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novembre 16, 2012

OMAGGIO A JOHN CAGE Anniversario di un’idea di libertà

Venerdì 23 novembre – ore 21

Torino, CineTeatro Baretti, via Baretti 4

Per Schoenberg, l’armonia non era solo coloristica: era strutturale. E ‘stato utilizzato il mezzo per distinguere una parte di una composizione da un altro. Secondo lui, Cage non sarebbe  mai stato in grado di scrivere musica. Disse all’alievo:  “Verrai a un muro e non sarai  in grado di passare.” “Allora passerò la mia vita battendo la testa contro il muro”, rispose Cage!

In seguito è diventato assistente di Oskar Fischinger, il regista, per prepararsi a scrivere la musica per uno dei suoi film. Al regista  capitò di dire un giorno, “Ogni cosa nel mondo ha il proprio spirito, che può essere rilasciato impostandolo in vibrazione. Così Cage ha  iniziato a colpire, strofinare tutto, ascoltare, e quindi scrivere musica in  percussioni, e suonare con gli amici. Queste composizioni erano costituite da brevi motivi espresse come suono o come silenzio della stessa lunghezza, motivi che sono stati disposti sul perimetro di un cerchio su cui si potrebbe procedere in avanti o indietro. Ha scritto senza specificare gli strumenti, utilizzando le prove per provare strumenti trovati o affittati. Non ha preso  in affitto molti perché aveva pochi soldi. Era sposato con Xenia Andreevna Kashevaroff che stava studiando legatoria con Dreis Hazel. Dal momento che hanno vissuto in una grande casa la sua musica percussioni era suonata la sera dai legatori. Ha invitato Schoenberg ad uno dei nostri spettacoli, ma Schoenberg ha sempre declinato l’invito.

Ha Ottenuto un posto di lavoro alla Cornish School di Seattle. E ‘stato lì che ha scoperto quello che ha chiamato micro-macrocosmica struttura ritmica. Le grandi parti di una composizione aveva la stessa proporzione delle frasi di una singola unità.Così un intero pezzo aveva quel numero di misure che ha una radice quadrata. Questa struttura ritmica potrebbe essere espressa con qualsiasi suono, compresi i rumori, o potrebbe essere espressa non come il suono e il silenzio, ma come immobilità e movimento nella danza. E ‘stata la sua risposta all’armonia strutturale di Schoenberg.

In occasione di un duplice anniversario, centenario della nascita e ventennale della scomparsa, il Festival EstOvest rende omaggio a John Cage (5 settembre 1912 – 12 agosto 1992), l’artista che più di qualsiasi altra figura del ‘900 ha fatto della libertà artistica una vera missione personale.

Con questo appuntamento lo Xenia Ensemble intende celebrare il valore della libertà dell’arte e della musica in particolare. Il programma, infatti, sostituisce un progetto musicale che avrebbe dovuto essere dedicato alle tradizioni del Mugam azero confrontate con le realtà musicali popolari del sud Italia. Il progetto è stato ostacolato e reso impossibile dall’Ambasciata dell’Azerbaijan che, a causa della presenza di artisti armeni nella rassegna, ha vietato ai propri connazionali di partecipare al concerto.

Alle musiche di John Cage si affianca la proiezione di estratti dal film documentario “John Cage e i bambini” di L. Martinengo e da “19 questions” di Frank Scheffer.

John Cage e i bambini (1984)

Servizio sul “Musicircus” organizzato da John Cage a Torino il 19 maggio 1984 in un Palazzetto dello Sport con un migliaio di alunni delle scuole elementari nell’ambito delle giornate a lui dedicate dal 5 al 20 maggio tra Torino e Ivrea. Il documentario, dal forte valore storico, riprende il compositore al lavoro con i bambini, durante le discussioni con le insegnanti e in giro per la città.

19 Questions, di Frank Scheffer e Andrew Culver (1995)

Nel 1987 Andrew Culver, stretto collaboratore di Cage per 11 anni, e Scheffer, pluripremiato autore di film su Stockhausen, Carter, Mahler, Berio e Andriessen tra gli altri, lo sottoposero a un’intervista cui Cage accettò di rispondere seguendo scrupolosamente le procedure casuali che rappresentano il cardine della sua filosofia musicale.

Cage risponde a 19 domande su una molteplicità di argomenti (matematica, Einstein, zen, morte, politica), la cui durata delle risposte è determinata da un programma informatico “aleatorio”. Una sorta di intervista random in cui la variabilità delle domande e la durata data per rispondere determinano il contenuto delle stesse risposte. Il tutto non fa mancare a Cage quella forte vena ironica che alla fine determina il vero andamento dell’intervista.

 

PROGRAMMA

Sonata for Two Melodies, per violino e violoncello

Cheap Imitations, per violino

Eight Whiskus, per viola

String Quartet in 4 Parts

Introduce Luciana Galliano, musicologa

Xenia Ensemble:

Adrian Pinzaru, violino

Eilis Cranitch, violino

Maurizio Redegoso-Kharitian, viola

Claudio Pasceri, violoncello

Ingresso libero

INFO E PRENOTAZIONI

http://www.xeniaensemble.it

Tel: +39 011 8124881

Mail: info@xeniaensemble.it

ottobre 23, 2012

Canzone popolare, ma quanti l’ascoltano?

Il termine “canzone popolare,” copre una vasta gamma di stili musicali, ma è più comunemente usato per riferirsi ad un brano narrativo che utilizza melodie tradizionali per parlare su un argomento particolare. Spesso, le canzoni popolari affrontano  le questioni politiche attuali e sociali come il lavoro, la guerra, e l’opinione pubblica.

                                 

Canzoni popolari note da molto  tempo sono tramandate all’interno di una comunità, e si evolvono nel tempo per affrontare le questioni del momento.  “We Shall Overcome” è una di queste. Altre canzoni popolari senza tempo hanno origini precise, come  “Questa terra è la tua terra” di Woody Guthrie, o   “If  I Had A Hammer” di Pete Seeger. Queste canzoni sono spesso così struggenti, oneste, e senza tempo, che si radicano nella cultura, e sono conosciute da quasi tutte le ultime generazioni.  I Canti popolari appartengono in genere ad una comunità di persone per i problemi  che loro ritengono importanti. Le Canzoni popolari moderne narrano argomenti di amore

e di relazioni con il razzismo, il terrorismo, la guerra, il voto, l’educazione, e la religione, tra le altre cose. Come i tempi sono cambiati, di riflesso la musica popolare è cambiata per riflettere i tempi. Molte  canzoni di protesta sono ancora cantate oggi, anche se con nuovi versi che sono stati aggiunti in modo da rivivere il contesto in cui sono risorte le canzoni.

Nel 1960, la musica folk mescolata con la musica tradizionale, come i baby boomer sono maturate tutte in una volta. La musica del folk revival è musica pop narrativa con una coscienza sociale. Da allora, le forme musicali guidati dalla comunità ( punk, hip-hop)  si sono evolute. Ora, nel 21 ° secolo, la musica popolare è fortemente influenzata da tutti questi movimenti musicali.

La “musica popolare” è più spesso usata per descrivere uno stile di musica che si è evoluta rapidamente nel corso del secolo scorso. Se sentite descrivere dalla  critica e dai fans,  un artista,   come “folk“,  in generale, non vuol dire che stanno prendendo in prestito una melodia da una fonte tradizionale. Al contrario, tale termine viene dato alle canzoni che si suonano con strumenti non tipicamente visti in una band  rock o pop.

Dal momento che la musica folk è più adeguatamente definita dalle persone che la compongono, è importante non ignorare che le qualificazioni come “folksinger” o “folk” sono venute a significare qualcosa di diverso da quello che hanno fatto 50 anni fa. Artisti popolari oggi sono sperimentali e si dilettano in diversi generi, integrando varie influenze musicali nelle loro canzoni narrative.

Anche le fiabe popolari sono narrazioni tramandate nel tempo e toccano le stesse  tematiche delle ballate, naturalmente in maniera meno violenta, come può essere una canzone che si riferisce alle guerre, all’olocausto, alla schiavitù, al sesso, alla morte.

Le danze popolari hanno un ruolo fantastico, soprattutto per le persone che vivono in province e località molto lontane, nel senso che, la danza servirà come specchio che racconta la natura delle persone che vivono in quel luogo particolare. Attraverso la danza si rappresentano  l’occupazione, la religione, la cultura,le  tradizioni, i costumi,  la fede e lo stile di vita. Per il modo di danzare, i popoli sono riconosciuti ovunque.

