le terre del mondo, finiti là, nel vecchio, maledetto, amatissimo Ovest americano.

Luca Mirti: voce chitarra, Marco “Schuster” Lastrucci: basso, Fabrizio Morganti: batteria, Giuseppe Scarpato: chitarra, Claudio Giovagnoli: sax, Paolo “Pee Wee” Durante: organo Hammond e Gianfilippo Boni: pianoforte e Wurlitzer hanno realizzato questo nuovo lavoro firmato Del Sangre con dieci canzoni nuove e un brano di Ivan Della Mea (Sebastiano) hanno presentato Il ritorno dell’Indiano.

Track List del nuovo CD:

1 – L’INDIANO

2 – UNA CHITARRA PER LA RIVOLUZIONE

3 – GAETANO BRESCI

4 – SUCCESSE DOMANI

5 – FUORI DAL GHETTO

6 – ALZA LE MANI

7 – SACRA CORONA UNITA

8 – SCARPE STRETTE

9 – GLI OCCHI DI GERONIMO

10 – ARGO SECONDARI

11 – SEBASTIANO

Il titolo del disco rivela in sostanza il ritorno del gruppo rock fiorentino che ha prodotto fra il 1999 e il 2010 altri sei dischi di notevole importanza sia per l’impegno sociale che per l’influenza musicale di artisti come Springsteen e i Clash. Si comprende quindi che le sonorità sono molto rock, in alcuni tratti originali, in altri con assoli più cattivi con la chitarra solista che travalica l’altra chitarra soprattutto nel brano d’apertura e dà un senso di confusione forse voluta. I trascinanti fraseggi dell’Hammond e del sax, ben inseriti in un background ritmico molto carico e ben costruito, hanno un carattere molto dinamico, sono carichi di sentimento e rivelano una certa abilità tecnica. Molto buono pure il lavoro del pianoforte. Il lutto che attraversa tutto il disco è un sentimento alto, forte, perché individua senza mistificazioni di sorta l’aporia sanguinosa della quale si nutre l’intera Storia e la cultura degli Stati Uniti. Solo in quest’ottica il genocidio dei nativi americani vive in tutto il suo orrore. Non esiste il capitalismo gentile. O dentro o fuori.

Il 5 settembre 1886 la notizia si sparse come un baleno in tutti gli Stati Uniti: il capo della tribù degli Apache, Geronimo, si era arreso per l’ultima volta nei pressi di Fort Bowie, in Arizona. Con Geronimo c’erano quindici uomini, undici donne e sei bambini. Ci erano voluti 5000 soldati, un quarto dell’intera forza dell’esercito, per arrestarlo. L’epica storia di Geronimo, la sua ascesa a leader indiano, ammirato per intelligenza e coraggio, temuto sia dagli occhi bianchi che dalla sua stessa gente, la sua decisione di resistere alla ghettizzazione dei nativi americani nelle riserve.

Avevo sangue sul vestito quando mi misero in ginocchio e fui portato in aula con le catene con le catene ai polsi e le ferite ancora aperte Giura di dire il vero, giura su Dio Ma Vostro Onore la verità non la saprà dalla mia bocca più che da ogni carogna che ho fatto fuori Ogni banchiere in doppio petto, ogni custode del rispetto Credo che mentirei chiedendo scusa Avevo una famiglia ed un lavoro almeno onesto e i miei capelli bianchi troppo presto Tagli al personale fu tutto quello che mi fu detto senza nemmeno un grazie, senza un saluto E la mia casa presto aveva un cielo come tetto quando la banca se la portò via e non rimase niente, salvo il riflesso di uno specchio dove ho paura anche a guardarci dentro Avevo i denti consumati e il sangue freddo nelle mani quando premetti il dito sul grilletto e non provai rimorso quando li stesi tutti dentro in quella fossa prima di me stesso Un uomo a 40 anni ed una vita devastata non mi hanno piegato, neanche un momento Si sono presi tutto ma non lo sguardo di quel tempo Con gli occhi di Geronimo li ho guardati

Geronimo fu chiamato anche il Sognatore, perché Geronimo riferiva di avere il potere di vedere il futuro; in effetti all’epoca di Cochise (“Kociss”, Coltello) era lo sciamano della tribù. Geronimo combatté contro un sempre maggior numero di truppe messicane e statunitensi e divenne famoso per il suo coraggio e per essere sfuggito numerose volte alla cattura. Le forze di Geronimo divennero l’ultimo grande gruppo di combattimento di pellerossa che si rifiutarono di riconoscere il governo degli Stati Uniti nel West. Questa lotta giunse a termine il 4 settembre 1886, quando Geronimo si arrese al generale Nelson Miles dell’esercito statunitense, a Skeleton Canyon, Arizona. Geronimo venne mandato in prigione in Florida. Nel 1894 venne trasferito a Fort Sill (Oklahoma). In età avanzata Geronimo divenne una specie di celebrità, ma non gli fu permesso di fare ritorno alla sua terra natia. Cavalcò durante la parata inaugurale del Presidente Theodore Roosevelt, nel 1905. Geronimo morì di polmonite a Fort Sill il 17 febbraio 1909.

GAETANO BRESCI – Nella sua fotografia più nota Gaetano Bresci ci appare come un distinto signore dall’aspetto curato, con i baffi impomatati, le punte rivolte appena all’insù, giacca nera, camicia bianca e farfallino. Non a caso, fin da ragazzo, a Prato, era stato soprannominato il «paino», ovvero il damerino: un nomignolo che gli era sempre andato un po’ stretto. Trascorre l’infanzia a Prato, dove la sua vita lavorativa inizia a soli undici anni, per quattordici ore al giorno, dal lunedì al sabato, con la domenica trascorsa alle scuole comunali per imparare a decorare la seta. La prima volta in galera è a 23 anni, con l’accusa di aver insultato una guardia. Il confino, invece, a 26, sull’isola di Lampedusa, per aver partecipato a scioperi e manifestazioni anarchiche. Tornato a casa, trova lavoro in Garfagnana e mette incinta una donna. Riconosce il figlio, si assicura che abbia di che vivere, e poi parte per gli Stati Uniti, in cerca di fortuna, e all’inizio del 1898 si trasferisce a Paterson, The Silk City, la città della seta che stava a una trentina di chilometri a nord di New York, nel New Jersey. Fabbriche su fabbriche e il fiume Passaic ai piedi delle colline: Paterson, all’arrivo di Bresci, accoglieva una comunità di circa cinquemila italiani. Gli anarchici erano almeno un migliaio, si radunavano in circoli, nei bar, leggevano e parlavano, perché in America, a parte la paga migliore, si poteva anche discutere senza il rischio di venire arrestati. Per questo aveva scelto Paterson. Sembrava che gli anarchici fossero tutti lì. Nel frattempo, a poche settimane dall’arrivo, Bresci conosce una giovane ricamatrice di origine irlandese di nome Sophie Knieland, che diventerà sua moglie. La loro luna di miele, però, è funestata dall’eco dei moti di Milano, la grande protesta popolare contro il caro vita, duramente repressa nel sangue. Vendicare i morti di Milano: sembra essere questo il movente principale del gesto di Bresci. Incominciò a organizzare il ritorno in Italia con largo anticipo, sfruttando i biglietti a prezzi scontati messi a disposizione per visitare l’Esposizione parigina. Ad amici e parenti raccontò che tornava a Prato per rivedere la famiglia e risolvere alcune questioni patrimoniali.