Ogni gruppo di persone, non importa quanto piccolo o grande, ha gestito la sua cultura popolare a suo modo. A seconda come avviene la trasmissione da persona a persona e di essere soggetta alla capacità, o la mancanza di abilità di coloro che la danno e le molte influenze, fisiche e sociali, che consciamente o inconsciamente influenzano una tradizione, ciò che può essere osservato è una storia di cambiamento continuo. Un elemento di cultura popolare in alcuni casi mostra una relativa stabilità e subisce a volte drastiche trasformazioni. Ma si deve tenere conto che la gente che ascolta o partecipa alla sua cultura  orale, dispone di norme completamente diverse da quelle dei loro interpreti.

Di tanto in tanto un talentuoso cantante o narratore, o forse un gruppo di loro, possono sviluppare le tecniche che si traducono in un miglioramento nel corso del tempo da ogni punto di vista e per lo sviluppo effettivo di una nuova espressione culturale. D’altra parte, molti articoli di letteratura popolare, a causa di movimenti storici o opprimenti influenze straniere o la mancanza solo dei cultori della tradizione, diventano sempre meno importanti, e, occasionalmente, si estinguono dal repertorio orale.

Ma le canzoni e le narrazioni popolari, oggi, da quante persone vengono ascoltate? Spesso vengono recepite come noiose cantilene, a volte perché dilaga una totale indifferenza e a volte per il rifiuto di conoscere i problemi di chi un lavoro non ce l’ha per esempio, o alla difficoltà  di inserimento in un contesto sociale formato sempre più da etnie diverse, europee, asiatiche, africane e americane.

Di particolare importanza è il rapporto di ogni espressione culturale popolare con la mitologia. Le storie di Maui e suoi confratelli nel Pacifico, degli dei e degli eroi di africani o gruppi americani  indiani hanno alle spalle una storia lunga e complicata, forse.  Tutti appartengono ad un passato indefinitamente lungo, con influenze di culti e pratiche religiose, come la glorificazione degli eroi. Ma quali che siano le motivazioni storiche, psicologiche, o religiose, le mitologie sono una parte di letteratura popolare e, anche se tradizionale, sono state oggetto di continue modifiche per mano del racconto di storie, di cantanti o conduttori sacerdotali dei culti. Alla fine cantanti o cantastorie di tendenze filosofiche hanno sistemato le loro mitologie e hanno creato con l’immaginazione, molto bene,  le figure di Zeus e della sua famiglia olimpica e la  discendenza di eroici semi-divini . Anche se i dettagli di questi cambiamenti vanno oltre lo scopo di questo articolo, le storie degli dei e degli eroi e delle origini soprannaturali e cambiamenti sulla terra hanno svolto un ruolo importante in tutta la letteratura popolare.

La canzone folk è quasi universale, ed è probabile che dove non ci sono memorie o cantanti interpreti, le informazioni sono semplicemente mancanti. Canzone popolare implica l’uso della musica, e la tradizione musicale varia notevolmente da una zona all’altra. In alcuni luoghi le parole delle canzoni sono di poca importanza e sembrano essere utilizzate principalmente come supporto per la musica. Spesso ci sono monosillabi senza senso e  ripetizioni delle parole per accompagnare la voce o lo strumento musicale . In gran parte del mondo, i tamburelli, il battere il tempo con le mani o i piedi, o un’arpa danno  un forte effetto ritmico “folksinging”. In altre parti del mondo, strumenti a fiato o o ad arco di un tipo o di un altro influiscono sulla natura del testi di canzoni popolari. In molti luoghi canzoni folk sono di grande importanza, che serve ad aumentare l’entusiasmo per la guerra o l’amore o parte del rituale religioso. Attraverso di loro il gruppo esprime le sue emozioni comuni o alleggerisce il carico di lavoro comune. In alcuni gruppi, le canzoni popolari sono utilizzate per effetti magici, per sconfiggere i nemici, per attirare gli appassionati, per invocare il favore dei poteri soprannaturali. A volte l’effetto magico di queste canzoni è così molto apprezzato che la proprietà effettiva delle canzoni viene mantenuta e il loro uso accuratamente custodito.  Anche quando le canzoni popolari non sono utilizzate per tali scopi pratici, ma solo per il piacere di cantare od ascoltare, la maggior parte del mondo le utilizza per l’espressione di idee o le emozioni detenute in comune dal gruppo.  Canti popolari, essenzialmente espressioni di idee condivise o sentimenti, sono spesso banali, ma a volte possono essere profondamente commoventi.

D’altra parte, nelle grandi civiltà occidentali e asiatiche, il canto narrativo è importante da molto tempo ed è stato coltivato dai cantanti più abili. Nel corso del tempo queste canzoni di guerra, di avventura, di vita domestica o hanno formato cicli locali, come la Byline della Russia o le canzoni eroiche di molti Stati balcanici e la Finlandia o la tradizionale ballata dell’ Europa occidentale e altrove. Ognuno di questi cicli ha le proprie caratteristiche, con le sue forme distintive, metriche e le sue formule sia di eventi e d’espressione.

I PRINCIPALI INTERPRETI DI CANZONI FOLK

 1. Woody Guthrie 2. The Weavers 3. Bob Dylan 4. Odetta 5. Peter, Paul and Mary 6. Pete Seeger

7. Joni Mitchell 8. Kingston Trio 9. Joan Baez  10. Leadbelly 11. Phil Ochs  12. Judy Collins 

13. Crosby, Stills & Nash 14. The Byrds  15. Fairport Convention 16. Doc Watson  17. Neil Young

18. Leonard Cohen 19. Simon & Garfunkel 20. Frankie Armstrong 21. Donovan 22. Gordon Lightfoot

23. Steve Goodman 24. Ramblin’ Jack Elliott 25. John Fahey 26. Arlo Guthrie 27. Tom Rush 

28. Sweet Honey In The Rock 29. The Limeliters 30. Buffy-Saint Marie 31. Loudon Wainwright III

32. Elizabeth Cotten 33. The New Lost City Ramblers  34. Tom Paxton  35. Steeleye Span

36. Utah Phillips  37. Josh White  38. The Chad Mitchell Trio  39. John “Spider John” Koerner

40. Kate & Ann McGarrigle  41. Hazel Dickens  42. Ralph McTell  43. The Highwaymen 44. A.L. Lloyd

45. Townes Van Zandt 46. James Taylor 47. Harry Chapin 48. Oscar Brand  49. Ian & Sylvie 

50. John Prine 51. The New Christy Minstrels 52. Harry Belafonte 53. Cisco Houston 54. Bob Gibson

55. Mike Seeger 56. Almanac Singers 57. Loreena McKennit 58. June Tabor 59. Jesse Fuller 

60. Joan Armatrading 61. Dock Boggs 62. Dave Van Ronk 63. Suzanne Vega 64. Buell Kazee 65. Fred Neil

66. Eva Cassidy 67. The Clancy Brothers 68. Sandy Denny 69. The Dubliners 70. Iris Dement 

71. The Rooftop Singers 72. Gillian Welch 73. Maddie Prior 74. The Roches 75. Alice Gerrar 76. Folksmen

77. Anita Carter  78. Jerry Jeff Walker 79. Christine Lavin 80. Richard Thompson 81. AnneHills

82. Eric Andersen 83. The Chieftains 84. Ani Difranco 85. Pentangle 86. Tracy Chapman 

87. Shel Silverstei 88. John Renbourg 89. Judy Henske 90. David Bromberg 91. The Mama’s & The Papa’s

92. Tim Buckley 93. The Brothers Four 94. Emmylou Harris 95. Si Kahn 96. Burl Ives 97. Cat Stevens

98. Nanci Griffith  99. Christy Moore  100. John Kirkpatrick

The Serendipity Singers
The Seekers
Melanie
Spanky and Our Gang
Michelle Shocked
Nick Drake
Bill Morrisey
Sandpipers
Village Stompers
Smothers Brothers
The Incredible String Band
Victoria Williams
Roger McGuinn
Shawn Colvin
Janis Ian
Leo Kottke
Rod McKuen
Hamilton Camp
Taj Mahal
Gram Parsons
Peggy Seeger
Trini Lopez
Glenn Yarbourough
Bradley Kinkaid
Phoebe Snow
Buffalo Springfield
Flaco Jiminez
Devendra Banhart
Roy Harper
The Beau Brummels
The Holy Modal Rounders
Atwater-Donnelly
The Chenille Sisters
The Tarriers
The Brandywine Singers
Ricki Lee Jones
Robin & Linda Williams
Katty Moffatt
Terry Callier
Mike Cross
Carolyn Hester
Richard & Mimi Farina
The Everly Brothers
The Band
The Lovin’ Spoonful
Ellis Paul
Artie Traum
Luka Bloom
Bert Jansch
Happy Traum
The Jolly Rogers
Bad Haggis
ottobre 15, 2012

Che cos’è la ghironda? Viaggio in mezzo ai musicanti

Alberto Cesa racconta (articolo sulla Stampa, 1999-Fogli Volanti) che una donna di Ferrere, in Valle Stura, raccontò a Nuto Revelli per Il mondo dei vinti che suo nonno per guadagnare qualche soldo, andava a piedi fino in Francia, e l’attraversava tutta, dalla Provenza alla Bretagna, con la lanterna magica e la ghironda in spalla. Chissà quante cose avranno visto lungo il loro faticoso girovagare quei suonatori ambulanti che portavano in giro per ogni angolo d’Europa, sulle orme degli antichi menestrelli, quella che giustamente fu chiamata la regina di tutti gli strumenti!

Chissà quanto avremmo capito meglio certi passaggi della storia se quegli uomini avessero affidato la memoria delle loro avventure, dei loro incontri, delle loro riflessioni, anche alla scrittura, anziché soltanto a quello che rimane pur sempre il confine invalicabile tra la cultura popolare e la cosiddetta cultura dominante: l’oralità.  Peccato!

Un suonatore di ghironda, nelle piazze del Cinquecento raccoglieva più pubblico di un predicatore, alla faccia della decadenza che quella sua strana scatola sonora aveva dovuto condividere con i signori di mezza Europa dopo i fasti medioevali delle corti trobadoriche.

Ma che cos’è la ghironda?

La ghironda è il primo strumento a corde sfregate della storia della musica. I primi esemplari risalgono all’anno 1000 d.c. E’ uno strumento tipicamente belga-francese e viene adoperato anche in Italia in quasi tutto l’arco alpino. La ghironda nei secoli è sempre stata  costruita in due forme particolari, ma a forma di piccola chitarra, una a forma di liuto. La caratteristica di questo strumento deriva dallo sfregamento delle corde che vengono sfregate da una ruota azionata da una manovella. Il cavigliere è rifinito con un mascherino medievale.

Non c’è l’esatta certezza di una sicura documentazione sulle origini della famiglia delle              
ghironde, ma si può procedere per ipotesi abbastanza attendibili basate sull’iconografia e su
tutto quello che è arrivato fino a noi da quei lontani periodi.
Fin dal primo medioevo esistevano strumenti muniti di una ruota impeciata azionata da una
manovella per sfregare le corde creando in modo meccanico quella continuità di suono così
simile alla voce umana tipica degli strumenti ad arco.
L’ipotesi più plausibile si basa sulla derivazione dal monocordo di Pitagora (fisico e
matematico nato a Samo nel 560 a.C. e morto a Metaponto nel 480 a.C.) di vari strumenti
musicali che utilizzavano delle tastature al posto dei ponticelli mobili.

La ghironda  (o gironda, in francese vielle à roue, in inglese hurdy gurdy),  oggi è possibile ascoltarla  in alcuni festival europei di musica folk, suonata spesso insieme a cornamuse, in particolare in Francia, in Ungheria e in Italia. Il più famoso festival annuale è a Saint-Chartier, nella Francia centrale ma anche il festival Folkest che si svolge a luglio a Spilimbergo (Friuli).
La prima testimonianza conosciuta è l’organistrum, un enorme cordofono utilizzato nel periodo gotico in ambito monastico per insegnare musica ed eseguire brani sacri. L’essere uno strumento polifonico ne ha probabilmente ispirato il nome, che deriverebbe quindi dal termine organum.
Una delle prime raffigurazioni dell’organistrum si trova nel portico della Gloria della cattedrale di Santiago de  Compostela (XII secolo): si può notare come lo strumento, a forma di violino, sia di grandi dimensioni (anche 2 metri di lunghezza) e sia suonato contemporaneamente da due persone, di cui una addetta esclusivamente a ruotare la manovella.
Attorno al XIII secolo lo strumento, le cui dimensioni sono notevolmente ridotte, prende il nome di sinfonia (in francese chifonie): anche questo appellativo è probabilmente derivato dalla caratteristica polifonia dello strumento.
La sinfonia è suonata da un solo strumentista e viene utilizzata dai menestrelli per accompagnare danze e chansons de geste; in breve la sua popolarità ne allarga l’uso a processioni religiose e mystery plays. L’associazione, che si consolida nei secoli, con menestrelli, vagabondi e mendicanti (spesso ciechi, infatti era soprannominata “viola da orbi“) fa di questo strumento simbolo, alternativamente, di rusticità, ignobiltà, immoralità, povertà.

Lo strumento moderno è diffuso in due formati principali pur continuando ad avere svariate forme e fogge. Esaminando questi è comunque possibile risalire alla tecnica costruttiva degli altri esemplari in quanto la struttura e gli elementi che compongono la ghironda sono gli stessi pur con il variare delle forme. In sostanza cambia il contenitore ma non il contenuto.

Questa ghironda è costruita dal liutaio Sergio Verna nella Quinta Rua di Ricetto di Candelo in provincia di Biella. Nel suo laboratorio piccolo ma ricco di storia ho potuto osservare alcune fasi della costruzione di questo affascinante strumento, usato da un’ensemble polistrumentale e multigenerazionale che prende il nome da una delle vie più antiche del Ricetto Medioevale di Candelo dove hanno sede i laboratori artigianali di alcuni membri del gruppo oltre che la sede ufficiale nonché sala prove utilizzata dai suonatori.

Verso la fine degli anni settanta del secolo scorso, alcune persone certamente un po’ fuori di testa o perlomeno fuori dal coro iniziò ad occuparsi di musica tradizionale andando a cercare strumenti dimenticati o fino allora sconosciuti quali ghironde, pive, violini, percussioni di ogni tipo, ed iniziò ad animare feste da ballo ed improvvisate feste in sagre paesane. Tra questi figuri, Frenz Vogel (maestro vetraio), Guido Antoniotti (costruttore strumenti di ogni genere), Sandro Fusetto in combutta con un foresto vercellese (nessuno è perfetto) Luciano Conforti non hanno perso nel nuovo secolo il vizio e anzi lo hanno trasmesso ad altri fuori dal coro che non sapendo dove sarebbero andati a finire sono rimasti coinvolti a tal punto da imbracciare a loro volta ghironde, pive, percussioni e strumenti vari.

E così agli inizi di questo nuovo secolo, che non sembra partito troppo bene, questa banda fuori dal coro ha pensato di riunirsi sotto il nome di QUINTA RUA, composta da ALBERTO CERIA, DONATELLO SIZZANO, FRENZ VOGEL, GABRIELE GUNELLA, GUIDO ANTONIOTTI, LUCIANO CONFORTI, MARCO CERIA, MARCO PETTITI, MASSIMO LOSITO, SANDRO FUSETTO.

QUINTA RUA DI RICETTO DI CANDELO TRA I MUSICANTI DI GHIRONDA E IL LIUTAIO SERGIO

ottobre 11, 2012

Pete Seeger e il potere del perdono

Una storia toccante su Pete Seeger e il perdono, raccontata proprio da un talento, il  musicista Marc Black.