Mentre in America gli anarchici dibattevano, Gaetano pensò che era tempo di agire e quando si imbarcò per Le Havre, il 17 maggio 1900, aveva uno stipendio buono, un cottage a West Hoboken, una figlia di un anno e una moglie che ancora non sapeva di essere nuovamente incinta. Passando per Parigi e Genova, dopo un soggiorno a Prato dai parenti, Bresci approda nella Milano stretta dall’afa, e da lì si sposta a Monza. Il 29 luglio, elegante come sempre, va in giro per la città con la macchina fotografica al collo. Mangia ben cinque gelati al Caffè del Vapore, poi si mescola alla folla che assiste al passaggio del sovrano gli spara nel petto tre colpi con la sua Harrington & Richardson calibro 38 a cinque colpi, acquistata a New York prima d’imbarcarsi. Il primo colpo è per i morti di Milano, le «vittime pallide e sanguinanti del generale Bava Beccaris, per il potere che elargisce medaglie agli assassini e piombo agli sfruttati». Il secondo colpo è per i compagni di Paterson costretti all’esilio, «per gli operai e le operaie che la fame e le persecuzioni hanno allontanato dalle proprie case. Per tutti gli anarchici reclusi, confinati, accerchiati dal mare su un’isola prigione». Il terzo colpo è per la sua infanzia negata, la breve infanzia trascorsa a Prato, «avvilita dal lavoro ottimizzato che non dà tregua». Non si sa se ci fu un quarto colpo, la cronaca su questo punto non è chiara. In ogni caso tre furono sufficienti. Nel libro di Pasi, autore e giornalista del tg3, non mancano i riferimenti alla stampa del tempo; alle pubblicazioni libertarie – L’Aurora, La Questione Sociale e Il Risveglio –, che descrivono Bresci come un eroe, e ai giornali filogovernativi, che lo rappresentano come un pazzo o come il mero esecutore di un grande complotto. Il processo si svolse con una rapidità insolita. Giudicato colpevole del delitto di regicidio, con sentenza del 29 agosto 1900, Gaetano Bresci fu condannato alla pena dell’ergastolo, di cui i primi sette anni da scontarsi in segregazione cellulare continua. Ufficialmente si impiccò nella sua cella nel carcere di Santo Stefano il 22 maggio del 1901, ma non aveva con sé altro oggetto se non un fazzoletto, e secondo i medici che effettuarono l’autopsia, il corpo era in stato di decomposizione troppo avanzato per essere morto da sole 48 ore. La versione ufficiale è che sia morto in carcere, più probabile che sia stato riempito di botte dalle guardie, non c’era neanche la sua tomba, prima che l’anarchico e poeta del vino Luigi Veronelli la individuasse e mettesse una croce di legno nel giardino del carcere.(Fonte Pasi)

ARGO SECONDARI – nasce a Roma il 12 settembre 1895. Di estrazione sociale borghese è il quinto di sette figli. Dopo la prematura morte della madre, sebbene giovanissimo, viene fatto imbarcare come mozzo in una nave in partenza per il Sud America, dove, fatte perdere le proprie tracce, vive di espedienti. Tra le varie professioni esercita anche quella di pugile ed entra in contatto con i circoli sovversivi dell’emigrazione italiana. È sicuramente questa scuola di vita che forgia il suo carattere barricadero, generoso e ribelle e che, allo scoppio del conflitto mondiale, lo conduce, al pari di molti sindacalisti rivoluzionari a fare ritorno in Italia per arruolarsi -assieme ai fratelli- nella guerra contro gli imperi centrali. Partito come soldato semplice, durante il conflitto mondiale, raggiunge il grado di tenente del battaglione Studenti degli Arditi. Decorato con tre medaglie al valor militare, nel dopoguerra è uno dei fondatori dell’Associazione tra gli Arditi. Nel luglio 1919 pianifica, di concerto con elementi anarchici e repubblicani, un tentativo insurrezionale che dal Forte di Pietralata si sarebbe dovuto estendere ai quartieri popolari della capitale. Ma il piano fallisce e i congiurati arrestati. Secondari riesce a sfuggire alla cattura e dopo un breve periodo di latitanza sui monti vicino Bevagna viene arrestato mentre cerca di espatriare in Svizzera. Grazie ad un’amnistia, torna libero nel marzo del ‘20. Due mesi dopo, in maggio, è il principale promotore, in seno alla sezione romana dell’Ass. Arditi, dell’espulsione dal direttivo degli Arditi legati alle correnti politiche d’ordine e reazionarie (fascisti e nazionalisti). A più riprese S. cerca di far scendere in piazza gli Arditi romani al fianco dei lavoratori in occasione delle agitazioni del “Biennio rosso” ma nel complesso i suoi tentativi falliscono. Secondari si dimette da ogni carica direttiva. La sua figura riemerge prepotente dalle ceneri dell’arditismo l’anno successivo, nel pieno dilagare dello squadrismo fascista. È infatti Secondari che, di concerto con gli Arditi Piccioni e Baldazzi, legati ad un’altra associazione la “Fratellanza tra gli Arditi d’Italia” e l’anarchico interventista Attilio Paolinelli fonda, negli ultimi giorni del Giugno 1921, gli Arditi del Popolo: la prima milizia paramilitare della classe operaia Estromesso, nell’ottobre dello stesso anno, dall’associazione da lui stesso fondata, a causa dei dissidi con l’ala dell’organizzazione legata ai partiti e alla politica, Secondari cerca, senza riuscirvi, di raccogliere nuove forze attorno ad un nuovo progetto di milizia antifascista. Nell’ottobre del ‘22, nei giorni della marcia su Roma, Secondari viene aggredito sotto casa da una squadraccia di fascisti, tutti armati di bastone. Nella lotta furibonda egli, coraggioso ma solo, viene più volte colpito alla testa da violente bastonate. Dall’aggressione non si riprenderà più. Trasferitosi col fratello a Camerino, nel 1924 viene internato dalle autorità fasciste nel locale manicomio criminale. Traferito, in seguito, in quello di Montefiascone e, definitivamente, in quello di Rieti. Sepolto dalla vendetta dello stato fascista tra le mura del sanatorio della cittadina laziale, Secondari trova la morte, dopo 17 anni di internamento coatto, il 17 marzo 1942.(Fonte P.S.)

Le lacrime dell’indiano sono vere, le canzoni le piangono per tutti i Geronimo e gli eroi della storia. Loro non avrebbero pianto. Così noi piangiamo per loro.

Come tributo a Ivan Della Mea i Del Sangre hanno scelto non a caso un eroe operaio: SEBASTIANO. Le canzoni di Della Mea facevano da colonna sonora alle proteste degli studenti e degli operai e parlavano una lingua diretta, al punto da introdurre naturalmente e felicemente i comizi più partecipati e le manifestazioni più intense. Ivan ha cantato, scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno ancora un senso.

Sebastiano l’operaio

il terrone da catena

licenziato stamattina

e stasera alla fontana

Accusato di violenza

contro i capi, terrorista,

perché oggi chi picchetta

quanto meno è brigatista

   VIVA LA FIAT

Licenziato con sessanta

che con lui fa sessantuno

tutti quanti terroristi

mentre il terrorista è uno

Terrorista è chi ci nega il diritto alla ragione

alla lotta per la vita

contro la disperazione

     VIVA LA FIAT

Controllare le assunzioni

poi schedare il personale

concordare pseudo-lotte

e alla fine licenziare

Incastrare il sindacato

ingolfare la sinistra

è il progetto dichiarato

del padrone terrorista

   VIVA LA FIAT

Col sorriso doppiopetto

il fumeè – democrazia

la mattia ci licenzia

e poi svelto corre via

Lo ritrovi in Quirinale

“Anche questa è una scelta”

per mostrare al presidente

la sua nuova Lancia Delta

Una lancia per lo stato

nato dalla Resistenza

o per la Costituzione

certo contro la violenza

Di sessanta Sebastiano

il terrone terrorista

perché oggi chi picchetta

quanto meno è brigatista

Liquidato con sessanta

che con lui fa sessantuno

tutti quanti terroristi

mentre il terrorista è uno

L’estrema umanità di queste canzoni non fa che confermare la validità di questo lavoro e dei suoi autori, in storie toccanti e spietate, dove l’animo umano, vagliato in profondità, viene messo a nudo, anche questo, in un contrasto tra gioventù e vecchiaia, tra l’amaro sapore del ricordo e la consapevolezza del tempo perduto, tra l’insensibilità, che purtroppo ci circonda, ed il sottile velo che separa la realtà dal fantasioso e sognante mondo interiore dell’uomo. Credo che sia giusto ascoltare questo album. La netta suddivisione tra il bene ed il male, tra il buono ed il cattivo, tanto difficile da riconoscere nel nostro tempo piuttosto ipocrita, ci tranquillizza, è la nostra fortezza della solitudine, uno dei nostri ultimi conforti.