Woody Guthrie con Pete Seeger, una grande amicizia

Come raccontato da Michael Kobluk del Trio Chad Mitchell:
Nel 1950, il folksinger, Burl Ives fece girare su Pete la notizia, in risposta alle domande del Comitato della Camera per attività antiamericane che riguardavano  Pete e le tendenze comuniste.
Come risultato,  Seeger è stato inserito nella lista nera  … bandito dalla televisione e dalla radio, mentre Ives ha goduto di una carriera fiorente e di un grande successo anche come attore, nel 1959 vinse il premio Oscar al miglior attore non protagonista per l’interpretazione del capo Ranch Rufus Hannassey in Il grande paese di William Wyler. Anche se erano stati buoni amici negli anni ’40 e ’50, non si sono più rivolti la parola fino al 1995, durante una prova presso il St. 92 “Y”.
“Eravamo tutti consapevoli d’essere molto tesi in sala prove mentre aspettavamo il nostro turno. Burl Ives, inchiodato ad una sedia a rotelle, è stato tirato sul palco per il suo sound check”-
Pete, seduto tra il pubblico con il resto di noi, si alzò, prese il suo banjo e si diresse sul palco. Dopo una parola tranquilla con Burl, gli diede un abbraccio e suggerì di provare alla fine un paio di canzoni che cantavano insieme. Non c’era un solo occhio asciutto tra i presenti. E ‘stata una grande emozione, un momento assolutamente bellissimo.
Non più di 4 mesi dopo, Burl Ives è  scomparso.

                                                       Burl Ives    ♥

Amato da generazioni di bambini, amanti del teatro e gli appassionati di cinema, Burl Ives ha dedicato la sua vita alla raccolta, conservazione, valorizzazione e l’esecuzione di innumerevoli canzoni di  musica folk americana, un patrimonio immenso.

Ha finalmente avuto la fama come cantante folk   nel 1945 con la sua performance in “Sing Out, Sweet Land.” Il saluto teatrale di musica popolare americana caratterizzato da blues, ballate e canti di lavoro, spirituals e inni, ferroviari, fluviali, e canzoni di guerra. Ives è diventato il cantante folk più famoso d’America, celebre per canzoni tra cui “Big Rock Candy Mountain”, “Fly Tail Blue”,  “On Top of Old Smoky” , “I Know an Old Lady” e ” Chim Chim Chiree.”

“His struggle to make a place for himself as a ballad singer arose because many of the people in the entertainment world could see no value in what they called ‘those moss-covered songs”.

ottobre 4, 2012

MOSES ASCH ovvero FOLKWAYS RECORDS

Ho letto alcuni libri e molti articoli riguardanti Woody Guthrie, nel centenario dalla sua nascita.  Io stessa me ne sono occupata in questo sito e con altri articoli;  in moltissimi paesi nel mondo si sono svolti concerti, seminari, festival, dedicati all’immensa opera del più grande ed illustre folk-singer. Woody ha dedicato tutta la sua vita, scrivendo canzoni, poesie, testimonianze e lo ha fatto continuamente, giorno e notte!

Moses Asch, fondatore della etichetta discografica non profit FOLKWAYS RECORDS della Fondazione Smithsonian, una istituzione che ha salvaguardato ogni forma di cultura  che hanno reso grande la terra:  la musica, la poesia e ogni sonorità del mondo. Quasi tutti i dischi di Woody Guthrie sono stati pubblicati da questa etichetta nella persona di Moses Asch che n’è il fondatore. La Smithsonian ha messo a disposizione tutte le opere raccolte, pertanto chi volesse visionare ed ascoltare questi dischi, un  patrimonio immenso, lo può fare.

Ci sono inoltre molti documenti che raccontano molte storie diverse. Vi ho già raccontato che  Guthrie era un comunista e un antifascista, un poeta e un musicista, uno scrittore e un pittore. Si sa anche che era un ubriacone e un amante appassionato. Oggi abbiamo a disposizione migliaia di scritti, testi dattiloscritti dallo stesso Woody, spartiti, dischi, copertine, fotografie,  alcuni libri e li possiamo toccare con mano.

Per il centenario la Folkways ha pubblicato un box contenente tre CD con il libro. L’opera è immensa, i commenti ai dischi occupano quaranta pagine del libro. Ci sono 57 registrazioni tra le quali la versione integrale di This Land Is Your Land, cantata anche da Pete Seeger e Bruce Springsteen davanti al Presidente degli USA, Obama. Il terzo CD contiene le canzoni All Work Together e My Little Seed, precedentemente le troviamo su dischi a 78 giri.

Fortunatamente il Signor Moses ha registrato i programmi radiofonici  e le incisioni alla Radio Station di Los Angeles dove Guthrie tra il 1937 e il 1939 ha partecipato. Molto interessante e da batticuore è la registrazione di alcune canzoni come Weaver’s Life nello spettacolo di beneficienza con Pete Seeger, Cisco Huston, Lee Hays subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e la canzone Goodnight Cathy, cantata da Woody insieme alla moglie Marjorie nel 1946.

E’ proprio Marjorie a raccontare di quanto grande spessore artistico fosse suo marito, nonostante la grave malattia che lo aveva colpito, relegandolo ad un letto d’ospedale inerme…” Woody era perfettamente cosciente di quello che gli succedeva intorno, poteva pensare e capire, c’era sempre la sua mente rivoluzionaria dentro il suo corpo immobile. Quando Pete Seeger  andò a fargli visita nel 1967 con Sonny Terry e Brownie McGhee, gli cantarano una canzone e Woody pur non potendo muoversi cercava di battere il tempo con le mani“.

Woody at 100: The Woody Guthrie Centennial Collection

Woody Guthrie SFW4020

settembre 28, 2012

LE PAYS NATAL – RICKY MANTOAN A TORINO IL 28 SETTEMBRE 2012

Ricky Mantoan è un prestigioso chitarrista e compositore. Ha iniziato a suonare a sette anni.

Chitarrista mancino ha elaborato, nella sua lunga carriera, uno stile molto personale, che è una particolare e originale sintesi tra il folk americano e quello europeo di matrice celtica.

Apprezzato a livello internazionale dalla critica specializzata, è considerato un virtuoso della chitarra elettrica e in special modo della pedal steel guitar.

Stimato da musicisti di spicco dell’area californiana, prende parte ai tours italiani di Skip Battin, Greg Harris, Sneaky Pete Kleinow, Roger McGuinn, John York, Gene Parsone.

Ha all’attivo numerosi lavori discografici, sia come solista che con artisti americani e italiani.

Il lavoro di Ricky Mantoan, Le Pays Natal (Edit 1996) è la realizzazione di un progetto che da diversi anni stava a cuore al musicista: invogliare gli ascoltatori, in particolare quelli più giovani, a ricercare le proprie origini, attraverso il linguaggio immediato della musica, al di fuori di etichette e vecchi clichés.

In ogni brano il musicista ha tratteggiato situazioni, emozioni e sentimenti vissuti da uomini che, in vari modi, hanno lasciato nella storia l’impronta dell’indomita gente valdostana: la storico Federico Chabod, contestato per aver voluto un’autonomia troppo “italiana”; Emile Chanoux, assassinato dai fascisti; Lino Binel, che finì in un lager per le sue idee; Albert Deffeyes, che associò al suo impegno culturale un tenero affetto per la regima Maria Josè; Joseph Marie Bréan, biografo di Chanoux; e poi il figlio stesso di Chanoux (Emile anche lui), morto suicida alcuni anni fa; Joseph Marie Trèves, che esortava tutti ad essere fieri della propria identità; infine i Salassi, gli antichi progenitori, sconfitti ma mai domati, deportati in terre lontane a consumarsi nella fatica e nei ricordi come i moderni emigranti, a cui è dedicato il brano che dà il titolo all’album.

Uomini che hanno vissuto e sofferto nello scenario unico dei nostri monti, e ci spronano a ritrovare, attraverso il loro ricordo, le nostre radici…le pays natal.

Venerdì 28 Settembre

dalle 21.00  Al Giardino Askatasuna, lato via Balbo di Torino

Ricky Mantoan ripropone alcune canzoni di questo importante lavoro nella serata  in ricordo di Alberto Cesa organizzata dall’ ass.culturale Cantovivo e Egin.

Sul palco ad accompagnarlo ci sarà la sua compagna Gloria, le chitarre e l’arpa celtica.

… Da sempre cultore della musica e della cultura celtica, Ricky si dedica da anni allo studio dell’ Arpa ed attraverso questo affascinante strumento fa oggi rivivere atmosfere medievali e rinascimentali che rievocano un mondo fatto d’incantesimi e    leggende. Nella sua musica sogno e realtà si fondono lasciando   sensazioni di delicata armonia interiore …

Programma

PRESENTAZIONE DEI LIBRI DI ALBERTO  a cura di Roberto Sacchi (folk bulletin-folkest) – “Con la ghironda in spalla” e “Il Canzoniere del Piemonte” oltre a proiezioni video, sempre dedicate ad Alberto.

A SEGUIRE LIVE ACUSTICO: Yo Yo Mundi (folk rock italiano), Egin (patchanka), Ricky Mantoan (del Branco Selvaggio) arpa, chitarra e voce con Gloria Berloso (voce e percussioni) e i Babemalà (folk popolare)

settembre 18, 2012

GIOIA&RIVOLUZIONE ARMATO DI GHIRONDA

ASSOCIAZIONE CULTURALE CANTOVIVO E EGIN PRESENTANO ALBERTO CESA TRIBUTO, VENERDI’ 28 SETTEMBRE

YO YO MUNDI

Storia

Il gruppo musicale riunito sotto la giocosa sigla Yo Yo Mundi nasce alla fine degli anni ’80 ad Acqui Terme, città di confine tra le colline del Monferrato, nel sud del Piemonte.

Il Monferrato è zona molto rinomata per la viticoltura e decisamente centrale per la musica e la cultura: questi sono i luoghi di Luigi Tenco – Ricaldone dista 5 km da Acqui -, della “Genova per noi”, dei racconti di Pavese, Lajolo,
Monti e Fenoglio.

Paolo Enrico Archetti Maestri – voce, chitarra, Andrea Cavalieri – basso elettrico e contrabbasso, Eugenio Merico – batteria, Fabio Martino – fisarmonica e tastiere, sono i membri originari di YYM; a loro si unirà nel 1996 Fabrizio Barale – chitarre.
Questo fa di loro uno dei pochi gruppi italiani che ha ancora in organico tutti i fondatori dopo ventidue anni di attività (festeggiano il compleanno il 5 marzo, data del primo concerto “in quattro”).

EGIN

Storia

Nati nel gennaio 1999, gli EGIN (in euskara, la lingua basca, significa “fare, agire”), propongono una musica che, ispirata dalle tradizioni popolari e folk mondiali e di Euskadi in particolare, sfocia in una sorta di patchanka che spazia i generi musicali più disparati.
Fandango, polka, arin arin, reel, walzer, tango, biribilketa per trasportare il pubblico allo sprigionare emozioni fisiche e sensoriali attraverso il suono di fisarmoniche, flauti, violini, fagotti, contrabbassi.

RICKY MANTOAN

Storia

Il suo stile, i fraseggi, la ritmica ed il drive particolare che imprime, lo mettono in luce per il gusto e l’ecletticità che riesce a trasmettere a chi lo ascolta e suona con lui. Suo ispiratore è il chitarrista americano Duane Eddy, allievo di Chet Atkins e celebre per aver introdotto l’utilizzo della chitarra elettrica come protagonista del Rock and Roll. Dopo svariarte esperienze, nel 1978 fonda il BRANCO SELVAGGIO, ed inizia anche a comporre brani originali che fanno parte del suo primo album “RICKY” , pubblicato nel 1980.Negli anni ’80 e ’90, pur esibendosi regolarmente con il Branco Selvaggio, Ricky partecipa, con Beppe D’Angelo alla batteria, a numerose tournèes al fianco di famosi musicisti americani: Chris Darrow, Greg Harris, Skip Battin, “Sneaky” Pete Kleinow, John York, Gene Parsons e Roger Mc Guinn, rivelandosi un eccellente chitarrista e confermandosi un vero caposcuola alla PEDAL STEEL GUITAR.

GLORIA BERLOSO

Storia

Nata in Friuli, si trasferisce in Piemonte divenendo la compagna artistica e di vita di Ricky Mantoan.
Lavora in un progetto di diffusione culturale dal 1984 per passione.
Alcuni amici dicono che è nata per stare in mezzo agli artisti ed in parte è vero! La naturalezza della comunicatività che riesce ad avere con tutti la porta ad essere un punto di riferimento per molti.  Su Alberto Cesa ha scritto alcune recensioni.

Si occupa di promozioni artistiche, scrive su Bravonline, Lineatrad, http://www.ilblogfolk.com

BABEMALA’

Storia

Il gruppo è composto dalla vocalist Laura Sartore, da Giovanna Garzena (voce e flauto), Paolo Ferro (ghironda e percussioni), Giuseppe Tabbia (fisarmonica e mandolino) e da Mauro Sarcinella (chitarra). Si tratta di musicisti che negli anni passati hanno avuto esperienze in vari gruppi folk dell’area torinese, con alle spalle diversi stage di musica antica e barocca, oltre che corsi di musica e danza popolare. Negli ultimi tempi il gruppo dei Babemalà ha attivato diverse collaborazioni con varie scuole di danza popolare e musicisti dell’area folk di Torino. Degna di nota in tal senso è la recentissima collaborazione con Alberto Cesa del Cantovivo, tendente alla realizzazione di uno spettacolo sulla musica tradizionale piemontese. Da segnalare infine l’interessante attività di musicoterapista di Mauro Sarcinella (chitarrista del gruppo) in diversi Enti e scuole della provincia di Torino.

settembre 18, 2012

PHIL OCHS, alla riscoperta creativa della musica folk e al suo declino

Philip David Ochs, nato a El Paso il 19 dicembre 1940 e deceduto a Far Rockaway il 9 aprile 1976, ufficialmente per suicidio.

E’ da molto tempo che volevo interpretare la travagliata vita di Ochs, ho iniziato ad ascoltarlo intensamente una ventina d’anni fa, mi piace la sua voce e  comprendo le sue canzoni sempre accusatorie e la sua intensa vita, che è intrecciata alla crescita ed al riflusso del movimento dei diritti civili, alla riscoperta creativa della musica folk e al suo declino, per lo spostamento dei gusti giovanili verso la musica rock. La sua voce e la sua chitarra divengono la colonna sonora della ribellione nella battaglia per la democratizzazione del suo Paese e Phil può essere definito probabilmente il migliore dei cantautori politici ed il più fedele discepolo di Woody Guthrie.

Il suo esordio nel 1962 con All The News That’s Fit To Sing (1964), con The Bells, The Power And The Glory e Bound For Glory, e I Ain’t Marching Anymore (1965), con Draft Dodger Rag Ain’t Marching Anymore(1965), l’inno dei sit-in contro la guerra nel Vietnam (e per la quale Ochs venne bandito dalla programmazione radio e tv in tutta la nazione), subito divenuta l’inno degli obbiettori di coscienza.

Praticamente, Phil Ochs rivitalizza la tradizione del folk singer quale interprete di ogni rifiuto contro l’arroganza di potere. Noto per il suo spirito arguto, il suo umorismo sardonico, la sua pratica giornalistica come cronista, la sua condanna è tagliente e mirata. Ed è proprio con il concerto del 1962 a Columbus, organizzato dalla Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, che iniziano i primi guai per lui in seguito ad un articolo su un giornale periodico che lo definisce l’erede di Woody Guhtrie, noto come l’ammazza fascisti.

La sua espressione musicale è la trasposizione dei principali eventi di quell’epoca così difficile ma importante da conoscere. Usa la chitarra al posto della macchina da scrivere

In Concert (1966) contiene i suoi primi hit non politici, There But For Fortune e Changes, ma anche The Ringing For Revolution, che, sotto l’influsso di Dylan, è il suo maggiore sforzo politico-narrativo, il brano che lo colloca nelle posizioni piu` avanzate in assoluto della canzone di protesta. Ed è proprio a febbraio del 1966 che Ochs viene classificato come elemento pericoloso per la sicurezza nazionale. In quel periodo si accorge di essere controllato e durante i concerti, tra una canzone e l’altra, fa battute sugli agenti presenti ma nascosti tra il pubblico.

Quando, con Pleasures Of The Harbour(1967), tenta il capolavoro barocco alla Blonde On Blonde, i suoi limiti emergono  evidenti: mentre Bob Dylan continua la tradizione dei poets maudits, Ochs può  tutt’al più affidarsi allo spirito dei dandy romantici del primo Ottocento e sprofondare in arrangiamenti di archi e pianoforti (come in Crucifixion, elaborata suite ispirata all’assassinio di Kennedy). Di quel disco ambizioso si salvano le ballate, The Partye soprattutto Outsaid of a Small Circle Of Friends, una gioiosa musica per un ritratto di una generazione cinica.

Tape For California (1968), con la fiaba folk Joe Hill e un’eccentrica ballata pacifista, The War Is Over, contiene anche il suo ultimo capolavoro, When In Rome, in cui rivisita la storia dell’America con toni apocalittici da far dimenticare Desolation Row.