SCARPE STRETTE   *****

C’è chi piange troppo per sperare

che forse un giorno sorriderà

e chi spera troppo per pensare

che quel giorno non piangerà

È una scelta vivere o morire

testa o croce prendere o lasciare

chiedi al sangue che ti ha dato un nome

quanta vita ancora puoi versare

Mio padre sicuro, mi tiene per mano

l’inferno non brucia, il passo è deciso

la prima scopata, bicchieri di vino

polmoni bruciati, non sei più un bambino

Ti guardi allo specchio, i solchi sul viso

e quanto hai pagato ti ha tolto il sorriso

Ti accorgi di colpo che la strada è sterrata

Le scarpe più strette di quelle che avevi,

quando sei partito…

C’è chi un tempo ha scelto di fuggire

e chi ha scelto di morire qua

Chi ha lasciato lacrime di sale

su autostrade senza un’anima.

È una sfida a chi corre più forte

auto truccate lanciate in corsa

Il traguardo ai cancelli del cielo

Un traguardo tagliato a forza…

 

 Autrice articolo

Gloria Berloso

Gloria Berloso

luglio 31, 2015

BLOWIN’ IN THE WIND by Gloria and Ricky

BLOWIN’ IN THE WIND

Quante strade deve percorrere un uomo
Prima che lo si possa chiamare uomo?
Sì, e quanti mari deve sorvolare una bianca colomba
Prima che possa riposare nella sabbia?
Sì, e quante volte le palle di cannone dovranno volare
Prima che siano per sempre bandite?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto
Prima che riesca a vedere il cielo?
Sì, e quante orecchie deve avere un uomo
Prima che possa ascoltare la gente piangere?
Sì, e quante morti ci vorranno perché egli sappia
Che troppe persone sono morte?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Quanti anni può esistere una montagna
Prima di essere spazzata fino al mare?
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
Prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
Fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

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Nel 1989 cadeva il muro di Berlino, nel 2004 cadeva il muro confinario che divideva Gorizia (la mia città) dalla Slovenia. Nel luglio del 2015 in Ungheria verso il confine serbo si è costruito il muro anti migranti.
È incredibile ma l’uomo non ha proprio memoria della storia. Si, perché ogni barriera, ogni muro, ogni reticolato hanno sempre separato e allontanato le persone con idee e culture diverse; nel tempo questi “muri” hanno sempre avuto un giudizio negativo da chi immaginava e pensa oggi ad un mondo libero. Tutte le persone da sempre si muovono e il futuro vedrà sempre più la mescolanza di etnie, un fenomeno che non può che essere positivo dato che genera esseri che portano in sé quelle preziose diversità che possono modificare nei secoli le civiltà. D’altronde la storia ci ha insegnato che è sempre andata così. Come è possibile che la nostra cultura attuale porti a chiuderci in un recinto! Questa è una involuzione dell’uomo e credo sia pericolosa anche nel nostro quotidiano vivere. Ci vogliamo chiudere tutti dentro le nostre case, cosa raccontiamo alle generazioni successive? Che siamo difronte ad un nemico invisibile? Questi sono i muri eretti dall’indifferenza e prodotti dall’ignoranza e da idee politiche che non hanno radici storiche.
Stiamo vivendo un periodo senza dubbio molto difficile ed ognuno di noi ha il dovere ma anche il diritto di trasformare le cose cattive in buone. Certamente alzare un muro, sparare contro i nostri simili, affamare i popoli sono atti cattivi e nessuno può essere cieco davanti alle tragedie.
La canzone che io e Ricky Mantoan abbiamo scelto per interpretare la nostra fiducia nella pace è Blowin in the Wind scritta da Bob Dylan molti anni fa.

Quanti anni può esistere una montagna
Prima di essere spazzata fino al mare?
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
Prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
Fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
La risposta sta soffiando nel vento

Questa interpretazione, completamente arrangiata da Ricky Mantoan ed eseguita vocalmente da Gloria Berloso e dallo stesso Ricky nelle parti corali, è un esempio di cambiamento non certo per migliorare i suoni ed il testo di Dylan che è perfetto in tutte le sue parti, ma per far comprendere che le cose belle hanno una possibilità di allargare gli orizzonti per creare bellezza ulteriore. Una canzone è la nostra seconda voce ed ha un valore aggiunto per chi può e vuole ascoltare tutte le voci, senza muri e senza barriere.

Gloria Berloso, vocals
Ricky Mantoan, vocals, tutti gli strumenti, arrangiamenti

marzo 5, 2015

Joan Baez a Udine: 8 marzo 2015, serata da tutto esaurito al Giovanni da Udine.

Sembra essere inziata nel migliore dei modi la collaborazione tra Il Teatro Giovanni da Udine e Folkest. Un tutto esaurito che accoglierà Joan Baez con lo splendido colpo d’occhio di un teatro strapieno in ogni ordine di posti. Sarà la seconda di quattro date del tour italiano che, oltre Udine, toccherà Bologna, Roma e Milano.

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ottobre 14, 2014

La poesia di Gloria Berloso

http://www.amazon.com/Sentire-Italian…/dp/B00O8391FU

La tradizione epica greca, attraverso l’oralità della poesia, ci insegna un “sentire”
più ampio della percezione, un “sentimento” o un animo che costituisce già una
completa relazione con il mondo. Nelle movenze delle forme viventi ed attraverso
le forze elementari si è compiuto il lavoro di autoapprendimento e autocostruzione
del Sé nella Natura ancora indivisa ed unitaria. La parola detta plasma il significato
inaugurale della poesia, il sentire poetico come fonte dell’umano.
L’uomo moderno, ingabbiato nelle concettualizzazioni della parola scritta, prende
atto dell’inevitabile scissione tra il sentire e l’intendere, tra il sentire e l’essere sentito,
testimoniando la divisione dove prima era identità.
Si configura così la meta
irraggiungibile, il viaggio senza ritorno, nel tentativo di ricucire
lo strappo, di colmare la distanza tra oralità e scrittura, tra parola
detta e parola scritta, tra il sentire e il pensare. Nell’esitazione tra il suono e il senso,
prendiamo le mosse da questa epocale diatriba di visioni del mondo per presentare
questa nuova Collana di poesia intitolata Sentire. Auspicio che l’oralità non sia solamente
funzionale alla scrittura bensì un tutt’uno con essa. Per riconsegnare alla
parola, riflesso unitario delle sedimentazioni del “sentimento” e dell’intuizione, il potere
evocatore che le compete

Autori:
GLORIA BERLOSO
FRANCESCO BIA
SALVATORE BORDINO
ERMINIA CASALINUOVO
MARIA CARMELA D’ANGELO
ANNA DEL VECCHIO
LISA DI GIOVANNI
DAVIDE FIGLIOLINI
SILVIA IRAGHI
MARIA GABRIELLA LAVORGNA
LOUIS GLACIER
ANGELO MANGANELLI
MARCO NASTA

maggio 27, 2014

Ambra Pintore vince il concorso Suonare@Folkest 2014. Al secondo posto Giuseppe Spedino Moffa e al terzo Ensemble Sangineto. Simona Colonna vince il Premio Alberto Cesa.

Ambra Pintore con il suo splendido quartetto dalla Sardegna, Giuseppe Spedino Moffa e i suoi immaginifici compari dal Molise e il giovanissimo e talentuoso Ensemble Sangineto dalla Lombardia: questi gli artisti finalisti che, dopo tre fasi di selezioni successive, si sono finalmente guadagnati l’accesso all’ultima fase del concorso Suonare@Folkest2014. Una serata di grande musica dal vivo, condotta con la consueta verve e professionalità da GianMaurizio Foderaro, storica voce di RadioUno RAI, fresco di nomina alla direzione dei programmi musicali di Radio Due.

Il programma è stato completato dalla finale del premio Alberto Cesa, riservato agli iscritti al concorso segnalati dalle giurie territoriali che siano autori di almeno un brano di composizione contemporanea, ma in stile tradizionale. Il premio è stato assegnato a Simona Colonna di Alba (Cuneo) che ha cantato accompagnandosi con il violoncello: in finale la Colonna ha superato, nel gradimento della giuria, la pur brava friulana Giulia Daici, che ha confermato le buone cose che si dicono di lei: la Colonna ha convinto per tecnica e interpretazione la giuria formata da Edoardo De Angelis (cantautore e direttore dei progetti speciali di Folkest), Andrea Del Favero (direttore artistico di Folkest), Gianni Martin (direttore organizzativo di Folkest), Roberto G. Sacchi (direttore di www.folkbulletin.com).

Ambra Pintore

Ambra Pintore

Simona Colonna

Simona Colonna

Decisamente combattuta la finale del concorso Suonare@Folkest 2014, che ha visto prevalere, per qualche spicciolo di voti, Ambra Pintore con uno spettacolo, colorato e convincente giocato sulla bella voce della front-woman che passa dal sardo ad altre lingue, tra le quali il somalo, su – nell’ordine – Giuseppe Spedino Moffa, grande enterteiner ottimamente coadiuvato dai suoi eccellenti compari alle percussioni e alla fisarmonica e superbo alla zampogna e alla cornmusa, e l’Ensemble Sangineto, forte di un grande freschezza esecutiva e di un’ottima verve sul palcoscenico in un ambito forse un po’ più scontato (ci si passi termine riduttivo) come quello della musica celtica.

In sede critica, possiamo affermare che la qualità dimostrata da tutti i gruppi partecipanti alle fasi finali sia del premio sia del concorso è stata molto elevata, sia per quanto riguarda la prestazione artistica sia per l’originalità delle proposte.

L’edizione 2015 di “Suonare@Folkest” e del premio “Alberto Cesa” è in fase preparatoria: per scoprirlo scopri tutto su www.folkest.com.

 

maggio 22, 2014

Il programma di Folkest edizione 2014 presentato a Castelcosa

Folkest2014Folkest si presenta e raddoppia, anzi triplica!
Conferenza stampa di presentazione di Folkest2014 a Castelcosa, nei saloni affrescati della dimora gentilizia della Destra Tagliamento. Alla presenza dei consigliere regionale Zecchinon, dell’Assessore della Provincia di Pordenone Callegari, dei sindaci di San Giorgio della Richinvelda e di Spilimbergo, del Sovrintendente di villa Manin, Piero Colussi, dei rappresentanti della comunità italiana dell’Istria, di Turismo FVG ella cooperativa sociale Itaca, numerosi artisti, tra i quali Giorgio Celiberti, il festival friulano, giunto alla 36esima edizione è ufficialmente ripartito verso il futuro dopo l’anno della grande crisi,
Un anno quasi da dimenticare, il 2013, se non fosse per l’ottimo risultato raggiunto con una puntata su Rai 1 grazie allo spettacolo di Simone Cristicchi con la Mitteleuropa Orchestra diretta da Valter Sivilotti. Rinserrate le file e ripartito con rinnovato entusiasmo, lo staff di Folkest ha messo sul piatto un festival di forte impatto che spazia dalla tradizione alle più spinte innovazioni, senza dimenticare la canzone d’autore.
I numeri di Folkest di quest’anno sono di tutti rispetto:
28 località raggiunte
45 gruppi musicali
198 artisti
24 tecnici
… e lo straordinario popolo di Folkest, il pubblico afffezionato che lo segue da trentacinque anni.
Ce n’è davvero per tutti i gusti a Folkest2014; la festa popolare, come nell’anteprima con Vinicio Capossela e la Banda della Posta che verrà ospitata a villa Manin, la canzone popolare d’autore a Capodistria con Edoardo De Angelis per una volta senza Lella, il folk prog degli inossidabili Osanna guidati da Lino Vairetti e David Jackson, il ventennale combat-folk dei Modena City Ramblers, la fascinosa voce di Cristiano De André, il country rock psichedelico del Branco Selvaggio, le incursioni nel Mediterraneo dei Daramad, il giovanile folk-rock dei valdostani L’Orage, i colori e i ritmi della Sicilia degli Unavantaluna vincitori del Premio Parodi a Cagliari, i Bevano Est, i Morrigan’s Wake, i giovanissimi talenti nordirlandesi dei figli d’arte Le Chéileper finire con l’onirico folk metal degli Elvenking, finalmente profeti in patria. Davvero folta la pattuglia regioanale che vede quest’anno l’esordio di Serena Finatti, in odore di disco nuovo dalle grandi potenzialità.
E poi una raffica di gruppi di grandissima qualità provenienti dal concorso  HYPERLINKmailto:Suonare@Folkest” Suonare@Folkest, che mai come quest’anno vede la presenza di artisti di livello assoluto.
Proprio al concorso  HYPERLINK “mailto:Suonare@Folkest” Suonare@Folkest è dedicato il secondo appuntamento della giornata, per le finali nazionali al Teatro Miotto di Spilimbergo, condotte da Gian Maurizio Foderaro, storica voce di Radio Uno Rai. Giuseppe Spedino Moffa dal Molise, l’Ensemble Sangineto dalla Lombardia, Ambra Pintore dalla Sardegna: una sfida ai massimi livelli della world music per decretare il vincitore assoluto dell’edizione 2014. Per il Premio Alberto Cesa per la migliore nuova composizione in stile “trad” sfida al femminile tra la friulana Giulia Daici e la piemontese Simona Colonna.
E, last but not least, l’inaugurazione del museo VIN MONDO, voluto da Gian Franco Furlan e allestito dall’architetto Bruno Bortolin al piano terra del scenografico Castelcosa. Un luogo della memoria che sposa magistralmente ecellnze del vino e della musica.
Tre, numero perfetto, di buon auspicio per un’edizione che  si preannuncia con i fiocchi.