A metà gennaio del 1968 è tra i promotori del Partito Yippie, di sapore anarchico, all’insegna del spontaneismo e della provocazione contro il potere. Prima del Festival of Life è netta la sua posizione in vista della candidatura di Nixon ed è subito battaglia. La rivista di controcultura rock Rolling Stone raccomanda di stare alla larga da Chicago e pochi artisti confermano la loro presenza. La città diventa un campo di tafferugli, inseguimenti ed arresti. Ad agosto dello stesso anno Ochs canta al concerto di protesta e si preoccupa per il numero di poliziotti presenti, purtroppo alla fine del concerto si scatena la repressione con numerosi arresti, per dimostrare la forza dello Stato. Phil continua a cantare ed animare le manifestazioni antimilitaristiche ma in lui inizia a presentarsi una terribile malattia, mentre la polizia lo perseguita in ogni forma e modo (Fonte: Freedom of Information Act, archivi polizia, FBI e CIA).

La depressione di cui soffre si fa evidente in Rehearsals For Retirement (1969), autobiografia critica a ritmo di rock and roll in cui Ochs si riconosce paladino romantico dei valori della Nazione Americana. La ballata autobiografica My Life riecheggia una preoccupazione che scivola nella paranoia : “Prendetevi tutto ciò che ho, ma staccate le vostre spine dal mio telefono e lasciatemi vivere in pace”. Anche se sconfortato, Ochs canta molte canzoni contro la partecipazione statunitense alla guerra nel Vietnam.

Il suo ultimo concerto, alla Carnegie Hall, è un colossale fiasco anche perché Ochs si ostina  a interpretare brani di rockabilly davanti a un pubblico che vuole ancora ascoltare il folksinger arrabbiato. Greatest Hits (A&M, 1970) è, nonostante il titolo, una raccolta di canzoni in stile country, per quanto prodotte da Van Dyke Parks. La  sua vena creativa è ormai inaridita. L’autobiografica No More Songs, tristissima,  è il suo testamento.

The Millennium Collection (A&M, 2002) e` un’antologia di quest’ultimo periodo.

Farewell and Fantasies (Rhino) e` un boxset di tre dischi che raccoglie 53 canzoni.

Il 9 aprile 1976, Phil Ochs si suicida. Le sue ceneri vengono disperse dal torrione del castello di Edimburgo per onorare un suo preciso desiderio, sua madre era nata lì.

PHIL OCHS ♥

settembre 16, 2012

SANDY DENNY (Fotheringay) – Una stella che brilla, un Angelo per chi sa ascoltare

Per troppo tempo la luce solare del viso di Sandy e  la sua voce celestiale, pura come il ruscello che scorre senza preoccuparsi di chi non vuole bagnarsi nelle sue acque limpide e fresche, sono rimaste nascoste nei nastri in un cassetto impolverato di qualche studio di registrazione. Oggi, finalmente dopo quaranta anni, il concerto live di Essen (1970) è possibile ascoltarlo con grande emozione con l’uscita di FOTHERINGAY (2011 Thors Hammer-Made in Germany). Questo concerto segna la grandezza di Sandy Denny e la sua evoluzione, dopo essere uscita dai Fairport Convention alla fine del 1969. Le sue composizioni The Sea e Nothing more, e la sua voce in ogni brano ti trasmettano emozioni e t’incantano. Non esiste alcun dubbio per i miei orecchi, Sandy è la più bella voce che io abbia mai sentito. Tutta la musica, curata ed arrangiata dalla chitarra elettrica  di Jerry Donahue, arricchita da sonorità classiche con Gerry Conwaye e la voce di Trevor Lucas, in qualche tratto forse un po’ esasperata, regalano a questo disco un’importanza sublime nella storia della musica. Un espressionismo, quello dei FOTHERINGAY, colmo di esperienze musicali diverse e piene di vitalità raggiunti con pochi strumenti ma con una cantante che ogni band avrebbe voluto avere. Sandy era piccola e fragile, si faceva amare da chiunque, a Lei non importava il successo e incidere dischi di altri che soffocavano comunque la sua grandissima personalità, unica e rara. La piccola cantante britannica riuscì a farsi sentire, pur restando nell’ombra, rispetto altre sue colleghe, con i Fairport prima e da solista,  dopo lo scioglimento dei Fotheringay.

La sua voce, limpida, pulita, vitale ma velata da una punta di malinconia ha valorizzato motivi di Bob Dylan  e ballate povere e non celebri, variando tonalità che a nessuna cantante al mondo sono mai riuscite.

Sandy Denny è morta a soli 31 anni,  la stampa e le case discografiche si sono comunque e sempre occupate molto poco di questa piccola ma grandissima artista. A Lei però credo non importi perché la musica è vita, a me è rimasto il pensiero di un’immagine solare, un angelo beato tra gli angeli, la sua musica è dentro di me. Tutto il resto non è ancora storia.

♥SANDY DENNY♥

In memoria di Sandy Denny ho registrato con Ricky Mantoan, At the end of the day…

settembre 14, 2012

Max Manfredi in TRITA PROVINCIA un giro di canzoni attorno a un libro

Domenica, 21 ottobre alle 19:00

Max Manfredi in TRITA PROVINCIA

Alvito (Frosinone)

 Teatro Comunale – Piazza Marconi 1

un giro di canzoni attorno a un libro

di MAX MANFREDI e IVANO CAPOCCIAMA

con Max Manfredi e la Staffa, Ivano Capocciama, Ilaria Svezia

Regia di Ivano Capocciama

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TRITA PROVINCIA,

la novella discreta di Max Manfredi, edita da Liberodiscrivere, si può ORDINARE

presso le librerie Feltrinelli. Distribuzione Nda.

Presentazione

Della sterminata legione di angioli e diaboli che compongono lo spirito e la mente di Manfredi, ce ne sono due, Max e Massimo, che più degli altri sono inquieti e tendono a uscire da lui: il primo attraverso i pori e la gola durante i suoi concerti, il secondo, più sottile e proveniente da abissi più profondi, cercando di trasformarsi in inchiostro e facendosi portar lontano da tappeti volanti di pagine manoscritte.

Del secondo vorrei narrarvi, essendo al cospetto del primo romanzo, pardon, novella discreta.

Massimo Manfredi è conosciuto anche per un tascabile edito da Vallardi sui limericks. Nei limericks, componimenti poetici regolati da leggi ben precise, il primo verso deve contenere l’indicazione di un luogo che quasi sempre, per doveri di rima e/o di effetto straniante e comico, in italiano risulta essere un paesino di qualche remota landa persa tra campi, ciminiere, pollai polverosi o taverne dalle grosse risa e piccole ore.

Orbene, Trita provincia è il primo verso di un limerick che, anziché voler continuare verso il basso della pagina, scappa via in orizzontale, come un granchio anarchico, fuggendo dal foglio, dal tavolo, dalla casa, dal paese, perfino dal tempo.

Massimo Manfredi fa parte di quella schiera d’artisti atemporali che camminando a fianco dei corsi e ricorsi vichiani sono stati via via all’ombra delle cattedrali delle grandi città del Medioevo, a consumare occhi e candele consultando antichi testi e scrivendo zibaldoni nell’Ottocento, a immaginare e disegnare nuove metropoli e ferrovie nei primi anni del XX° secolo, infine a scrivere, cantare o dipingere mondi altri nascosti nelle intercapedini del quotidiano che pendono stanchi dopo essere stati dentro di noi come il “trapezista molle” delle prime, bellissime pagine del libro.

Il diabolo Massimo di Manfredi s’è divertito con i suoi alambicchi pieni di parole e ci ha regalato quest’opera piena di calembours, assonanze, ossimori, riferimenti colti, vere e proprie metanarrazioni che fanno entrare e uscire il lettore dalla novella con la porta girevole dei cambi di ritmo e di piani spaziali e temporali.

Cesellatore della lingua e intagliatore di immagini, Manfredi ci conduce dentro un labirinto narrativo pieno di intuizioni felici, come la visione nelle biblioteche del terzo capitolo, o la storia dell’inchiostro odoroso nel dialogo tra Goffredo e Ermengarda oppure la passeggiata notturna di Manrico e quella di Duncano o la parte del Solstizio d’inverno: “Accompagnami al margine del sabba (…), ai fuochi, alle grolle, alle danza col fiatone; abbiamo già bevuto troppo dalle brocche amiche, tutto è triste come un ballo militare, tutto sembra compiersi nell’orlo smagliante tra stasera e l’addìo. Ma abitare l’addìo è come non andarsene mai.”

Certamente questi sono solo miei gusti personali, in quanto la novella discreta del diabolo Massimo presenta tanti e tali spunti per fughe mentali che ognuno può smontarla, rimontarla e mutarla nella sua testa come crede, sia per tentare di trovare l’uscita del labirinto, sia per perdersi ancor di più, sia per tentare di trovare il Minotauro e pagargli un Centerbe in qualche bettola dell’angiporto.

Se posso dare dei vaghi e personalissimi punti di riferimento per la navigazione in questo mare dal procelloso inchiostro, potrei citare Les chants de Maldoror di Lautremont o le Nourritures Terrestres di Gide, ma senza la cattiveria e i conti da regolare del primo e il tono da invettiva del secondo. Quello di Massimo Manfredi è infatti uno scrivere discreto, nel quale i microcambiamenti della natura e i particolari e le piccole vicende dei protagonisti si intrecciano con le Grandi Questioni e con l’Orizzonte, quasi a voler concretizzare gli enunciati della Tabula Smaragdina, citata nelle prime pagine, nella quale Ermete Trismegisto compara ciò che è in alto a ciò che è in basso e, quindi, l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

E così, alla fine della lettura del libro o anche solo di una parte (un aspetto importante è che ogni brano della novella può essere autoconclusivo), in fondo all’alambicco della nostra anima, dentro il quale pagina dopo pagina avevamo messo a cuocere porti notturni, ronzìi di vecchie radio, antichi volumi, cinema nebbiosi, ubriachi che dormono, libri sigillati negli abissi marini, chiese e vicoli lerci, rimane una polvere di proiezione con la quale poter almeno pulire i vetri con i quali vediamo fuori e lucidare le scarpe che accompagneranno i nostri nuovi passi e che daranno calci a “sassolini che affondano, affondano tutti”.

***

La pozione del Massimo labirinto – Una prefazione a mo’ di postfazione di Claudio Pozzani

Strologo

E’ colpa tua se non visito più, battendo ciglia e neve, i santuari delle abetaie e le abetaie dei santuari; né intaglio, a roncolo distratto, nella carne del legno, i Santi e le Madonne incinte, Madonne il cui frutto di legno, nel grembo di legno, finirà centellinato dai tarli della sagrestia – ogni croce ha la sua croce.
Ho visto i larici pianger via tutta la loro manna, ubriachi d’estate e d‘api, come certi ritratti di santi trasudano sangue, che ronzan tutt’attorno delle preci di pellegrini canicolari ristorati a un miracolo d’ombra. Ho visto con questi miei occhi terra e muri insanguinati da chissà quale delitto – finché un dotto non mi spiegò, era l’inizio di Giugno, che si trattava della rossa pioviggine lasciata dalle Vanesse al tempo del riscatto dalla loro crisalide… è colpa tua, tua.
Speravo, niente, che m’avresti trovato in casa. Occorre far fare una chiave, incidere il palmo di cera della tua cara mano d’un incavo di chiave, per aprirci furtivi l’inverno, io e te: lo scrigno della Matrigna Collodicigno, la fibbia – sortilegio.
Volli corteggiarti d’un foco folletto incastonato in gemma d’anello, che mutava colore al mio umore e tono al mio tono: miele se sei infedele, zaffiro se ti raggiro, cenere se sei una venere, adularia s’io sono un paria, topazio quando mi strazio, corniola ti senti sola, giavazzo se sono pazzo!
Custodi del mio caminetto, due alari – li vedrai, se vieni – tutti nodi e viticci, due alari filari di ferro battuto: sotto, brace che chioccia. E libri, bella mia, quanti ne vuoi: libri che capiresti e libri che non capiresti, libri d’Ore, di mesi, anni e libri di minuti, santi e grimori, devozioni di monaci cordiglieri e Clavicole di Salomone, apocrife; stampe con su la beffa zoppa di un organo regale, falso, che al posto dei tasti torce code vive di gatti che gnaulano e soffiano scellerati corali. Ho libri sui funghi e libri sui diavoli (ogni fungo malefico è marchiato dalla signatura d’un preciso diavolo); poi possiedo un geloso volume rilegato in zecchino teriomorfo, tessuto di serpi e d’alghe: è l’Herbarium Mentis, la favolosa opera di Frate Paulus di Danzica. Non so se sia stato lui davvero: sai che le sue “ Selectiones” sono andate perdute, come ogni libro che si rispetti. Ma noi potremo applicarci a studiarlo, l’Herbarium, seguendone il dettato passo passo, e sperimentarne insieme i farmachi bui.
Ho volumi sull’Opus Magnum e sull’opus minus, recanti a frontespizio il testo della Tabula Smaragdina di Ermete Trismegisto (dicono somigliasse, nel suo vivo smeraldo, a una sapiente cucchiaiata di gelatina d’hashish, che lenisce i dolori).
Vedi, c’è solo la scelta dell’imbarazzo. E se non ti va di leggere (sarai stanca del viaggio!) stappiamo una bottiglia di vino d’Oporto. Questo sì che ci piace, eh?
E’ pieno di luce. Dà alla testa, coi suoi rossori severi. Stordito, affoga nel suo calore lo spettro d’un rubino. E’ pieno di luce e canta al fuoco d’un rubino. Bevi, bevi, è il fuoco che ci corre negli occhi, il suo fuoco: e ci ritroviamo a guardarci l’un l’altra con gli occhi di fuoco, le nostre maschere sono il familiare enigma del dopocena e son le zucche coi buchi per gli occhi e pel naso, scavate e accese dentro di un’anima candela … e sono loro i nostri guardiani notturni.
Di notte bruceremo l’erica per far restare secche le streghe. Tu preparerai i filtri d’amore con sangue d’uccelli, verbena e l’ippomane: così mi terrai avvinto, esile afrodite di febbre fievole.
(Tu attizza, ch’io sparecchio via le lische del pesce di fiume dorato al serpillo… contemplando la brace ch’è tutta un convento di stupri, monachine che saltano nude… alticci, perduti nel grembo del freddo che arriva. Io che scordo la mandora, ciangottìo di bischeri, perché il budello riposi. Poi tu che ti svesti serena, e come se tutto ci fosse dovuto da sempre).
Stiamocene acquattati qui, qui, di nascosto dal nostro solitario strascico d’eroi, dalle icone slave occhitristi come le renne della tundra dal cuor di lichene, i coboldi di Paracelso e i diavoli imprigionati nella cornice d’un rompicapo; fuggendo da parvenze umane che s’annidano persino fra le cuccume e le chicchere, dai volti degli gnomi intagliati nel ciliegio della Foresta Nera… dal soffio degli spiriti dei bimbi caduti nei pozzi per colpa d’amori gelosi di sterili ondine… e poi, dillo, da tutti gli eroi dell’ultima ora che ancora vagano per le strade, ciccando, ed è tardi, per certi già l’ora dell’arrivederci domani, per altri la speranza di dormire ma senza far sogni.
E noi? Macché, intenti e persi, casa dopo casa, nella geomanzia del nostro amore, l’interminabile riunione di famiglia: il barbuto, lo sfrontato, la prudente, la chiacchierona, vermiglio e biancore.
Persi e intenti nei riti avari e notturni dove io son lo stilo e tu sei la terra.
Ma – crepi l’astragalo – sempre mi butta che non vieni non vieni non vieni! Ah, coscine di pollo! E tu, perché non mi cadi in catalessi (da brava)? Così dovrei rapirti, dormiente, portarti fin qui a forza di braccia. Risvegliarti sì (credi che non ne sia capace?) ma solo a metà; e poi amarti solo nel sonno, solo quando non sogni ma non fai che muoverti dolcemente, quasi distesa in una amàca d’acqua, beata d’un verme di mare che sogna, non tu.
Speravo, nulla, che ti saresti fatta trovare in casa – la mia casa, la tua casa (che non c’è), la casa di betulla in riva a un mar di verde dove il fiume si culla.
Ma, gli abiti smessi d’autunno (ché quelli rosi dalla Tapezella li abbiam lasciati religiosamente chiusi nell’armadio), ecco che fra arbusti tarpati e ritorti come lo strame acceso del tabacco arreso dentro il fornello della pipa di pannocchia, che brucia tutto spocchia: Brutta, sei brutta coi tuoi capellacci a scopadiciocco! Stregaccia balocco! E io, che ti tiro il roccolo? Vicino vicino… mi coccoli? Nessuno, qui, a reggere il moccolo, rimorso dei brutti anatroccoli… e tu, tu non sei più la strega, che è brutta e si nega, sei la fata turchina che scende la china fra boccolo e boccolo.
Ah, questa rovina di finestra è aperta e mi piove nel calice dello spettro, da cui ingollo l’ultimo sputo di vin d’Oporto. Vuota giace la bottiglia in un canto. Parlo solo, ormai, col mio giullare o con quel che ne è restato. Se ho vicini, m’intimano di star zitto, picchiando su quello che per loro è il soffitto e per me il pavimento, tutto scalcinato e butterato per entrambi.
Che faccio di codesti volumi? Li sfoglio, deluso.
Preziosi in -quarto del diciassettesimo secolo, d’una stampa sbavata come se ci fosse stato versato del latte (inutile piangere!) o meglio, meglio, come se un diavolo triste e catatonico si fosse messo lì a lasciar cadere saliva sulle pagine, senza schizzare, lasciandosi andare; o uno scolaro che, invece di seguire la lezione, faccia verso terra, fa del suo sputo, sputo su sputo, una bella pozza sul pavimento della classe , un lago lunare nella topografia della stanza, lubrìca di riluttanza.
…Scolari che siedono ai banchi, irrequieti, indolenti – dolenti di una sbucciatura di cortile che brucia come una vergogna, d’un moccio che pende simile ad un rubinetto che perde, e pende e non vien su, per quanto tu sciurbi col naso. Capelli rapati da ergastolano, riso da sordomuti, gli scolari lottano a ficcarsi i pennini nelle gambe e nelle chiappe, in un brivido sparuto di peli; o bagnano a lagna palline di carta strappata, di bava d’inchiostro, sperse nella bava come le Afrofore; o arrotolano, dito su dito, il muco del naso, cercando di lanciare su un quaderno o su un viso quel proiettile d’artiglieria lagunare. Se, a dispetto delle bicellate, resta incollato all’unghia sozza (salta anzi dall’unghia al polpastrello, il molle trapezista), se ne slumacano strofinandosi la cappa.
Altri scavano, da dentro le nari, reperti fossili, affilati come i pennini usurati e secchi di polvere di china; oppure pellicole pellucide, ciascuna ancor con la sua lacrima; o robaccia verde, buona da mimetizzarci i militari.
Sulla scanalatura del banco tengono in fila quegli antipasti di mare. C’è chi ne pilucca, assorto. Biascica.
Se si cattura un moscone tonto, tutti si fanno attorno a chi sa come premergli il corsaletto fra pollice e indice, per fargli tirar fuori la lingua tutta intera. Gli si prescrive la fine. Vano il processo, giacché l’infanzia è santa come l’Inquisizione: già vola fra le mani un compasso, s’impala l’infedele – macché, meglio lo spillo da balia della tua cappa! Io ci ho lo stecco!
Ridono a crocchio, mentre il moscone infilzato, agonizzante, in piedi su una gomma con lo stecco orizzontale tra le zampe, pare far sollevamento pesi.
Gli ultimi non arrivano ad osservare il moscone in bilico sulla sua cyclette ruggente. Siedono, tesi: cesellatori di scoregge.
Ma all’oratorio, che l’ombra della cattedrale sovrasta , lanciano le palline sui tavoli verdi del calciobalilla e del ping pong, sul feltro antico del biliardo: le palle, massicce o minute, dure o cave, echeggian lungo campi e sponde, nella loro traiettoria, come lungo le navate della chiesa. Ogni po’ passa un prete in tonaca. Sa di dopobarba e ascelle di prete.
A volte gli scolari frignano, nelle risse dell’oratorio. Certi pianti si cancellan di botto, come quando la pallina del calciobalilla rimbalza sulla porta sguarnita e torna in campo senza chioccolar giù, per una lecca troppo forte. Degli altri pianti, però, non solo entrano in porta, ma vanno a nascondersi tra gli interstizi segreti del calciobalilla, non li tiri fuori più, nemmeno a calci, rimangon lì, rimangon lì.
Molti scolari sono imbattibili in qualche disciplina in cui altri fan peggio, o non fanno: vibrare il naso come il coniglio, nitrire, scoccar l’elastico, spegnersi la candela nel cavo umido del palato, biascicar fiammiferi accesi, piegare le falangi delle dita ad angolo retto; o fare rimbalzare i sassi piatti e lisci nell’acqua – una, due, cinque, sette volte, a perdita d’occhio, fin dove si smussa l’orizzonte.
Invece i sassolini della mia inutile geomanzia affondano, affondano tutti; finché non è più possibile il computo.