 

aprile 28, 2014

L’AQUILA – La verità è che il sogno impossibile è sempre possibile

Forse non si sa che è un fatto biologico che le aquile possono vivere  70 anni o poco meno. Ma quando raggiungono 30 o 40 , sentono di avvicinarsi alla morte perché i loro artigli e becco non sono più forti per distruggere la carne con cui si nutrono . E quando si sentono di poter morire , volano verso la cima di una montagna per ricostruire il becco e gli artigli. Aspettano mesi lì , fino a quando non escono di nuovo per vivere altri 30 o 40 anni.  I miei stati d’animo come persona, come creatrice e forse come artista mi hanno permesso di continuare a lavorare e di trascorrere molto più tempo con le persone più care. Come l’aquila ho sentito la necessità di volare altrove per ricostruire la mia interiorità e riflettere di come poter cambiare me stessa ma anche aiutare gli altri.Dicono che quando si raggiunge una certa età, ci si aggrappa all’impossibile. La verità è che il sogno impossibile è sempre possibile, e non so se ha senso resistere e tenere duroPenso che dovremmo tutti smettere di combattere ed imparare dalla storia, il bene ed il male che abbiamo fatto; dobbiamo trovare punti di contatto e di dialogo per ammorbidire e risolvere i problemi per i bisogni reali. In questi anni di cambiamenti avrei preferito vedere globalizzate l’istruzione e la sanità pubblica ma il processo ha sviluppato il consumismo, l’appiattimento culturale, lo sfruttamento e guerre ovunque. Abbiamo un problema di comunicazione, che fino all’avvento della stampa, e lo scambio di informazioni  si basava in primis sulla tradizione orale e, in seconda battuta, su gestualità, immagini e suoni. Riflettiamo sulla stampa italiana, la chiusura dei cinema, le leggi sull’immigrazione, su un mondo che chiude le orecchie alla poesia e che sta perdendo le cose. Oggi penso che questa riflessione ci possa aiutare a capire meglio.Decorah-Eagles_h_partb

Nel processo di cambiamento di una società la canzone può essere trasmettitore di buoni sentimenti, può insegnarci a essere migliori. Una canzone, un inno, possono aumentare la nostra autostima, o farci desiderare ciò che ci unisce. Una canzone può avvisare, trasformare le nostre antenne. Possono anche guidarci nei momenti di confusione. So che alcuni medici hanno utilizzato canzoni per migliorare lo stato emotivo dei loro pazienti. Alcuni dicono e lo penso anch’io che le canzoni sono parte della colonna sonora della  vita . Se questo è vero, le canzoni possono essere molto importanti.

Un’altra area culturale che trovo essenziale è la memoria storica . Viviamo in un paese dove la stragrande maggioranza della popolazione è nata dopo la seconda  guerra mondiale. Vuol dire che stiamo costruendo una società alternativa a una società che non vive e che non abbiamo esperienze personali . E i giovani  che domani raggiungeranno le posizioni fondamentali del paese , dovranno guidarlo senza nemmeno raccontare la sua parte per l’ ultima generazione che ha vissuto il capitalismo , in mezzo a una guerra culturale di alta intensità . Perché non c’è alcun piano per il futuro che non difendere una tradizione che non ha gli occhi su un passato, o meglio, su una interpretazione del passato.

Se penso bene, il socialismo nel mondo è venuto in paesi arretrati , in condizioni di guerra totale. E per lungo tempo l’idea che ha prevalso in quei paesi che stavano cercando di creare una cultura alternativa era quella di stabilire una sorta di corazza per proteggersi dalla disinformazione chiamata stampa libera, che abbiamo anche ereditato . Al punto che noi siamo il peggio che può capitare è che pensiamo di camminare con un guscio, quando in realtà non abbiamo nessuna armatura.

Chi va al di là di un lavoro o no, ha certamente a che fare con la fortuna, ma può essere aiutato. La migliore direzione è sempre stato il rispetto per la canzone come arte, l’essere curiosi, l’andare oltre la prima cosa che viene in mente. Continuo a pensare che leggendo la letteratura e la storia, vedere film, teatro, danza, arti visive, avere una base culturale solida sia un imperativo possibile. Per quanto riguarda la tecnologia, io penso che si debba usarla, portarla al nostro servizio, non viceversa. La forza culturale in Italia si trova nelle sue radici e nella sua diversità, nel numero di culture che si uniscono e ci fanno crescere, creando infinite possibilità.

La mia generazione ha partecipato a dibattiti, era critica e auto-critica. Penso che sia possibile che i giovani di oggi partecipino alla rivoluzione culturale allo stesso modo, perché non è la realtà. Ciò che esiste oggi è il risultato di ciò che è stato fatto, perché questa diversità è inevitabile, e da essa è che possiamo diventare migliori.

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Easy Rider

Easy Rider

Che cos’è cambiato dall’era beat descritta da Keruac nel libro pubblicato nel 1957: “ On the Road”( Sulla strada), un romanzo che ho letto a dodici anni grazie alla traduzione di Fernanda Pivano e da Woodstock, il più grande e pacifico raduno dei figli dei fiori a cui appartengo totalmente e dei grandi protagonisti del folk rock internazionale con i capelli lunghi, le magliette strappate, i piedi nudi, l’amore libero? Tra il 1957 e il 1969, sono trascorsi solo dodici anni, troppo pochi per guardare ai giovani con più apertura! Impossibile per i nostri genitori e nonni assimilare questa rivoluzione culturale, dentro e fuori. Anche il film “Easy Rider” rispecchia molto bene le reazioni dell’epoca e soprattutto “ The Strawberry Statement”, film culto degli anni ‘70, ora quasi del tutto sparito o fatto sparire, diretto da Stuart Hagmann. La colonna sonora coincide praticamente con la colonna sonora reale di quegli anni, e contiene alcune delle più significative canzoni West Coast degli anni ’60 (almeno quelle che erano state scritte fino all’anno di uscita del film), utilizzate sia come commento fuori campo, sia direttamente nel film (la scena della discoteca nella quale lui e lei ascoltano assieme un brano in cuffia). In Italia nell’anno che moriva a Sanremo Luigi Tenco, 1967, Gianni Pettenati ha cantato in coppia con Gene Pitney, “ Rivoluzione – La rivoluzione, nemmeno un cannone però tuonerà …e basteranno pochi giorni, magari poche ore, per fare un mondo migliore – Il testo è di Mogol.

The Strawberry Stateman

The Strawberry Stateman

 

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Una delle canzoni di Joni Mitchell del 1970, The Circle Game nell’ultima parte dice:

E le stagioni, continuano ad alternarsi
e i cavallucci di legno della giostra ad andare su e giù.
Siamo prigionieri sulla giostra del tempo.
Non possiamo tornare indietro, possiamo solo guardare dietro di noi, da dove veniamo,
E tutto gira e gira nel gioco del cerchio
.

La canzone è molto nota anche nella versione, con un arrangiamento più rock e più accelerata, incisa dalla cantautrice canadese-americana Buffy Sainte-Marie ed inserita nei titoli di testa del film The Strawberry Statement. Il testo riassume quello che ho detto finora, dalla diversità del passato dobbiamo prendere spunto per migliorare, che non vuol dire cambiare perché nessuno sa quale sia la realtà.

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Dalla seconda metà degli anni settanta ad oggi, i giovani hanno assimilato insegnamenti ma il consumismo e il capitalismo sono aumentati. Basti pensare al modo usato per ascoltare musica, internet, mp3, iTunes . L’unica differenza culturale tra le generazioni genitori-figli di oggi è l’atteggiamento più positivo verso il modo di vestire, il look in generale,  i rapporti tra persone dello stesso sesso.

La musica e le canzoni però devono avere un ruolo sempre essenziale nella società e non si possono liquidare semplicemente ascoltando in cuffia suoni distorti, le emozioni che una canzone comunica si possono percepire molto di più a un concerto e comunque da registrazioni effettuate con veri strumenti musicali. Il suono e la voce sono elementi essenziali per esprimere al meglio quello che vogliamo e desideriamo comunicare ma devono essere veri.

Provate far ascoltare una canzone dei Byrds  e una canzone degli Afterhours, in vari momenti della giornata e in luoghi specifici, la risposta la troverete dopo l’esperimento.

Negli ultimi anni in Italia, il linguaggio, elemento basilare ed importante della contestazione,  è stato usato contro la falsa comunicazione ed è formato da stereotipi, frasi fatte, banalità. La contestazione attraverso la poesia, la canzone, il teatro,  ha ricercato un nuovo linguaggio e sta cercando nuove soluzioni per comunicare ciò che succede nel mondo e rappresentare le problematiche sociali ma anche quelle interiori.

Nel 1968 Pier Paolo Pasolini con il suo Film Teorema va a toccare le basi concettuali di una cultura che del proprio mezzo, la ragione illuministica, aveva fatto la gabbia in cui imbalsamare definitivamente, con tutto il carico di ingiustizia presente, la società nei suoi schemi irremovibili, nei suoi antagonismi tutti interni ad essa.

Pasolini

Pasolini

Teorema

Teorema

Teorema è nato come tragedia in versi, poi si è trasformato in un libro molto frammentario che mantiene alcuni frammenti in versi, per raggiungere infine la forma della sceneggiatura cinematografica dove il regista riduce la presenza del dialogo, lasciando alle immagini e alla musica di Mozart la narrazione degli eventi e le mutazioni dei personaggi. Secondo Pasolini, è proprio nel sovvertimento della logica che sorregge l’ideologia della società borghese capitalistica che consiste l’unica di una rivoluzione.

Con Orgia, sempre nel 1968, Pasolini denuncia il dramma dell’autodistruzione psicologica e fisica di una coppia borghese, uno stillicidio sadomasochista che sviscera,  contrastando la poesia e il crudele realismo dell’azione, le radici della incomunicabilità moderna che nascono da un passato nostalgico sognante al raggiungimento della felicità. C’è da chiedersi se il grande regista, ingiustamente criticato e poi barbaramente ucciso, abbia avuto una premonizione su recenti avvenimenti di cronaca giudiziaria! Nessun riferimento è casuale e deve far pensare!

  

Autore: Gloria Berloso

 

 

marzo 28, 2014

“Alla maniera degli antichi bardi, le storie narrate attraverso l’arpa, sono storie nelle quali ognuno può riconoscere se stesso e le proprie emozioni”.

408035_261207920610382_1630414039_nRicky Mantoan, un amico per la vita. Così l’ho ricordato anni fa scrivendo una nota su facebook. Per lui ho scritto fiumi di parole per trasmettere a tutti Voi, la bellezza artistica ed interiore di questo straordinario artista conosciuto nel 1998 in una piccola località del Friuli Venezia Giulia, nel locale che diventò teatro di altri concerti altrettanto emozionanti e preso in cura da me l’anno precedente. Era un giorno di marzo, un pomeriggio tranquillo ed io avevo già appeso in bacheca una locandina per annunciare il concerto di Luigi Grechi e Ricky Mantoan , quando vidi arrivare un’auto carica di strumenti con i pionieri della musica folk e country; di loro, io già conoscevo molte cose, di quanta strada avessero fatto entrambi, specialmente negli Stati Uniti. Luigi era uno storico cantautore del celebre Folkstudio di Roma, quando a gestirlo c’era Cesaroni, per un periodo relativamente breve ed insieme a suo fratello più piccolo Francesco, ma subito s’innamorò dell’America perché era lì che doveva maturare le sue creazioni artistiche con il contatto e l’esperienza dei grandi musicisti americani come Pete Seeger ma in particolar modo Tom Russel.
Ricky Mantoan ha collaborato fin dal 1981 con Roger McGuinn , Skip Battin,  Sneaky Pete Kleinow,John York, Greg Harris. Si è esibito con i gruppi entrati nella storia della musica a livello mondiale: i Byrds e i Flying Burrito Bros ma ci sono numerose sue collaborazioni con altri celebri musicisti. In quel periodo Ricky conobbe un successo personale strabiliante perché era non solo un capace e grande chitarrista ma era diventato mitico per il suo carattere dolcissimo e la sua sensibilità, oltre ad essere un bell’uomo. Da circa trentacinque anni è alla guida del Branco Selvaggio, la band tutta italiana con la quale ha diffuso in Italia il linguaggio ed il pensiero del country-rock , che ancora vedremo in altri concerti, perché per questi eterni ragazzi il tempo non passa mai!

Ricky Mantoan

Ricky Mantoan

Con Ricky c’è stato un feeling immediato e abbiamo subito iniziato a parlare come se fossimo già vecchi amici mentre per Luigi la conversazione alle prime ore del pomeriggio era un po’ ostica, ma più tardi e verso notte inoltrata, anche De Gregori senior diede prova di essere una persona straordinaria e molto loquace, infatti con altri pochi intimi amici continuò a parlare fino al mattino dopo l’alba.
Dopo essersi sistemati in albergo e disposto tutti gli strumenti (un numero indefinito di chitarre), Ricky entrò in cucina, si sedette sul tavolo e continuammo a chiacchierare. Io avevo di fronte un mitico ex Byrds, perché così l’avevo conosciuto una decina d’anni prima in un concerto tributo, e la mia gioia era grandissima; anche Ricky percepiva di avere davanti una persona umana e dotata di grande sensibilità e così mi raccontò di un evento terribile che lo colpì 18 anni prima e che determinò in seguito un radicale cambiamento dentro di lui. Ma era diventato una persona migliore ed aveva incominciato ad avere rispetto per ogni cosa, riconosceva che la vita gli aveva regalato speranza e attimi di gioia. In lui regnava una voglia di creare e scrivere canzoni; le avversità lo avevano messo alla prova ed in quel periodo ha scritto brani e molte ballate come “Deep water” e “Sister Moon” di una pura bellezza, dalle quali traspare il romanticismo, la poesia ma anche la sua tragedia personale. Questi brani furono incisi sul lato B del disco in vinile di Ricky con altri brani come Blackbird,costruita con chitarre acustiche ed elettriche, Sad Country Lady scritta in onore a Gram Parsons ed Emylou Harris, Down in Memphis e Tennessee sono due ballate americane di chi sogna, Old Friend racconta di un vecchio amico partito dal suo paese per ricercare un mondo migliore dove vivere meglio, si scopre infatti di essere invecchiato serenamente e di non avere il desiderio di tornare indietro , Goin’ round è un brano gioioso ed infine Crazy man Michel, scritta da Richard Thompson e Dave Swarbrick, canzone magica e mistica, rivela l’avvicinarsi a strumenti più antichi dal suono medioevale-orientale.
Ricky infatti ha dato una svolta musicale con lo studio dell’arpa celtica, creando atmosfere di sapore rinascimentale e da meditazione assoluta; nel 2003 ha composto dei brani che offrono all’ascoltatore l’incanto di una musica dolcissima con sapori orientali a tratti per ritornare alle tematiche rinascimentali. L’uso di questo strumento, un’arpa a 36 corde, rivela la profondità interiore di Ricky Mantoan e trasmette emozioni e una grande e rara tenerezza, stessi sentimenti che Ricky ha trasferito al nostro primo incontro.
“Alla maniera degli antichi bardi, le storie narrate attraverso l’arpa, sono storie nelle quali ognuno può riconoscere se stesso e le proprie emozioni”.