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Da un’intervista di Gloria Berloso a Max Manfredi                                   →

D. – Max Manfredi, ti consideri più poeta o più cantautore? mi puoi spiegare la differenza        tra canzone e poesia?

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R. – Tecnicamente la differenza consiste nel fatto che i versi della poesia, oggi, non sono musicati. La poesia è fatta dunque per la lettura, la canzone per l’ascolto.

Dal punto di vista del valore che viene attribuito a questi due fenomeni, poi, la poesia ha seguito una strada “alta”, investigazione cosmica o squadernamento sublime dei propri sentimenti. La canzone ha seguito una via “bassa”, che non esclude l’intrattenimento e la danza.
Si tratta però di convenzioni, che, come tali, mi interessano poco. Poesia e canzone sono consanguinee, non soltanto dirimpettaie occasionali.
Io mi considero, genericamente, un artigiano; che però lavora una materia come l’emozione, che è impalpabile. O meglio, che elabora con strumenti concreti un’illusione.
Sono come un giostraio, un prestigiatore, un pubblicitario, un sacerdote di campagna, un venditore di bolle di sapone. Uno sciamano e uno showman, come dice il titolo di una nota rassegna. Un incantautore, come sono stato definito. Non è una definizione così peregrina: nella lingua latina, per esempio, “carmen” significa canto ed incanto. Ma nella lingua inglese “spell” vuol dire formula magica e compitazione della parola. Ecco: laddove la parola, semplicemente compitata, e quindi ritmica, diventa magia: è il paese musicale da cui provengo. E’ la mia letteratura.

Questa attitudine non è solo fiabesca. La descrizione del quotidiano più banale acquista, nella musica, una seduzione necessaria ed aggiunta. Posso dire le cose più colloquiali, ma le dico in musica. L’impatto emotivo cambia, a volte in modo deflagrante.
Io sono poi per una rivalutazione ed una ridefinizione del termine “poeta”. Non tanto inteso come “colui che compone poesie” meno che mai come colui che componendole, invera o sfiora l’universalità: definizioni ( la prima, insieme troppo tecnica e vaga, e povera da un punto di vista assiologico; l’altra troppo empatica, enfatica e per così dire mitologica) per essere funzionali, tanto peggio se si pretendono scientifiche.
La definizione che propongo all’uso è: poeta come facitore (da “poiesis”), colui che trova un equilibrio fra la contemplazione, quella specie di scossa elettrica o invasamento che fu ed è chiamato “ispirazione”, e l’azione (manipolazione della sua materia artigianale).

In questo senso l’attribuzione “poeta” può applicarsi al facitore (ed inventore) in qualsiasi disciplina. Anzi, riporta la velleità astratta e quasi immateriale dell’epitteto ad una qualifica artigianale e concreta, per quanto sia concreto il linguaggio.
Il poeta non è mai chi si applica in una disciplina tradizionale, ma chi inventa il linguaggio al suo interno, cioè chi “trova” ed esercita fantasia all’interno di una disciplina.
Poeta – ora in questa accezione tecnica, e non metaforico – può essere uno scienziato, un cuoco, un attore, un prestidigitatore, un pugile. Poeta può essere anche uno che scrive poesie. Ma non tutti quelli che lo fanno, anzi, direi pochissimi.
Personalmente trovo questa definizione di “poeta”, che esula un po’ dal senso comune attuale – che è ambiguo alla radice – insieme precisa e libertaria, o liberatoria, o almeno libertina.