Ricky Mantoan

Ricky Mantoan

Questa musica produce i massimi livelli di armonia con la narrazione e la lettura di poesie d’amore.
Ma la sua storia musicale è molto di più. Mi piace ricordare sempre che la casa dei genitori di Ricky riusciva ad esercitare su tutti i musicisti che vi passavano e si fermavano per le prove, un’influenza positiva. Nella stessa casa, che oggi è sicuramente un luogo di culto, si fermarono i Flying Burrito Bros prima di partire per il tour italiano. Ricky in tutti i concerti si è rivelato una presenza essenziale e molto importante ed il disco inciso su vinile è la testimonianza del grande valore di questo artista incredibile. Assolutamente strabiliante, unica ed irrepetibile la performance proposta da Ricky del celebre brano di Bob DylanKnockin on heaven’s door”, ritenuta dagli stessi F.B.B., superiore alla loro versione. D’allora, in tutti i concerti, il pezzo viene suonato alla maniera di Ricky Mantoan. Esiste sul mercato discografico il disco in vinile con il brano celebre ed altri pezzi fantastici come Sneaky Attack, Walk On The Water, Santa Ana Wind e So You Want To Be a Rock’n Roll Star, registrati in un concerto live a Viterbo e L’Aquila ed eseguiti da Sneaky Pete Kleinow: pedal steel, Skip Battin: voce e basso, Vincenzo Rei Rosa: batteria e Ricky: voce e Telecaster & Rickembacker guitars.
Con il suo gruppo Branco Selvaggio di oggi -( Ricky Mantoan: voce, String Bender Guitar, Pedal Steel Guitar, Rickenbarcker Guitar, Guild electic/acoustic guitar; Luciano Costa: voce, String Bender Guitar, chitarra acustica; Giuseppe D’Angelo: voce, batteria; Dario Zara: voce, bass), il divino mancino ha fatto conoscere in tutta la nostra penisola la sua musica fatta da esperienze in tanti concerti fin dagli sessanta, di grandi canzoni costruite con passione ma soprattutto con molta umanità.
In questi ultimi anni Ricky Mantoan ha realizzato un numero infinito di brani e musiche ed arrangiato pezzi come Ballad of Easy Rider e Wasn’t Born To Follow (Byrds).
La capacità artistica, l’umanità, la tenerezza e la sensibilità di questo generoso artista piemontese si trasmette in queste canzoni, già rese famose attraverso il cinema, ma arricchite da una purezza che in pochi chitarristi al mondo possiamo trovare.
Scritto da Gloria Berloso il 15 gennaio 2011 per Bravonline.it

Gloria Berloso

Gloria Berloso

(diritti riservati).

febbraio 22, 2014

PETE SEEGER: “La penna è più potente della spada . Beh , la mia unica speranza è che la chitarra diventi più potente della bomba “

Pete SeegerRisalgo con il ricordo ad anni che oramai mi appaiono proiettati in lontananza, immersi in una luce quasi crepuscolare: il tempo macina in fretta. La vita percorsa è tanto lunga che quando mi riporta oggi col pensiero alla situazione di allora ho quasi l’impressione di tornare indietro; anche la fantasia stenta a concepire la possibilità di una scelta, di un’alternativa che allora sembrò offrirsi.

Gli Americani cercarono di attuare, con alcune restrizioni, l’incerto concetto di democrazia, soggetto sempre al pericolo di scadere in vuota formalità, introducendo determinati divieti e determinate disposizioni, ma concedendo per il resto ampio margine di manovra, che, invece, fu ben presto negato dai Russi.. Per quanto profonda fosse la preoccupazione di chi avvertiva la necessità di chiarire il proprio destino e quello degli altri uomini, prevalse generalmente il desiderio insopprimibile di tornare a costruire e a godere, a trascorrere in serenità l’incipiente periodo di pace, lungo o breve che fosse. E questo desiderio ebbe libero corso.

Pete Seeger, l’avvocato della pace, il cantautore con il banjo ha cantato la sua ultima strofa terrena su un letto d’ospedale a New York. Tutti i suoi novantaquattro anni li ho percepiti e accolti con “Turn, Turn, Turn”: Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.  La profondità dei versi si presta a una miriade di interpretazioni, ma l’accezione principale che viene attribuita a questa canzone è quella del messaggio pacifista, sottolineato in particolare dal verso finale – l’unico attribuibile al compositore Seeger – che recita: a time for peace, I swear it’s not too late (un tempo per la pace, io giuro che non è troppo tardi).

Pete Seeger at the House

Pete Seeger at the House

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Con la canzone rivisitata e musicata da Seeger,”If I Had a Hammer“, su testo di Lee Hays , scritta nel 1949 ma depositata con copyrigth solo nel 1958 e il gruppo The Weavers, un quartetto organizzato nel 1948, Seeger ha contribuito a preparare il terreno per un folk revival nazionale. La canzone che può essere suonata a ritmo di surf rock oppure country rock ha una valenza prettamente politica essendo stata composta a sostegno del movimento progressista d’America. Si tratta di una delle prime canzoni di protesta della stagione del pacifismo e della contestazione contro la discriminazione razziale. Venne infatti eseguita collettivamente nel 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà che si tenne a Washington D.C., la stessa in cui il reverendo Martin Luther King pronunciò la storica allocuzione: I Have a Dream

Il gruppo – Seeger, Lee Hays, Ronnie Gilbert e Fred Hellerman – ha sfornato inoltre registrazioni di “Good Nigth Irene“, “Tzena, Tzena” e “On Top of Old Smokey“.

A Seeger va il merito anche di aver reso popolare We Shall Overcome“, inserita nella sua pubblicazione Canto popolare, nel 1948. Ha sempre detto che il suo unico contributo a questo meraviglioso inno del movimento per i diritti civili è stato quello di aver cambiato la seconda parola da “volontà” a “deve” perché si pronunciava meglio. We shall overcome diventa l’inno del movimento guidato da Martin Luther King, ma ben presto diventa l’inno di ogni protesta. Dovunque ci sono persone che lottano per i propri diritti, si canta We Shall Overcome. È stato l’inno della rivoluzione di velluto a Praga, l’inno degli studenti spagnoli contro la dittatura franchista. In ogni marcia, in ogni manifestazione si canta We Shall Overcome, alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, al concerto di Woodstck nel ’69, per i dissidenti iraniani contro il regime di Ahmadinejad. Fino alla Casa Bianca, nel 2009, con la Baez che canta We Shall Overcome davanti al Presidente Barack Obama e al vicepresidente Joe Biden.

Pete Seegr con the Boss

Pete Seegr con the Boss

Bruce Springsteen ha inciso questa canzone in un album dedicato a Pete Seeger e l’ha cantata a Oslo, per ricordare la strage di Utoya. Roger Waters, ex Pink Floyd, ha inciso due mesi fa una versione dedicata al sogno dei palestinesi. Una canzone immortale che ha rivoluzionato il mondo.

Un filo rosso lega questa canzone e tutte le proteste del mondo, tutti i sogni di cambiamento, da quella marcia su Washington in poi, dal sogno di Martin Luther King fino ad oggi. Una canzone sacra,  di determinazione e di speranza che è diventato l’inno del movimento non violento dei diritti civili negli Stati Uniti, e che è cantata da popoli oppressi di tutto il mondo. “We Shall Overcome”, che rappresenta un grido di battaglia per la libertà, la dignità e l’uguaglianza, si era perso negli adattamenti secolari. Cantanti folk bianchi negli anni sessanta hanno rimosso i riferimenti spirituali e adattati i versi come canzone laica. Le origini di questo gospel fino a quattro anni fa erano sconosciute ma oggi, dopo ricerche del produttore musicale Isaias Gamboa, il compositore originale di “We Shall Overcome” è stato identificato nella cantante e compositrice Louise Shropshire. La storia di Gamboa è stata raccontata nel libro recentemente pubblicato, “We Shall Overcome. Il suo libro fornisce una storia della canzone, la vita della signora Shropshire, lo sfruttamento dei neri in America, la lotta Nera per ottenere l’uguaglianza, la paternità e la proprietà del brano della signora Shropshire.

La  carriera musicale di Pete Seeger è sempre stata intrecciata strettamente con il suo attivismo politico, dove ha sostenuto cause che vanno dai diritti civili alla pulizia del suo amato fiume Hudson. Seeger ha sempre detto di aver lasciato il Partito Comunista intorno al 1950 ma la Huac e la FBI  lo hanno perseguitato per anni.

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Con sua moglie Toshi è rimasto sempre insieme, dal 20 luglio 1943 fino a luglio del 2013 nella casa di legno a Beacon (NY). Toshi se n’è andata proprio il giorno del suo novantunesimo compleanno lasciando un grande vuoto nella vita di Pete , i figli e i nipoti.

Seeger è stato tenuto fuori dalla televisione commerciale per più di un decennio dopo il problema con il comitato di attività antiamericane nel 1955. Ripetutamente pressato dal comitato di rivelare se avesse cantato per i comunisti, Seeger ha risposto sempre bruscamente e con coerenza:  è stato accusato di oltraggio al Congresso, ma la sentenza è stata ribaltata in appello. Seeger ha rifiutato di rispondere alle domande circa le sue convinzioni e le associazioni fino al 1940, (era stato un membro del Partito Comunista), non sulla base del quinto emendamento, che protegge gli uomini e le donne di auto-incriminazione, ma sulla base del Primo Emendamento che  tutela la libertà di parola.

Le sue conseguenze giuridiche, si sono estese a tutto il mondo dei musicisti, è importante ricordare che HUAC non era probabilmente la più difficile delle sue tribolazioni durante l’era McCarthy. Molto più tossica per la maggior parte della sinistra è stata la blacklist stessa. Dai primi anni 1950 alla metà del 1960,  a Seeger è stato impedito di svolgere un gran numero di tappe e concerti in gran parte degli USA. Prima con The Weavers, e poi in proprio.

La lista nera non funzionava indipendentemente dallo stato. Era la cinghia di trasmissione dello stato e un meccanismo di attuazione del governo. Uomini e donne che non hanno collaborato con il governo erano soggetti alla lista nera, quindi era un mezzo utile per assicurare la cooperazione e fornire informazioni. Gli esecutori segreti della lista nera erano spesso uomini ex-FBI o di staff ex-HUAC, e l’FBI e HUAC che fornivano informazioni critiche ai dirigenti del settore e dei loro subalterni. Per la maggior parte degli uomini e delle donne durante gli anni di McCarthy, il punto di contatto immediato con la repressione politica e la coercizione era il loro datore di lavoro, il loro insegnante, il terapeuta, il loro avvocato, il loro supervisore, il loro collega.

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Pete Seeger nel momento più alto della sua carriera nel 1950 va nei campus universitari, nelle strade e diffonde la musica di Guthrie, Huddie “Lead Belly“, è stato per lui il lavoro più importante andare da college a collage, uno dopo l’altro e soprattutto quelli più piccoli e ha fatto ascoltare ai bambini tutte le canzoni che le radio non potevano trasmettere. Nel 1967 va alla CBS, nel programma Smothers Brothers spettacolo di varietà, canta la canzone di protesta contro la guerra del Vietnam “Waist Deep in the Big Muddy” ma gliela tagliano. Seeger non demorde e denuncia la rete di censura.

 Non era più un membro del partito, ma le sue idee sono rimaste le stesse ed a ogni concerto faceva cantare il pubblico, ormai era diventata una regola. Al Kennedy Center nel 1994 il presidente Bill Clinton lo ha salutato come “un artista scomodo che ha osato cantare cose come le vedeva.”

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Seeger è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1996. Nel 1997 ha vinto un Grammy per il miglior album folk tradizionale, “Pete”. Nove anni più tardi, Bruce Springsteen lo ha celebrato con “We Shall Overcome: The Seeger Sessions“, una reinterpretazione rollicking di canzoni cantate da Seeger. Ha partecipato al concerto nel 2009 al Madison Square Garden per celebrare il suo 90 ° compleanno, onorato da  Springsteen, Dave Matthews, Eddie Vedder e Emmylou Harris.

Pochi mesi fa, il  21 settembre 2013, Pete Seeger ha cantato sul palco durante il Farm Aid 2013, con Willie Nelson e Neil Young

Seeger ha ottenuto la nomination del Grammy Awards 2014  nella categoria Best Spoken Word, ma ha vinto Stephen Colbert.

Seeger è nato a New York il 3 maggio 1919, in una famiglia di artisti le cui radici sono fatte risalire ai dissidenti religiosi dell’America coloniale. Sua madre, Costanza, suonava e insegnava violino;  suo padre, Carlo, musicologo, era consulente per l’amministrazione di reinserimento, e ha dato lavoro agli artisti durante la Depressione. Suo zio Alan Seeger, era il poeta che scrisse “Ho un appuntamento con la morte.”

Pete Seeger ha sempre detto che si innamorò della musica popolare quando aveva 16 anni, a un festival di musica in North Carolina nel 1935. Il suo fratellastro, Mike Seeger, e la sorellastra, Peggy Seeger, divennero anche essi artisti noti.

Pete Seeger con la sua chitarra

Ha imparato il banjo a cinque corde, strumento che lo ha salvato dall’oscurità e ha suonato  il resto della sua vita a modo suo. Sulla pelle del banjo di Seeger c’era scritta  la frase: “Questa macchina circonda l’odio e lo costringe ad arrendersi” – un cenno al suo vecchio amico Guthrie, che aveva scritto sulla sua chitarra: “Questa macchina uccide i fascisti”.

Ci sono centinaia di eventi memorabili da ricordare della vita artistica di Seeger, in particolare il suo primo concerto elettrico al Festival Folk di Newport nel 1965. La leggenda racconta che ha cercato di tagliare il cavo audio di Bob Dylan ma Seeger ha sempre spiegato che il mix chitarra era così forte che non si potevano sentire le parole di Dylan  e che la sua voce la sentiva più bassa e completamente diversa. Durante il concerto ha invocato il pubblico presente a cantare con lui per compensare la sua voce che era al minimo. “Non posso cantare molto,” ha detto. “Ho cercato di cantare alto e basso. Ora ho un ringhio da qualche parte nel mezzo.”

Storica la sua frase nell’ottobre del 2011: “Non pensate che si possa cambiare il mondo. L’unica cosa che potete fare è studiarlo” . Un attivista instancabile per la sua visione di un’utopia segnata da pace e stare insieme, gli strumenti di Pete Seeger erano le sue canzoni, la sua voce , il suo entusiasmo e i suoi strumenti musicali . Un sostenitore importante per lo stile folk con il  banjo a cinque corde e una delle più importanti icone della musica popolare della sua generazione. La penna è più potente della spada !!!

Pete Seeger e Woody Guthrie

Pete Seeger e Woody Guthrie

Where have all the flowers gone?                                                   
Long time passing
Where have all the flowers gone?
Long time ago
Where have all the flowers gone?
Girls have picked them every one
When will they ever learn?
When will they ever learn?
 
Where have all the young girls gone?
Long time passing
Where have all the young girls gone?
Long time ago
Where have all the young girls gone?
Taken husbands every one
When will they ever learn?
When will they ever learn?
 
Where have all the young men gone?
Long time passing
Where have all the young men gone?
Long time ago
Where have all the young men gone?
Gone for soldiers every one
When will they ever learn?
When will they ever learn?
 
Where have all the soldiers gone?
Long time passing
Where have all the soldiers gone?
Long time ago
Where have all the soldiers gone?
Gone to graveyards every one
When will they ever learn?
When will they ever learn?
 
Where have all the graveyards gone?
Long time passing
Where have all the graveyards gone?
Long time ago
Where have all the graveyards gone?
Covered with flowers every one
When will we ever learn?
When will we ever learn?
words and music by Pete Seeger

Di Gloria Berloso, diritti riservati